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Rovelli si può pure sbizzarrire,
dire ch’è un ente affatto inessenziale
al mondo suddiviso, ma unitario,
dove si fonde al quanto il relativo.
Ma il tempo d’ogni amore causativo,
che fa dell’esistenza sillabario

– la chiave del motore grazie al quale –
dove in siffatta guisa va a finire?
Dice che non esiste l’entropia,
che il tempo è solo umana sfocatura,
pare che rimanga la poesia
per quel che non è stato congiuntura.


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Non l’avemmo la gloria dei cent’anni,
dopo l’argento, l’oro ed il diamante,
le feste d’un’attesa discendenza,
di cui mi confidasti il sogno tacito,
allor che scioglievamo i nostri affanni,
l’illuminato appello all’accoglienza.

Ora serena ti ripenso al lascito,
e tocca a me goderne come in due,
sorpreso al loro palpito vibrante,
ma mi difetta il garbo, la finezza,
non sono bravo alle premure tue,
è tardi per averne la dolcezza.


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Bisogna dirlo al mare che non deve
più indugiare, che più non resta all’onda
reminiscenza alcuna, nessuna nuda
impronta rimasta da lambire.
Ed alla terra pure occorre dire
che in un sol soffio furono rimossi
i semi che curammo d’affidare
alla sua scabra culla primordiale

– un fiducioso anticipo al futuro –
e all’aria che ancor oltre non aspetti,
ch’ogni fragranza schietta è svaporata,
in particelle d’etere dissolta,
e al fuoco carburante dell’amore,
che ancor s’illude di notturni amplessi,
va detto in fin dei conti ch’ogni ardore
nella fuggita estate fu placato.


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Pareva che ci fossi, sempre parte
d’ogni trascorso istante della storia,
presenza necessaria, ma in disparte,
per negligenza, forse, trascurata,
perciò reminiscenza vaporosa,
immagine latente sulla scena

d’ogni riemerso spazio di memoria,
nell’emulsione l’ombra non violata,
pur del tuo volo fui lo spettatore.
È certo che ci fossi, silenziosa,
invisibile lampo di falena,
preda ambita d’un cieco cercatore.


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Foglietti ripiegati, prime foto,
frammenti tra le formule dei tomi,
domande nell’attesa d’esser poste,
il cui destino è scritto nell’ignoto.
Ed io straniero certo di quel mondo,
del nulla che mi costa immaginare,
inesorabilmente senza accessi,

dove neppure stanno le risposte
d’un ostinato, sordo ritornare
all’alternarsi incredulo dei nomi,
al palliativo elenco degli amplessi,
al necessario illudersi in assiomi,
in un diuturno, stanco girotondo,
dove a vuoto son solito girare.


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In ogni città, in ogni quartiere,
li sento di sera fuori al terrazzo,
quasi un antico, stregato richiamo,
che fu circostanza da non scordare,
il buon augurio del tempo che fu,
passare le sere come in vacanza,

i sogni sul mare, le notti blu,
allor che tra noi non c’era distanza,
il tempo che ora è vietato colmare.
Il coro dei grilli ha messo bandiere,
si sono insediati in ogni palazzo,
li sento di sera, e noi non ci siamo.


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Più di vent’anni, ed Istanbul aspetta
che dopo un pranzo ancora a Le Bosphore
raggiungiamo lento pede Place Monge,
dove il mercato scalda la domenica,
e tutti i giorni, tranne il venerdì,
si può girare dentro la moschea,
e immaginarci in visita all’oriente,
senza che più si possa veleggiare.

Ed a Choisy finire la giornata,
nella frescura degli ippocastani,
dove un bambino aduna bacche amare
e corre speranzoso all’impazzata,
trovando finalmente le mie mani.
Ma sono terra d’ocra nel mio cuore,
come recise foglie d’Hikmet,
dipinta dall’autunno, insanguinata.


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C’era pure la festa del patrono,
un giorno di respiro dal lavoro,
San Gennaro finanche ad Ercolano.
Ma non ricordo cosa facevamo,
se evadevamo in gita nei dintorni
o casa sceglievamo a preferenza.
Però saremmo adesso a Le Bosphore
– un iskender kebabi a tavolino –
a ripensare al mobile ottomano
rimasto da comprare al Gran Bazar,
a rinnovare un viaggio nell’oriente

nel cuore del quartiere Maison-Blanche
(dove radici ha messo il primo ramo
della dispersa nostra discendenza).
Così di nuovo passano i miei giorni,
straniero all’impazienza della gente
di questo folle affanno parigino,
cercando a settentrione un buen retiro
all’afa che imperversa dentro casa.
Intanto che finisce fruttidoro,
poi s’azzittisce uguale il tuo richiamo,
come un’arresa pratica inevasa.


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Sfuggendo oltr’alpe l’afa dell’estate,
sono corse la cicala e la formica
a incorniciar nei sogni le serate
d’un fanciulletto ch’è arrivato dopo,
che non lo sa che nella vita avemmo
fortuna di cicala e di formica:

tu celebravi l’inno alle giornate,
io raccattavo versi per l’inverno
– gl’insetti della favola d’Esopo,
il cui finale ignari recitammo.
E tuttavia non sono la formica,
sopravvissuto al canto tuo canopo.


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A casa tornavamo andando piano,
– per vivere più a lungo l’invenzione,
che a far da freno al tempo non servì –
e stava a nord la Sella del Cavallo,
dove i tuoi sogni vissero bambini
e i nostri stan segnati in calendario.
Il sogno americano leggendario,

il mare della Grecia di cristallo,
Parigi di frequente in aeroplano
e d’Istanbul la vergine emozione…
Ahi! Brucia l’inguaribile ferita
– l’illusione che scorre al ralenti,
da scendere milioni di gradini –
or che geloso il tempo ti ha rapita!