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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Da tempo, ormai, non c’è nessun bisogno
di combinare il tempo per il viaggio.
Compari all’improvviso, come in sogno,
già pronta per volare alla marina.
Magari un nuovo lungo viaggio in moto,
che rimandammo sempre a miglior ora,
verso rovine ancora da vedere
dentro il frinire uggioso dell’estate.

O incamminarsi, forse, per Resina,
che non avemmo il tempo d’esplorare,
dove lasciasti i giochi di bambina,
dove tornammo adulti a malincuore.
Magari riaffiorato un rendez-vous,
un accordo preso un giorno ormai remoto,
ed ora, giunto il tempo, è solo un sogno,
poco prima del risveglio, di mattina.


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Sulla bacheca all’angolo
nomi in aggiornamento,
come un latente pungolo,
un muto avvertimento.
Non tu, non io, per ora,
siam parte dell’elenco,
ma non ti vedo al fianco,
la mano non ti sfiora.
Inoltre, in questo mondo,
– mi consta per sicuro –
tu non leggesti nulla

di ciò che lessi un giorno
affisso a questo muro.
Pertanto, non m’illudo,
non è richiesto esperto
per quest’idea che frulla:
dei due rest’io, di certo,
che non vedrò in futuro
che i conti sono chiusi.
Da sì sfuggente elenco
per tutti viene il turno
di non restare esclusi.


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Caffè Nefeli, un anno quasi intero
il pranzo a mezzogiorno tutti i giorni,
poi quattro espressi un poco pretenziosi
per fingere di Napoli l’essenza.
Caffè Nefeli, e chi se ne ricorda,
tre sognatori e una giovane signora,
estratti a sorte in quattro con sapienza
per cominciare uguale la controra.
L’anziano morto e gli altri vivi ancora,

ma ritornato ognuno al proprio mondo,
nessun pretesto rimasto per la scienza.
Caffè Nefeli, varcato il North Gate,
un’altra strada scelse la signora,
la vecchia strada prese il forestiero,
ignaro che del prezzo che si paga
per la scienza ben più amaro fosse
il conto che ti chiede l’esistenza.
Rimase Bill McKenzie, il militare.


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In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.


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Se valga più l’aver perduto te
o nella gioventù la corsa breve,
il dipanarsi occulto della vita,
estratti a sorte sogni e disinganni
nella spirale di un gioco dell’oca,
per arrivare a quale, se una meta,
in un beffardo scacco la ventura
d’aver tirato un poco i dadi insieme,

e ad occhi aperti e vigilanti i sensi,
dentro il bisbiglio di mobili e di muri,
sul cigolare lento di cerniere,
su ogni frullo che popola la notte
ed il mio sonno noncurante assalta,
scaduto il tempo, intanto, almanaccare.
O forse l’una all’altra cosa è pari,
viluppo che più il cuore non distingue.


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Già di Quaresima riapparsi, pure
quest’anno dispiega i suoi germogli.
Certo era questa l’abitudine anche
nel tempo che aveva la tua cura:
le foglie brune, raggrinzite, i rami
fatti stecchi, protesi alla carezza,
il tocco percepito a malapena,

delle tue dita l’amabile premura.
Certo l’aspetta, forse non ricorda,
ed anche me tradisce la memoria,
se mai pretesi un refolo di brezza.
Alla mia mano manca la destrezza,
la maestrìa, però del gelsomino
adesso spetta a me la sfrondatura.