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Da bambino mio nonno mi portava spesso in giro, soprattutto a Napoli, dove andavamo al Teatro San Carlo. Ci spostavamo da Castellammare con la Circumvesuviana, storico treno locale. Tra le tante fermate, una più delle altre mi è rimasta nella memoria, quella di Pugliano, che, dalla piazza principale di Resina, come si è chiamata Ercolano fino al 1969, s’affacciava sul mercato delle pezze. Ricordo che una volta, però, andammo fin sul cratere del Vesuvio, dove vidi perfino, ancora in funzione, l’antica funicolare della canzone Funiculì funiculà, musicata, tra l’altro, dallo stabiese Luigi Denza.

Confesso che le mie idee sull’esistenza di mezzi pubblici che da Resina portassero al Vesuvio sono state sempre un po’ vaghe, nonostante Anna Maria fosse originaria del luogo. Ho creduto che la funicolare fosse l’unico mezzo di trasporto, fin quando un mio fratello geologo, appassionato della storia del Vesuvio, non mi disse, diversi anni fa, che il tratto iniziale della strada che oggi porta al cratere è pressoché coincidente con il tracciato della ferrovia del Vesuvio. Ma anche su questo le mie idee non erano chiare. Solo da quando ho smesso di lavorare ho cominciato ad avere maggiore interesse per la cosa. Ebbene, ora so che dai primi del ‘900 fino a metà degli anni cinquanta, nelle immediate adiacenze della fermata di Pugliano, ci fu il capolinea della Ferrovia del Vesuvio, che da Resina raggiungeva la stazione inferiore della funicolare.

A questo aggiungo che, di recente, è venuta a Ercolano Maria Pace Ottieri, che, per richiesta di un comune amico, Eugenio Lucrezi, ho avuto il piacere di accompagnare nel corso della sua breve incursione nel territorio vesuviano. Abbiamo visitato il parco della Villa Campolieto e il parco sul mare della Villa Favorita. Poi siamo stati sul Vesuvio, nella frazione di San Vito, nei cui pressi pochi anni fa è stata ristrutturata, ma oggi è in stato di completo abbandono, la stazione superiore della Ferrovia del Vesuvio. Da lì aveva inizio il tratto a cremagliera che portava fino alla stazione inferiore della funicolare. Il tema del componimento di oggi è, appunto, la Ferrovia del Vesuvio, sulla quale potrete trovare immagini e notizie esaurienti al link Vesuvioinrete.it, il vulcano Vesuvio.

Il tempo è quello, certo, nel racconto
d’un passante sconosciuto, che il suo
ricordo afflitto mi sciorina, adesso
che la pista ne rincorro tra i palazzi.
Sicché, bambina potresti averla vista,
sgusciante tra le case di San Vito,
binario e cremagliera sulla costa
del poeta, l’antica ferrovia che fu
dismessa, che ardimentosa l’erta
più non sfida. Se ne parlasti mai,
mi sfugge, e adesso più non conto
che lo faccia, perciò la storia ne cercai
per Maria Pace, amica giornalista:
lassù, nel ginepraio d’erbacce, dove
la confidenza nostra fu al debutto,
al primo approccio timida e nascosta,
altra stazione, di cui s’è persa traccia.

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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’ha le radici in essa il tuo limone.


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Tabula rasa, il gelo senza un’orma
giace all’inverno torpido dei crochi,
all'ingiuria dei passi stesi inermi,
in un cristallo limpido appuntati.
Tenera coltre, languido trastullo,
ancora dolce m’abbaglia il tuo candore,
che sottoterra abbevera le tane,

14-gennaio-1979

dell’acqua l’ineffabile sapore,
disciolto nella vita stilla a stilla!
Poi nulla o poco, al dunque, mi rimane,
di giovinezza infuso, antico ardore,
o neve di piantaggini montane,
lieve alla terra, grave per il cuore,
cui già si placa la sete dell’argilla.

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A conti fatti, ci andammo poche volte,
come per molti posti dietro casa.
Se lo rammenti, accadde in grande parte
negli sprazzi che permise la pensione.
Lo vedo, adesso, velato di cotone,
e trovi forse un varco non avvolto
nella nebbia, una crepa nella lava,

Vesuvio da Ercolano

una fessura, ed il mio sguardo incroci,
scandagli i miei capelli nel riflesso,
spersi dietro la vetrata, già stanchi
di caligine, come il vapore bianchi,
in cui l’osservo, ormai sovente, immerso,
il monte che sovrasta il tuo balcone.


