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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.

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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Trovato alla stazione il primo anello,
prima di te scomparso quel monile,
della tua eclissi inutile segnale,
le griffe ripiegate sui turchesi,
la frivolezza giusta sul tuo dito
per tre decenni e mezzo e pochi mesi.
Venne subito il secondo, formale,
come d’uso, con un riferimento
inciso, e terzo il celebrato argento,
nomi e date confermati, naturale,
il pegno consegnato alla mia cura,
due cerchi d’oro, un solo anniversario.
Il quarto fu comprato dai Navajo,
argento indiano, a intarsio decorato,
e anch’esso di fattura artigianale,

il quinto, ingemmato col coppale,
modello d’un’estate al Gran Bazar,
visto in vetrina, prezioso lì lasciato,
in memoria d’un viaggio irripetuto,
che non fu il solo, a onor del vero,
vino versato, invecchiato nel boccale.
Il sesto fu un gioiello appassionato,
con gli orecchini in tono, di corallo,
che ad amorose mani fu assegnato.
Ma non conosci il settimo sigillo,
il corindone azzurro in una chiostra
di diamanti – le rose coroné
di taglio antico, in stile novecento –
e una ghirlanda intorno di smeraldi.


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Che sia ben poca cosa
è controverso affare.
Occorre un solo istante
ad affidarla fiore
al tempo che l’ha erosa.

Eppure non è cosa
che si risolve in niente,
se basta un espediente,
solo una consonante,
per tramutarla in rosa.


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Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


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Riecco il chiodo fisso,
monotono pensiero,
per niente passeggero,
come un cartello affisso,
fissato con il bisso.
Difficile fermarlo
un rosicante tarlo,
un invadente intruso,

a intrufolarsi aduso,
pignolo come un chiurlo,
un trapanante urlo.
Dunque, sarei severo,
ma sto in silenzio e glisso.
Se sento poi che sclero,
del vento più leggero
finisce che m’eclisso.


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Dalla mobilia vecchia, ormai in disuso,
scamparono le sedie da cucina,
paglia di Vienna la seduta, spesso
da riparare, ridotte fuori uso,
per l’utilizzo improprio, per l’eccesso
passionale nell’ora mattutina.
Sull’intreccio destinato per l’espresso,
nei fine-settimana di riposo,
la regola intrigante dell’amplesso,
a volte pure un’agile sveltina.

Ora tu penseresti “Non è da te
senza pudore rivelar l’amore,
quest’attrazione nostra un tanto osé.”
A dire il vero, non me ne interesso,
più non indulgo al gioco del perché,
e la mattina, da solo col mio tè,
le guardo quattro sedie da cucina
che sembrano sciupate senza sesso,
senza l’usanza del trascorso ardore,
bollente come il rito del caffè.


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Rovistando in una ressa di chincaglie,
messe da parte per l’atavica mania
di non buttarle come inutili ferraglie,
ma di tenerle in serbo in un cassetto
d’una vecchia e malridotta scrivania,
in un astuccio, in un rozzo cofanetto,
del nostro tempo irrilevante spia,
ecco – dovesse la memoria far difetto –
d’una storica valigia le due chiavi,
uno dei tanti bagagli di famiglia,
facile preda a casa di tua figlia,
rapina occasionale, ladri ignavi.
Perdute, un giorno, e presto riottenute

nuove di zecca, per corrispondenza,
– una storia forse degna d’uno scritto –
meraviglia di maniere sconosciute.
Sacrificarle, dunque, immantinente,
bruciare senza un filo di clemenza
d’una vicenda il documento schietto,
visto che non ne ha scopo l’esistenza,
che alberga adesso in una sola mente?
Però, come arrogarsi un tal diritto,
se della vita siamo l’accidente,
retorica, sfuggente fantasia,
di ciò ch’è ignoto eccesso di presenza,
più di due chiavi breve, inconsistente?


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Guardiana dell’ora, in cui fummo attesi
dall’aria, dall’abbaglio che incanta
i neonati, eri lì, premurosa
custode di olivi, di sassi indifesi,
che avemmo sì amati ad alterna dimora.
Tu, già corona, già aroma, l’amico
di Venere, il boschetto pudico,
lì stavi, come un regalo scordato,
incurante del tempo, negletta

addossata al tratturo, la pianta,
il mirto che spera nei santi e nei morti
per essere infine scovato, scartato,
quando diventano i giorni più corti,
svestito della polpa violetta,
quando già d’olio è ricolma la giara,
quando novembre il suo volo ha spiccato,
bevanda ne fa dalle bacche sì cara,
l’infuso, che scalda il cuore alla casa.


