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Che voi l’abbiate scelto per pigrizia
o per premura davvero poco importa,
però vi devo proprio ringraziare
per non avermi accolto nel consesso;
d’avermi dato l’agio di volare
senza sentirmi parte del complesso,
senza potermi, al caso, consultare,
conoscere la chimica ed il sesso.

In tanta diligenza mi conforta
d’avere burattato l’amicizia
– o ciò che ad essa simile m’appare –
tra chi, sua sponte, m’ha invitato spesso
a navigar montagne oppure il mare,
tra l’alba ed il tramonto antico nesso,
mistero dell’umano trapassare
dall’apice al fittone del cipresso.


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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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Poi ci sorprende sempre lo stupore,
se tra le more, ancora, generosa,
tra i puntuali addobbi dell’estate,
nel lilla dei garofani montani,
insinuati nelle rime del calcare,
nei gigli rosso-arancio a fine giugno,
nel verde coraggiose pennellate,
nella toccante argilla dei castagni,
del ristoro dei fuochi pure accesa,
tra i gigli delle spiagge più infuocate,
dove indistinti stemmo nel bagliore,

che d’albe e di tramonti veste il cielo,
– ahi, illusi quanto fummo, di carpire
quel segreto invano quanto ardimmo!
(o n’eravamo, forse, primi attori,
o addirittura, ignari, proprio artefici?) –
delle emozioni, insomma, accantonate
allora che un ritaglio ricompare,
si ripropone nuova, come prima,
la rosa che cogliemmo silenziosa,
con l’anima d’un fiore antica rima.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Ho letto di buon grado tante formule.
Di fatto non conosco che teoremi
e postulati. Sicché mi pare futile,
spaccio di bagattelle sconvenevole,
a conti fatti, poiesi di blasfemi,

lo smercio a basso prezzo di parole
sul volo ammaliatore di libellule.
Via dai cliché, scansatele le trappole,
ancora esiste l’odore delle viole
oltre gli specchi che adescano le allodole?


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Stamani, nella mia quotidiana e ristoratrice passeggiata nei pascoli di Facebook, incappo nella pagina, di cui sono, a tempo perso, un lettore, Poesia, di Luigia Sorrentino (sito ufficiale), che rimanda all’omonimo blog. L’amministratrice, che presumo essere la suddetta signora, in occasione di non so quale ricorrenza, propone un articoletto. In esso, tra l’altro, invita i lettori e, tra questi, coloro che sono stati, a suo insindacabile giudizio, reputati degni di attenzione nel suo blog, a rendere noto l’incremento di felicità che hanno sperimentato nel corso degli anni di esistenza della pagina, per festeggiare, appunto, la succitata ricorrenza. Nel passo finale si legge: “Forse è venuto il momento di chiedere a chi legge questo post, a chi è transitato sul blog, con un post a lui / lei/ voi / dedicato, con dedizione da parte di chi ci ha lavorato, come è diventata la vostra vita, come è cambiata…. chi siete oggi? Insomma, vi chiedo di dirmi se questo blog ha contribuito a rendervi un po’ felici.”
Ho commentato: “Solo tanta infelicità”, rimandando alla mia recente Se mai, di cui credo siano comprensibili il senso e l’ironia. Dopo alcuni minuti il mio commento è stato cancellato. Ho ulteriormente commentato: “Si può essere solo felici per non vedere cancellati i propri commenti?”. Il risultato è stato che la nostra procreatrice di felicità, della quale, evidentemente, non si può dire che pecchi di 
autostima, ha reso invisibile quanto da lei scritto. A me, non ai felici che possono ancora leggere, coloro ai quali la signora ha fatto cambiare la vita, insomma. Ecco, Luigia Sorrentino appartiene decisamente al genere di persone, alle quali, anni fa, indirizzavo I poeti di cui sopra e, più recentemente, Lo strale. Lo so, adesso direte che sono un provocatore.


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Se mai dovesse essere premiata,
meglio se lo fosse che son vivo.
Idea garbata, certo, non lo nego,
ma mi parrebbe proprio una disdetta,
dal punto mio di vista, un’occasione
persa, un’altra, un pizzico sprecata,
per come la considera il mio io,
se fossi morto in quella data.
Se fossi assente, meglio, magari
a fare compere al mercato, olive,
melanzane, peperoncini verdi

– i friggitelli – in rosso-pomodoro,
e mozzarella fresca di giornata,
il pranzo per la festa, insomma,
ma d’estate, oppure, addirittura
meglio, per una pista non battuta
perso, all’ennesimo orizzonte
divagante, ubriacato dal profumo
delle essenze, e silenziosa, lieve,
in pari modo in aria fluttuante,
– se mai dovesse essere premiata –
la parola – che sorpresa! – ripagata.


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Non rilassante, neanche duratura,
vacanza in tenda ed aria di tempesta,
le code, l’acqua gialla di Vignola,
Caprera, Maddalena e Capo Testa,
e fu conclusa presto l’avventura.
Così fu quell’estate di Gallura,
proposta da un compagno della scuola,
e poi servì del tempo a digerire,
a far placare il senso di sventura.
Ci occorsero vent’anni per scoprire,

lungo la stessa costa, Valledoria,
propaggine marina dell’Anglona,
e i tronchi fatti pietra, il paleolitico,
le selci lavorate di riu Altana,
che abbandonammo forse a peggior gloria.
Sarebbe stata ancora una memoria,
il giusto souvenir della stagione,
lasciato lì per zelo, un gesto illogico,
compiuto per eccesso d’attenzione.


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Lasciateli stare!
Lasciateli andare
gli armenti che trasmigrano,
le greggi sofferenti
in transumanza al mare,
che cambiano vestito
come cambiano i venti,
che pascolano nel mito
(il che non è campare),
che i loro versi effondono
richiami onnipresenti,
che i loro gridi versano
nei fiumi e attingono
dai pozzi mirabilie,

su fogli di papiro
impresse a peso d’oro,
e un tuffo a piedi uniti
è il miglior volo.
Lasciateli andare!
Non v’interessano
i cantori che tacciono,
che nella vita perdono
(pure a briscola, garantito!),
che affidano al fato
i monumenti cari,
che lasciano che si sfacciano,
mentre parlano ai muri?


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In fondo mai l’avremmo fatta insieme
la pista che traguarda la penisola,
partendo dalla piazza a Bomerano
fino ai gradini bianchi di Nocelle,
la scarpinata al sole a Positano.
Sicché, fu solamente un sopralluogo,
uno degli anni di Castellammare,
per l’escursione nel corso d’un’estate,

messa in lista tra quelle da rubare,
una licenza delle nostre concordate,
di cui farti gustare il resoconto
scorrendone le foto ad una ad una.
Magari col compagno di tanti anni,
che ciò che si può solo ormai sognare
nella nenia del rimpianto ben l’intenda,
lo sappia nel ricordo indovinare.