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“È la tua festa”, usavo canzonarti,
però l’aspettazione mia si sgrana
nell’inquietudine d’ottobre, e tu
non più discenderai le scale,
fissando la memoria sugli affanni
d’ogni giorno, bersaglio in ogni senso
arreso alla grandezza della scienza,
che non sa la sola cosa che dovrebbe,
l’intoppo che non era nei programmi.

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È la tua festa, ma è inutile aspettarti
nei tocchi che cadenza la campana.
È inutile, è consuetudine il distacco.
Vorrei quel nostro segno indirizzarti,
la chiosa nostra al testo sacro della vita.
Vorrei, quasi che fossi tu lontana,
almeno, com’io distante un giorno fui,
e pure da lontano usavo canzonarti!


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A volte si disserta se pensarti
nei luoghi dell’eterno, ove compete
al secolo e all’istante infondatezza
uguale, e a te l’assenza sconfinata.
Ma più ripenso il tempo che vanisce,
in cui si sfoca il niente ch’ebbe inizio,
come te, nella passione dell’autunno,

l'abbraccio

e più ti penso in ogni luogo,
dove vaga la cadenza dei tuoi fianchi,
dove mi cinse la nudità delle tue zolle,
ed ivi mi soffermo, in quest’abbraccio
di pendici, che fino al cuore affonda
la pioggia di settembre, or che si dissipa
l’estate nelle rughe delle foglie.


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Da quell’intarsio elementare non tolse
uno soltanto il caso dei suoi tasselli astrali
alla quasi diafana vicenda che ci avvolse,
al dilungarsi atroce dei tuoi terreni mali,
all’inquietudine, che tanto mi distolse
spesso – ahi! – dalle misure esistenziali,
che dall’incanto solco scritto mi distrasse

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architettato, forse, per l’alchimie tra Naiadi
ed Eràcle che allora di rusco e di ginestre
al tuo sorriso schietto sopravvenni novità
per strane formule riposte, e d’infantili attese
per repentine strade avita messaggera corse
la riva di Parthenope, se sopraggiunsi libertà
al tuo saluto aperto da balconi e da finestre!


