wordpress visitors

Adesso ve lo dico in confidenza:
a piacere non se ne può disporre.
Per quanto v’affanniate a non sprecarlo,
è inutile tentarne la gestione,
impegnare la vostra intelligenza
per non lasciarvi rodere dal tarlo
d’averlo inutilmente dissipato.

Farne tesoro resta un’illusione,
si consuma pur se non sciupato,
stolto pensare d’esserne padrone.
Non si può serbare ciò che scorre,
non v’è maniera di recuperarlo.
Il tempo è perso per definizione.

Annunci

wordpress visitors

Guardiana dell’ora, in cui fummo attesi
dall’aria, dall’abbaglio che incanta
i neonati, eri lì, premurosa
custode di olivi, di sassi indifesi,
che avemmo sì amati ad alterna dimora.
Tu, già corona, già aroma, l’amico
di Venere, il boschetto pudico,
lì stavi, come un regalo scordato,
incurante del tempo, negletta

addossata al tratturo, la pianta,
il mirto che spera nei santi e nei morti
per essere infine scovato, scartato,
quando diventano i giorni più corti,
svestito della polpa violetta,
quando già d’olio è ricolma la giara,
quando novembre il suo volo ha spiccato,
bevanda ne fa dalle bacche sì cara,
l’infuso, che scalda il cuore alla casa.


wordpress visitors

Ottava tappa, Yuma, deserto d’Arizona,
a dire il vero, un luogo mai raggiunto,
ma navigato spesso da bambino,
col calore che diventa fremebondo,
mentre scende il Colorado alla marina,
e l’epopea del West a far da sfondo.

Ti culla fino a Yuma il mio racconto,
un breve volo accanto al finestrino
(il mezzo giusto al vostro appuntamento
durante il nostro viaggio al Nuovo Mondo),
quando viaggiavo trasognato in treno,
in sala con mio padre, ormai defunto.


wordpress visitors

Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


wordpress visitors

Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


wordpress visitors

In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’ha le radici in essa il tuo limone.


wordpress visitors

Di via Doglie, antica strada di Ercolano, ho già scritto in precedenza. Da essa prese il nome una stazione secondaria della ex Circumvesuviana, il cui nome è stato da qualche anno cambiato in Miglio d’Oro. Per comprendere l’origine del toponimo, essendo privo di senso, oltre che banale, associarla all’italiano “doglie”, mi sono avvalso di una ricerca bibliografica. La zona è di grande interesse storico e archeologico. Ho trovato indicazioni che il nome possa risalire a quello di un insediamento successivo all’eruzione del ’79 d.C.. Infatti, tra novembre 1975 e gennaio 1976, vi sono state ritrovate delle anfore con scheletri, risalenti al IV-V secolo d.C., anche se, in un suo dattiloscritto, lo studioso ercolanese Virgilio Catalano documenta il rinvenimento, già nel marzo 1955, di parte di un muro in opus reticulatum, di resti umani e di materiale fittile, tra cui delle anfore, datandoli come immediatamente anteriori all’eruzione. Comunque stiano le cose, non è escluso che i reperti fittili ritrovati nella zona siano riconducibili, almeno in parte, a contenitori destinati alla conservazione dei liquidi. Va sottolineato che lo stesso Catalano propende per un’origine bizantina del toponimo Resìna, che è il nome medievale di Ercolano, argomentando che potrebbe derivare dalla consuetudine di aromatizzare il vino locale con la resina dei pini, alla maniera del vino greco Ρετσίνα (Retsìna). Com’è noto, il vino veniva conservato dai Romani in grandi giare (dolia). Di qui nasce l’ipotesi che il toponimo “Doglie” possa avere origine da “dolia”. È certo che in alto a destra in una mappa di epoca ottocentesca si può leggere il toponimo Adoglia, che potrebbe anche riferirsi al nome del fiume scomparso, ivi parimenti indicato. Senza voler forzare la mano, la questione rimane, a mio avviso, irrisolta, ma è lo spunto per il componimento odierno.

Quasi vent’anni, prima del ritorno,
ma nel venire fosti incerta a lungo,
e fu il fugace inverno di tua madre
la tacita ragione per restare
in questo luogo dall’etimo non chiaro.
Poi t’affidasti solo a me quel giorno,
dove non era cercandone l’amore,
in questa strada scavata nel lapillo,

tra i resti degli scheletri e le giare,
e tocca adesso a me la sorte uguale.
Sicché, parrebbe sciolta la questione:
era via Dolia, la strada delle giare,
ora è via Doglie, la via dell’afflizione,
così trasposta nel codice locale
per dare esatto il senso del dolore,
che ai vivi assegna l’umana sparizione.


wordpress visitors

Quattro passi nel viale del tramonto,
breve la rincorsa, spregiudicato
il salto, così l’inizio fu segnato:
Quattro Orologi in capo a una discesa,
e non ne resta alcuno a rammentare
che solo quella volta fu percorsa
l’antica passeggiata verso il mare.

Quattro Orologi ed un momento solo,
un tentativo solo registrato,
otto sfere dal congegno arrugginito,
inadeguate ad appuntare il fatto,
quattro frammenti dispersi nel passato,
come un piattello frantumato in volo.
Forse per questo il nome fu cambiato.


wordpress visitors

Andando a destra, su Rue Saint-Honoré,
c’è Rue de l’Arbre-Sec al primo incrocio,
la strada che riesce al lungosenna,
dove la metro si ferma a Pont Neuf.
Andammo lì per cena un poco d’anni fa,
la cena di Parigi a base di Chablis
nella taverna ove facemmo festa,

fontaine-de-la-croix

di fronte alla fontana della Croix,
che vomitava l’acqua da una testa.
Ed è sincero il detto, se quando ci
ritorno chiudo gli occhi: che non ci sei
non vedo, il cuore non mi duole, e pare
la mia festa com’era insieme a te.


wordpress visitors

Febbraio, nessun di te più lesto è mese,
e indifferenti in gocce allegre ignare
disfano i cristalli le tue nevi oppure
in lacrime spietate. Con te di attese
palpitanti così ci giunge la letizia,
così ci coglie uguale la notizia

febbraio

di contingenze malaccette e invise,
le gioie dei natali o le sciagure.
Dunque, perché dell’une è breve in cuore
il lasso, dell’altre vive l’ingiustizia
duratura, scolpita in stille amare,
che solcano del tempo vie sospese?