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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’è radicato in essa il tuo limone.


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Di via Doglie, antica strada di Ercolano, ho già scritto in precedenza. Da essa prese il nome una stazione secondaria della ex Circumvesuviana, il cui nome è stato da qualche anno cambiato in Miglio d’Oro. Per comprendere l’origine del toponimo, essendo privo di senso, oltre che banale, associarla all’italiano “doglie”, mi sono avvalso di una ricerca bibliografica. La zona è di grande interesse storico e archeologico. Ho trovato indicazioni che il nome possa risalire a quello di un insediamento successivo all’eruzione del ’79 d.C.. Infatti, tra novembre 1975 e gennaio 1976, vi sono state ritrovate delle anfore con scheletri, risalenti al IV-V secolo d.C., anche se, in un suo dattiloscritto, lo studioso ercolanese Virgilio Catalano documenta il rinvenimento, già nel marzo 1955, di parte di un muro in opus reticulatum, di resti umani e di materiale fittile, tra cui delle anfore, datandoli come immediatamente anteriori all’eruzione. Comunque stiano le cose, non è escluso che i reperti fittili ritrovati nella zona siano riconducibili, almeno in parte, a contenitori destinati alla conservazione dei liquidi. Va sottolineato che lo stesso Catalano propende per un’origine bizantina del toponimo Resìna, che è il nome medievale di Ercolano, argomentando che potrebbe derivare dalla consuetudine di aromatizzare il vino locale con la resina dei pini, alla maniera del vino greco Ρετσίνα (Retsìna). Com’è noto, il vino veniva conservato dai Romani in grandi giare (dolia). Di qui nasce l’ipotesi che il toponimo “Doglie” possa avere origine da “dolia”. È certo che in alto a destra in una mappa di epoca ottocentesca si può leggere il toponimo Adoglia, che potrebbe anche riferirsi al nome del fiume scomparso, ivi parimenti indicato. Senza voler forzare la mano, la questione rimane, a mio avviso, irrisolta, ma è lo spunto per il componimento odierno.

Quasi vent’anni, prima del ritorno,
ma nel venire fosti incerta a lungo,
e fu il fugace inverno di tua madre
la tacita ragione per restare
in questo luogo dall’etimo non chiaro.
Poi t’affidasti solo a me quel giorno,
dove non era cercandone l’amore,
in questa strada scavata nel lapillo,

tra i resti degli scheletri e le giare,
e tocca adesso a me la sorte uguale.
Sicché, parrebbe sciolta la questione:
era via Dolia, la strada delle giare,
ora è via Doglie, la via dell’afflizione,
così trasposta nel codice locale
per dare esatto il senso del dolore,
che ai vivi assegna l’umana sparizione.


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Quattro passi nel viale del tramonto,
breve la rincorsa, spregiudicato
il salto, così l’inizio fu segnato:
Quattro Orologi in capo a una discesa,
e non ne resta alcuno a rammentare
che solo quella volta fu percorsa
l’antica passeggiata verso il mare.

Quattro Orologi ed un momento solo,
un tentativo solo registrato,
otto sfere dal congegno arrugginito,
inadeguate ad appuntare il fatto,
quattro frammenti dispersi nel passato,
come un piattello frantumato in volo.
Forse per questo il nome fu cambiato.


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Andando a destra, su Rue Saint-Honoré,
c’è Rue de l’Arbre-Sec al primo incrocio,
la strada che riesce al lungosenna,
dove la metro si ferma a Pont Neuf.
Andammo lì per cena un poco d’anni fa,
la cena di Parigi a base di Chablis
nella taverna ove facemmo festa,

fontaine-de-la-croix

di fronte alla fontana della Croix,
che vomitava l’acqua da una testa.
Ed è sincero il detto, se quando ci
ritorno chiudo gli occhi: che non ci sei
non vedo, il cuore non mi duole, e pare
la mia festa com’era insieme a te.


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Febbraio, nessun di te più lesto è mese,
e indifferenti in gocce allegre ignare
disfano i cristalli le tue nevi oppure
in lacrime spietate. Con te di attese
palpitanti così ci giunge la letizia,
così ci coglie uguale la notizia

febbraio

di contingenze malaccette e invise,
le gioie dei natali o le sciagure.
Dunque, perché dell’une è breve in cuore
il lasso, dell’altre vive l’ingiustizia
duratura, scolpita in stille amare,
che solcano del tempo vie sospese?


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Nel treno che passava presso casa
si fece il viaggio uggioso a lungo andare:
tragitto tutto in piedi, senza posa,
lo sballottìo frenetico, l’afrore,
ogni giorno la calca pendolare.
Io preferivo il viaggio lungo il mare,
il treno che procede in lenta danza,
incede nella flemma senza orario,
poche stazioni, posti in abbondanza.

railroad-train-hopper

Così feci a ritroso dentro gli anni
il viaggio di quand’ero uno studente,
lungo il frastaglio fosco della costa,
fino alla spiaggia nera di Resina,
del tuo gioco perenne intercalare,
la sabbia che schizzasti da bambina:
fermata di quel treno inesistente,
ormai della mia mente certa sosta.
Da tempo vivo lì, e più non viaggio.


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Tabula rasa, il gelo senza un’orma
giace all’inverno torpido dei crochi,
all'ingiuria dei passi stesi inermi,
in un cristallo limpido appuntati.
Tenera coltre, languido trastullo,
ancora dolce m’abbaglia il tuo candore,
che sottoterra abbevera le tane,

14-gennaio-1979

dell’acqua l’ineffabile sapore,
disciolto nella vita stilla a stilla!
Poi nulla o poco, al dunque, mi rimane,
di giovinezza infuso, antico ardore,
o neve di piantaggini montane,
lieve alla terra, grave per il cuore,
cui già si placa la sete dell’argilla.

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Fosti spigliata e disinvolta a Pilo.
Velata in giacca a vento a malapena,
(colore verde, come la speranza,
che l'indossassi ancora s'era illusa),
le tue grazie le ostentasti generosa,
la meraviglia nuda messa in scena.
Altro che senza braccia e drappeggiata 
la distaccata Venere di Milo,
altro che in freddo marmo l'Afrodite!

donna-nuda-sulla-spaggia-de-chirico

Non c'è sbaglio, l’attestano le foto,
dove ti stagli scolpita nel tramonto,
ritratta nelle immagini sbiadite
d’un testimone attinto da fortuna.
Tu, callipigia diva delle spume,
non osannata in leggendario mito,
non celebrata neanche in un dipinto,
da chi baciasti solo venerata!

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Se ci ripenso, viaggiammo poche volte
in treno: la vaporiera a Tilden Park,
la Pasqua in Costa Azzurra, la BART
in California nel fine settimana;
se necessario, il treno sotto casa,
le rapide trasferte in Vesuviana.
I nostri sogni viaggiarono più spesso,
la notte, normalmente, in cantilena,
sui binari che sognarono i Borbone,
dov’è la Villa Favorita e il porto,
la ferrovia diretta a meridione.

porto-a-villa-favorita

Dev’essere accaduto appunto lì che
lungo il mare in fretta sei discesa.
Ho qui la borsa, gli abiti, i belletti,
la regola dei baci ed altri effetti,
le cose, la cui storia fu interrotta,
insomma, tutte messe in inventario,
cui dà senso soltanto chi t’aspetta.
Ma non lo sento più la notte un rombo,
il ferro che prorompe nel piperno,
e più non s’abbandona ad esso il sonno.