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Napoli da Castellammare,
rosario lungo il mare.
Napoli da Ercolano,
acquarello vesuviano.
Napoli Ferrovie dello Stato.
Del treno smemorato.
Napoli della Vesuviana.
Fino all’arco di Porta Nolana.
Napoli incarnata nel piperno.
Di lava temprata. Inferno.
Napoli sfacciata. Napoli profana.
Bocca rossa. Culo di puttana.
Napoli Garibaldi e Plebiscito,
croce dei Borbone, Regno Unito.
Napoli di mio padre. Ventaglieri.
Giochi di studenti. Cavalleggeri.
Napoli. San Vitale. Piazza Leopardi.
Jai alai. Sferisterio. Azzardi.
Napoli. Ferrovia. Dopolavoro.
Studenti. Pallacanestro. In coro.
Napoli nostra vita. Scenario.
Salita Pontecorvo. Sillabario.
Napoli ventisette del mese.
Tranchini. Dolciumi. Sorprese.
Napoli del cippo a Forcella,
‘a morte è ‘na livella.
Napoli vecchia Vicarìa,
a volte spari per la via.
Napoli tiene un Tesoro,
via Duomo, San Gennaro.
Napoli. Chiostro. San Marcellino.
Strada svelta del mattino.
Napoli dei viaggi quotidiani.
Tribunali. Decumani.San Gregorio ArmenoNapoli San Gregorio Armeno,
a Natale fanne a meno.
Napoli a primavera,
Pasqua con la pastiera.
Acque perse del Sebeto,
Napoli scorre nel segreto.
Largo corpo di Napoli,
Nilo di Spaccanapoli.
Napoli San Domenico Maggiore.
Guida. Tragedie al professore.
Napoli di Mezzocannone,
banco d’arme e di blasone.
Napoli di Cappella Sansevero.
Alchimista. Principe del mistero.
Porta di Costantinopoli,
mura greche di Neapoli.
Sant’Aniello a Caponapoli
sulle pietre dell’acropoli.Piazza MiragliaNapoli dell’Anticaglia.
Via del Sole. Piazza Miraglia.
Napoli vecchio Policlinico,
mia parentesi di chimico.
Napoli a via Sapienza
c’è troppa supponenza.
Napoli fa festa in pizzeria,
quando arriva Anna Maria.
Napoli del Provveditorato.
Quanti affanni t’è costato.
Napoli, Toledo, Avvocata,
la Spagna acquartierata.
Napoli in Galleria.
Ammuina. Borghesia.
Napoli. San Carlo. Melodramma.
Il loggione nel programma.
Napoli Palazzo Gravina,
Monteoliveto da via Medina.
Napoli di Pizzofalcone.
Santa Lucia. Chiatamone.
Napoli Santo Spirito di Palazzo.
Chiaia. Monte di Dio. Terrazzo.
Napoli oltre il cancello.
Aliscafi. Beverello.
Napoli centro cittadino.
Maschio. Porto. Molo Angioino.
Napoli. Molosiglio. Pallanuoto.
Ci ritorno a cuore vuoto.
Napule chitarra e manduline,
Marechiaro e Mergellina.
Napoli in festa a Piedigrotta,
Posillipo e Fuorigrotta.
Napoli Rampa di Coroglio.
Grotta di Seiano. Scoglio.
Napoli caldera. Campi Flegrei.
Orto. Vigna. Colli Aminei.
Napoli altera e collinare.
Montesanto. Funicolare.
A Napoli dalla collina
si arriva in pedamentina.
Napoli dei Normanni.
Sotto i vicoli. Tra i panni.
Napoli dello Svevo decollato,
piazza Carmine al Mercato.
Napoli città angioina
con Giovanna va in rovina.
Napoli rimane in poltrona
con il regno d’Aragona.Fontana delle zizzeNapoli della Spinacorona,
acqua di zizze della sirena.
Napoli di Porta Nuova,
Sedile di Portanova.
Napoli Rettifilo. Piazza Borsa.
Qualche volta pure di corsa.
Napoli scalza di Santa Teresa
meglio prenderla in discesa.
Napoli delle anime pezzentelle.
Ossario. Fontanelle.
Napoli Santa Maria del Rosario.
Rosariello. Breviario.
Napoli di Santa Sofia.
Carbonara. Via Foria.
Napoli di Porta Capuana,
una volta a settimana.
Napoli. Ospizio. Serraglio.
Cap’alice e capa d’aglio.
Napoli da evitare.
Arenaccia. Militare.
Napoli Santa Maria del Pianto.
Cimitero. Camposanto.
Napoli in verticale
al Centro Direzionale.
Napoli scende e sale
dall’inferno di Poggioreale.
Napoli non soccombe
sotto il peso delle bombe.
Napoli dalla guerra
si rifugia sottoterra.
Napoli antifascista a Ponticelli.
Del ghetto. Ruota dei trovatelli.
Napoli supplizi e fossi.
Laterizi. Ponti Rossi.
Napoli Osservatorio.
Capodimonte. Planetario.
Napoli da Capodichino
vola fino a San Martino.
Napoli mantovana,
Parthenope virgiliana.
Napoli di Agnano,
Astroni. Vulcano.
Napoli. Nisida. Bagnoli.
Alle porte di Pozzuoli.
Napoli non ha fretta
da Gianturco alla Loggetta.
Napoli ricce e frolle,
San Gennaro nelle ampolle.
Napoli s’ama a via Milano
e nel Parco Virgiliano.
Napoli ci sono nato
col gateau di Pizzicato.Castel dell'OvoNapoli di Castel dell’Ovo,
mio amore antico e nuovo,
alambicco di Biraghi,
della ruggine degli aghi.
Napoli non aspetta
che dica, adesso, ‘t’amo’,
ma se ti reggi stretta
prendo la chiave e andiamo,
ci voliamo in motoretta.


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La poesia di quest’oggi è, idealmente, complementare a Vico del Mare, già pubblicata in precedenza in questo blog. Il luogo che vi si descrive, quello ripreso nella foto, faceva parte del nostro inventario di battute scherzose. Non c’ero mai stato, fin quando Anna Maria è stata in vita, né da solo né con lei, ma ora ci ritorno spesso.

Qui, dunque, sono le selci disconnesse,
Che un giorno inquiete stettero distese
Alle corse spensierate delle ragazzette.
E dunque, qui si dispiega, come allora,
Il solco, scavato nell’ombra delle case
Avite dagli sguardi attenti delle madri,
Lungo l’affanno di trastulli leggendari.
Ahi, come giammai non chiesi che tuVico di MareLungo quel passo fino alle spume nere
Di Vulcano volessi ritornare, sorretta
Dal mio braccio, onde alla mia stretta
Infine dolcemente presa lo attraversassi
Verso la fanciullezza! Sai, come sospesa
È l’aria, nel vuoto dell’assenza, e pure
A quella tua smarrita sponda si sconsola
Il palpito del mare, si strugge nell’attesa.