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Il treno che arriva al quarto binario,
la calca che scende all’ora prevista,
il mondo, d’intorno, insignificante,
e tutto pare che avvenga per caso:
alle spalle ti prende, alla sprovvista,
il cuore in tumulto, l’aria smarrita.
Però fu fissato per tempo l’orario,
il luogo – pare – ancor prima deciso.
Insomma, ci fu un’accorta regia,

infanzia, chimica, od altro accidente,
in questo modo dà il ciak la vita,
– chi dice destino, chi dice caso.
Siamo alle solite, visione duplice,
sempre dettata da legge non scritta.
Davvero importa chi fosse l’artefice,
se infine tracima nella poesia
l’amata anticaglia dalla soffitta?


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Sai, la troverai cambiata, stravolta,
il tempo inesorabile trascorso
da quando sacro fu prescelto il luogo
– il trucco congegnato da Minerva –
e stava un po’ più avanti, lungo il corso,
il tempio della scienza che fu scena.
La stazione d’un tempo sta sconvolta,
lo spazio cui volava la mattina
una canzone di nuvole barocche.

Ma via Milano è quella d’una volta
– metafora potente della vita –
sulla piazza dei traffici s’innerva,
sulla destra, prosegui fino in fondo,
poi l’isola che fu l’intero mondo,
dell’incontro la stanza abbandonata,
a cui ti lega viva una catena.
Lì la strada finisce senza uscita.


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Scusate se m’induce in tentazione
l’evento leggendario da curare,
del grande avvenimento l’illusione,
che chi che sia non osi trascurare.
Ma quattro gatti sono intervenuti,
non hanno rinunciato all’occasione,

ha disdegnato lo storico momento
finanche chi giurò di non mancare.
Altra serata, identico copione,
nella saletta tutti benvenuti,
noncuranti d’un noto appuntamento,
erano in otto in tutto i convenuti!


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A oltre sei anni di distanza da La ruggine degli aghi, una seconda raccolta di poesie è stata nei giorni scorsi pubblicata da Guida Editori, con la prefazione di Matteo Palumbo. Matteo è anche intervenuto alla prima presentazione, che si è tenuta il 18 dicembre presso la casa editrice in via Bisignano 11 a Napoli. Vi invito a seguire il link di Facebook, al quale si può leggere la Prefazione.

Se foste interessati ad ottenere una copia del libro, siete pregati di mettervi in contatto con me lasciando un breve messaggio tra i commenti. Sarà mia cura ricontattarvi tramite il vostro indirizzo di posta elettronica (che non sarà visibile, ma dovrà essere inserito perché lasciate un commento). Sarà anche possibile contattarmi tramite l’apposito pulsante, in alto a destra nella pagina di Facebook dedicata a L’amaro delle noci. A Natale regalate poesia!


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“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia sostenuta dall’esperienza e dall’osservazione dovremmo porgli la domanda seguente: puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile che, effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria? Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria, allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi osservazione particolare offra sostegno empirico alla tua teoria. Oppure, per dirla in breve: solo se puoi dirmi in che modo la tua teoria può essere confutata o falsificata, possiamo accettare la pretesa che la tua teoria abbia il carattere di una teoria empirica.”

Questa è la summa del pensiero di Karl Popper, filosofo austriaco del secolo scorso, secondo il quale ogni teoria, per essere considerata “scientifica”, deve rispondere al principio di confutabilità. In altri termini, quando si voglia affermare la scientificità di una teoria, non serve escogitare esperimenti che possano confermarla, in quanto se ne troverebbero a volontà, bensì occorre ideare almeno un esperimento che possa dimostrarne l’erroneità.

