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Poi ci sorprende sempre lo stupore,
se tra le more, ancora, generosa,
tra i puntuali addobbi dell’estate,
nel lilla dei garofani montani,
insinuati nelle rime del calcare,
nei gigli rosso-arancio a fine giugno,
nel verde coraggiose pennellate,
nella toccante argilla dei castagni,
del ristoro dei fuochi pure accesa,
tra i gigli delle spiagge più infuocate,
dove indistinti stemmo nel bagliore,

che d’albe e di tramonti veste il cielo,
– ahi, illusi quanto fummo, di carpire
quel segreto invano quanto ardimmo!
(o n’eravamo, forse, primi attori,
o addirittura, ignari, proprio artefici?) –
delle emozioni, insomma, accantonate
allora che un ritaglio ricompare,
si ripropone nuova, come prima,
la rosa che cogliemmo silenziosa,
con l’anima d’un fiore antica rima.


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Ho letto di buon grado tante formule.
Di fatto non conosco che teoremi
e postulati. Sicché mi pare futile,
spaccio di bagattelle sconvenevole,
a conti fatti, poiesi di blasfemi,

lo smercio a basso prezzo di parole
sul volo ammaliatore di libellule.
Via dai cliché, scansatele le trappole,
ancora esiste l’odore delle viole
oltre gli specchi che adescano le allodole?


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Stamani, nella mia quotidiana e ristoratrice passeggiata nei pascoli di Facebook, incappo nella pagina, di cui sono, a tempo perso, un lettore, Poesia, di Luigia Sorrentino (sito ufficiale), che rimanda all’omonimo blog. L’amministratrice, che presumo essere la suddetta signora, in occasione di non so quale ricorrenza, propone un articoletto. In esso, tra l’altro, invita i lettori e, tra questi, coloro che sono stati, a suo insindacabile giudizio, reputati degni di attenzione nel suo blog, a rendere noto l’incremento di felicità che hanno sperimentato nel corso degli anni di esistenza della pagina, per festeggiare, appunto, la succitata ricorrenza. Nel passo finale si legge: “Forse è venuto il momento di chiedere a chi legge questo post, a chi è transitato sul blog, con un post a lui / lei/ voi / dedicato, con dedizione da parte di chi ci ha lavorato, come è diventata la vostra vita, come è cambiata…. chi siete oggi? Insomma, vi chiedo di dirmi se questo blog ha contribuito a rendervi un po’ felici.”
Ho commentato: “Solo tanta infelicità”, rimandando alla mia recente Se mai, di cui credo siano comprensibili il senso e l’ironia. Dopo alcuni minuti il mio commento è stato cancellato. Ho ulteriormente commentato: “Si può essere solo felici per non vedere cancellati i propri commenti?”. Il risultato è stato che la nostra procreatrice di felicità, della quale, evidentemente, non si può dire che pecchi di 
autostima, ha reso invisibile quanto da lei scritto. A me, non ai felici che possono ancora leggere, coloro ai quali la signora ha fatto cambiare la vita, insomma. Ecco, Luigia Sorrentino appartiene decisamente al genere di persone, alle quali, anni fa, indirizzavo I poeti di cui sopra e, più recentemente, Lo strale. Lo so, adesso direte che sono un provocatore.


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Se mai dovesse essere premiata,
meglio se lo fosse che son vivo.
Idea garbata, certo, non lo nego,
ma mi parrebbe proprio una disdetta,
dal punto mio di vista, un’occasione
persa, un’altra, un pizzico sprecata,
per come la considera il mio io,
se fossi morto in quella data.
Se fossi assente, meglio, magari
a fare compere al mercato, olive,
melanzane, peperoncini verdi

– i friggitelli – in rosso-pomodoro,
e mozzarella fresca di giornata,
il pranzo per la festa, insomma,
ma d’estate, oppure, addirittura
meglio, per una pista non battuta
perso, all’ennesimo orizzonte
divagante, ubriacato dal profumo
delle essenze, e silenziosa, lieve,
in pari modo in aria fluttuante,
– se mai dovesse essere premiata –
la parola – che sorpresa! – ripagata.


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Non rilassante, neanche duratura,
vacanza in tenda ed aria di tempesta,
le code, l’acqua gialla di Vignola,
Caprera, Maddalena e Capo Testa,
e fu conclusa presto l’avventura.
Così fu quell’estate di Gallura,
proposta da un compagno della scuola,
e poi servì del tempo a digerire,
a far placare il senso di sventura.
Ci occorsero vent’anni per scoprire,

lungo la stessa costa, Valledoria,
propaggine marina dell’Anglona,
e i tronchi fatti pietra, il paleolitico,
le selci lavorate di riu Altana,
che abbandonammo forse a peggior gloria.
Sarebbe stata ancora una memoria,
il giusto souvenir della stagione,
lasciato lì per zelo, un gesto illogico,
compiuto per eccesso d’attenzione.


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Lasciateli stare!
Lasciateli andare
gli armenti che trasmigrano,
le greggi sofferenti
in transumanza al mare,
che cambiano vestito
come cambiano i venti,
che pascolano nel mito
(il che non è campare),
che i loro versi effondono
richiami onnipresenti,
che i loro gridi versano
nei fiumi e attingono
dai pozzi mirabilie,

su fogli di papiro
impresse a peso d’oro,
e un tuffo a piedi uniti
è il miglior volo.
Lasciateli andare!
Non v’interessano
i cantori che tacciono,
che nella vita perdono
(pure a briscola, garantito!),
che affidano al fato
i monumenti cari,
che lasciano che si sfacciano,
mentre parlano ai muri?


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In fondo mai l’avremmo fatta insieme
la pista che traguarda la penisola,
partendo dalla piazza a Bomerano
fino ai gradini bianchi di Nocelle,
la scarpinata al sole a Positano.
Sicché, fu solamente un sopralluogo,
uno degli anni di Castellammare,
per l’escursione nel corso d’un’estate,

messa in lista tra quelle da rubare,
una licenza delle nostre concordate,
di cui farti gustare il resoconto
scorrendone le foto ad una ad una.
Magari col compagno di tanti anni,
che ciò che si può solo ormai sognare
nella nenia del rimpianto ben l’intenda,
lo sappia nel ricordo indovinare.


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Un posto d’acque afflitto dal disuso,
poi la piazzola lungo la costiera,
dove una pista serpeggia negli ulivi,
tra i rovi ardita fino alla scogliera;
e il tempio dell’infanzia ritrovato,
i resti sconsacrati tra i corbezzoli,
altro altare d’un privato antiquariato;
e poi, protratta, la sfida dei declivi,
il solito sentiero per la vetta,
dove la solitudine fu l’uso

(ma tu restavi in basso di vedetta).
Tra i reperti rimasti alla portata,
– si legga su l’elenco a mo’ d’esempio –
disseppelliti i minimi dettagli,
c’è un tuffo senza tempo nella storia,
nel lesinar di forze ad ogni passo
un nuovo scavo dentro la memoria.
Così più volte si ripete la vicenda,
cristallizzata uguale all’infinito,
da consegnare infine alla leggenda.


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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.