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Qualche giorno fa, in seguito a una ricerca alla quale sono stato invogliato dalla pubblicazione della foto di un’ùpupa da parte di un mio contatto di Facebook, ho rinvenuto accidentalmente in internet il numero 3 dell’eMagazine annuale (qui il link per accedervi) pubblicato dal sito LaRecherche.it, che è amministrato dall’omonima associazione culturale. A LaRecherche fui richiesto di iscrivermi in occasione della partecipazione all’edizione 2015 del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie, riservato a opere inedite, su carta o sul web. L’iter del concorso, costellato di ingenuità organizzative, fu controverso e contorto. In breve, secondo quanto mi fu dato di capire, a ogni autore fu attribuito un punteggio. In base a questo, in un primo momento, fui estromesso dalla fase finale, nella quale, poi, rientrai, in seguito all’esclusione di autori che mi precedevano, per essere, infine, riescluso. Il fatto che io e gli altri partecipanti venissimo aggiornati in itinere sulle modifiche di graduatoria diede al concorso una connotazione di estrema improvvisazione.

– Che c’entra l’ùpupa? – vi chiederete. Ebbene, nella poesia che inviai, Inventario, regolarmente pubblicata sul blog, c’è un riferimento a questo uccello, che ho avuto la fortuna di avvistare in natura in un paio di occasioni, una volta perfino due esemplari insieme. L’avevo resa temporaneamente inaccessibile in vista della mia partecipazione al concorso, ma fui ugualmente escluso, perché essa era visibile, a mia insaputa, sul sito web della rivista Poeti e Poesia, al quale l’avevo inviata per partecipare ad un concorso precedente, dall’esito ugualmente sfavorevole. Per inciso, Elio Pecora, direttore di Poeti e Poesia, faceva parte anche della giuria del Premio Letterario Il Giardino di Babuk. Ora trovo casualmente l’Inventario, che pare magicamente scomparsa dal sito di Poeti e Poesia, a pagina 53 dell’eMagazine de la Recherche.it. È pur vero che, periodicamente, la Recherche.it mi invia aggiornamenti sulle sue edizioni digitali; tuttavia, non ho ricevuto alcuna comunicazione personale dell’avvenuta pubblicazione. E sia. A quanto pare la prassi, consolidata, stando a ciò che è accaduto a me, di non informare l’autore in maniera diretta è da accettare come effetto collaterale del proliferare dell’editoria digitale. Nella fattispecie, resto col dubbio che si tratti di una trappola messa pretestuosamente in atto per estromettere da un concorso potenziali concorrenti, in quanto consente di considerarne le opere come edite, a discrezione degli organizzatori, pur risultando esse pubblicate sul web in maniera disorganica e all’insaputa dell’autore. Ma questa è una parte del problema sulla quale non m’interessa per ora soffermarmi. Voglio, invece, cogliere l’occasione per raccontarvi un altro episodio, di cui io e l’ùpupa, per sua fortuna ignara, siamo stati attori.

Poco tempo dopo la partecipazione al concorso indetto da Poeti e Poesia fui contattato da un responsabile della casa editrice Pagine, a cui fa riferimento la rivista suddetta. Come contropartita di un mio impegno economico, intorno ai 200 €, se ben ricordo, mi fu offerto di pubblicare l’Inventario in antologia e di avere visibilità in uno spazio web che la casa editrice riserva ai suoi autori. Già questa proposta, di per sé, mi avrebbe indotto a rifiutare. Ma c’è dell’altro. Il signore che mi telefonò, forse cercando di lusingarmi per invogliarmi ad accettare, si avventurò nella recitazione: “Dove ho sepolto la pupa…”. Disattenzione o ignoranza? Se avete avuto la premura di leggere la poesia, potrete farvene un’idea e immaginare la mia risposta. Comprenderete anche cosa, insieme con altre ragioni, mi rende titubante a pubblicare in edizioni cartacee, per le quali mi viene richiesto, a vario titolo, un contributo economico, e m’induce a valutare con estrema cautela la partecipazione ai concorsi.