Perché vi dico questo? No, non per annoiarvi con un’ulteriore discussione su cosa sia scienza e su cosa non lo sia. Lo faccio, invece, per esporre scherzosamente una delle ragioni che di recente mi hanno indotto a partecipare alla prima edizione del concorso “Poesia a Napoli“, indetto da Guida editori. Chi mi segue sa già che in più di un’occasione ho preso le distanze da premi e concorsi. Però, essendo di formazione scientifica, ritengo che mettersi in discussione sia una buona pratica e, con tutti i miei limiti, sono disposto a rivedere ciò che penso. Non che le mie “confutazioni” vadano sempre a buon fine, ma in questo caso sì: mi è stato assegnato il primo premio per la poesia in lingua italiana ex aequo con Giovanni Perri con la seguente motivazione: “Le poesie di Raffaele Ragone sono tutte contenute, e direi persino esibite (anche visivamente), in una loro rigorosa compostezza formale. Poesia, infatti, di struttura centripeta, senza sbavature né eccessi, fatta di versi che puntano alla misura classica dell’endecasillabo, dentro la quale però brulicano le insorgenze della realtà, tenute sotto controllo da uno stile raffinato, non esente, a volte, da sottile ironia”. I testi dei finalisti sono stati raccolti in una piccola antologia, edita, appunto, da Guida editori, che vi invito ad acquistare, in quanto mi pare un bel panorama sulla poesia contemporanea, anche se di autori non notissimi ad un pubblico più vasto. Cosa concludere? La mia idea non cambia – una rondine non fa primavera – ma, almeno in casi selezionati, vale la pena di tentare anche la strada dei premi. Magari in futuro insisterò nel confutarmi.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Qui non ci pare il tempo sia trascorso,
ancor c’invita il varco principale,
dove l’esordio nostro fu sancito,
e siamo oltre, ai piè della Minerva,
tra gli emicicli diva della scienza,
cui stancamente uno scalone sale.
Or risaliamo ancora quelle scale,
ove svetta sui gradini la Sapienza,
sul freddo di sedili improvvisati
di calme tregue al sole di studenti,

Scalone della Minervala-minervaaula-di-chimica

fin dove scura spicca un’iscrizione,
resiste indenne ad ogni indifferenza
sopra il viavai che popola la corte,
di ciò ch’è già successo smemorata,
or che al remoto scorre l’esistenza,
e alla sinistra la chimica dispone,
l’artefice di più di un’esperienza.
Qui ci sorprende – entrati – l’emozione
dei nostri padri seduti negli scanni,
al fianco nostro alla lezione attenti.


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Nei muri, chissà se resta memoria.
Tutti scomparsi, finestre deserte,
porte rinchiuse, il luogo in totale
altrove emigrato, finanche assente
chi seppe per primo che qualcosa
accadeva alla villa di Pollio Felice,
scendendo tra sassi alla rotta marina,
– nei sassi, chissà se resta memoria –
di cui fu Giovanna vogliosa regina,

people

per cui la scienza fu scusa, dal niente
qualcosa, alchemicamente, in parte
eludente la legge che serba costante
ogni cosa, tornato in eterno nel niente.
Anche tu, come non ci fossi passata.
Un altro indizio è la strada che sale:
ben nota a chi visse l’accidente fatale,
sul lato destro è scritta la storia.


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Cinquant’anni, la stessa filastrocca,
una solfa di santuari da una stazione
all’altra. Il viaggio nutre l’illusione,
diluisce l’accaduto nel tragitto,
il momento diventa situazione.

commuter rail

L’evidenza dell’evento si fa astratta,
il placebo del ricordo convinzione.
Tempo diverso, uguale l’occasione,
quasi la storia non fosse bell’e scritta.


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Amore mio, la gioventù,
che fremito scoprirti,
invitarti un dì per caso
a prendere un caffè,
ben presto poi smarrirti,
quasi dimenticarti.
Amore mio, la gioventù,
che giubilo incontrarti
di nuovo tempo dopo,
conoscerti daccapo,
guardarti di nascosto,
non intuendo d’essere guardato.
Amore mio, la gioventù,
che brivido inseguirti,
averti come idea,

Scalone della Minerva

pretenderti, cercarti,
tentare di travolgerti
ed essere travolto.
Amore mio, la gioventù,
che palpito, amarti
che mareggio e, infine,
l’imprevisto di sognarti,
finanche essendo certo
di non essere sognato.
Amore mio, la gioventù,
che fulmine, che volo
di farfalla, che refolo
di vento averti accanto,
amarti, stordimento,
che non ritorna più.