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Imbiancano l’estate le dimore
nei loro viaggi attesi itineranti.
La strada corre, la rincorre il cuore
al dilungarsi noto del paesaggio
nella folla di sogni e villeggianti,
tra mare e cedri valica il passaggio

verso gli ambiti lidi degli Ausoni,
ai giorni che ne vissero il colore,
agli anni che ne furono l’ostaggio.
Ora che indugia a nuove suggestioni,
qui tergiversa il tempo guaritore,
qui si risolve la filza dei rimpianti.

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E non mi viene in mente che la luna
per una voce giunta da lontano
a dirmi che è esistita Pithecusa
in un tempo che volle la fortuna,
di rosario uno sperduto grano
tra le memorie andate alla rinfusa.
Ora che più non vive cosa alcuna

del nostro inenarrabile passato,
frantumi vani, senza una ragione,
senza filo – il senso s’è spezzato –
soltanto il nulla ancora ci accomuna
e un ultimo granello, un po’ spaesato,
che una ragione vuole alla sua attesa,
che posto accampa in questa processione.


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Eccoti, finalmente, a me di nuovo
accanto, in un ritorno sospirato.
Non è finito, dunque, il nostro viaggio,
non il mistero antico del tuo sguardo,
del nostro accompagnarsi ancora illuso,
la strada a te davanti, ed io rinchiuso

nell’enigma, se covi infido il male
o invece se sia vinto. Uguale trovo
il tuo sorriso in questo dì beffardo,
la strada a me davanti, un autunnale
appuntamento col viale del paesaggio.
Il tempo del commiato è rimandato.


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Distratto chissà quando dal suo gesto,
sta smemorato l’ago del barometro,
rimasto fatalmente senza cura.
Ancora un segno fisso, una cesura,
che senso non ha più la tua premura
per il sereno, meglio se d’agosto,
o se il maltempo troppo a lungo dura.

Se dunque dentro i tuoi cerco i miei occhi,
riflessi in uno specchio li ritrovo.
Così, se dei ricordi al cielo un astro
ancora viene affisso, al tuo consunto
sguardo oso prestarli, ché tu del nuovo
sappia dalle pupille mie riassunto
del tempo nella cronica misura.


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Dunque, a che pro dibattersi, annotare,
mettendo in rima il muoversi del giorno,
quasi vivesse eterna la poesia,
pensando di poterlo raccontare,
come se fosse in versi il mondo attorno,
che in alti e in bassi il tempo scorre via
con movimento armonico smorzato

(sapiente all’esistenza geometria),
se tu ben sai che io ben so che niente
resta alle orecchie suono da ascoltare,
quand’è cessata l’attesa del presente,
quand’è varcato infine il crocevia,
al cui passaggio al cuore muore il fiato.


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Sottratta al tempo sei chimera, o rosa,
spoglia dei petali, misera corolla,
un dì di brama alcova generosa,
la gemma della vita, la sua culla.

Eppure fosti un giorno la mia sposa,
d’un’amorosa linfa fresca polla,
l’ambrosia un dì che mi saziò copiosa,
rimasta ignudo calice del nulla.


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Cercarti è annaspare nel vuoto,
un ingenuo gesto nell’aria,
un nonsenso, un profumo inodore,
un confuso ondeggiare di culla.

È un sapore di sale scipito
l’umore del bacio, un vapore,
la vita altalena precaria
sul rumore di fondo del nulla.


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Di quando in quando un ritrovarsi assorto
dei patti nel silenzio convenuti,
degli impegni trascritti in almanacchi
personali, che spetta a me concludere,
nei piazzali di stazioni, in aeroporto,
dove scandimmo teorie di saluti,
– la nostra assegnazione di distacchi –

considerare la questione annosa,
se sia più ovvio all’infinito amarti
o tenerti tra le spoglie dei cassetti,
riporre secchi petali di rosa,
le chincaglie, di ciò che fummo scarti,
con la pretesa solo di riassumere
attimi sparsi, la vita in fazzoletti.


Forse di questo mondo è vero
il poco che si sa, ma resta
controverso, un caso da studiare.
Sicché, se d’incertezza è avvolto,
rimane in forse ciò che appare chiaro.

“Si il n’était pas mort, il ferait encore envie” (Si il n’était pas mort, il serait encore en vie)

Dell’altro è frutto del pensiero
la sostanza, la ratio non è chiesta,
nulla bisogna confutare.
Così l’enigma è risolto
e senza forse è vero ciò ch’è oscuro.


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Adesso ve lo dico in confidenza:
a piacere non se ne può disporre.
Per quanto v’affanniate a non sprecarlo,
è inutile tentarne la gestione,
impegnare la vostra intelligenza
per non lasciarvi rodere dal tarlo
d’averlo inutilmente dissipato.

Farne tesoro resta un’illusione,
si consuma pur se non sciupato,
stolto pensare d’esserne padrone.
Non si può serbare ciò che scorre,
non v’è maniera di recuperarlo.
Il tempo è perso per definizione.