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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Qui non ci pare il tempo sia trascorso,
ancor c’invita il varco principale,
dove l’esordio nostro fu sancito,
e siamo oltre, ai piè della Minerva,
tra gli emicicli diva della scienza,
cui stancamente uno scalone sale.
Or risaliamo ancora quelle scale,
ove svetta sui gradini la Sapienza,
sul freddo di sedili improvvisati
di calme tregue al sole di studenti,

Scalone della Minervala-minervaaula-di-chimica

fin dove scura spicca un’iscrizione,
resiste indenne ad ogni indifferenza
sopra il viavai che popola la corte,
di ciò ch’è già successo smemorata,
or che al remoto scorre l’esistenza,
e alla sinistra la chimica dispone,
l’artefice di più di un’esperienza.
Qui ci sorprende – entrati – l’emozione
dei nostri padri seduti negli scanni,
al fianco nostro alla lezione attenti.


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Nei muri, chissà se resta memoria.
Tutti scomparsi, finestre deserte,
porte rinchiuse, il luogo in totale
altrove emigrato, finanche assente
chi seppe per primo che qualcosa
accadeva alla villa di Pollio Felice,
scendendo tra sassi alla rotta marina,
– nei sassi, chissà se resta memoria –
di cui fu Giovanna vogliosa regina,

people

per cui la scienza fu scusa, dal niente
qualcosa, alchemicamente, in parte
eludente la legge che serba costante
ogni cosa, tornato in eterno nel niente.
Anche tu, come non ci fossi passata.
Un altro indizio è la strada che sale:
ben nota a chi visse l’accidente fatale,
sul lato destro è scritta la storia.


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Cinquant’anni, la stessa filastrocca,
una solfa di santuari da una stazione
all’altra. Il viaggio nutre l’illusione,
diluisce l’accaduto nel tragitto,
il momento diventa situazione.

commuter rail

L’evidenza dell’evento si fa astratta,
il placebo del ricordo convinzione.
Tempo diverso, uguale l’occasione,
quasi la storia non fosse bell’e scritta.


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Amore mio, la gioventù,
che fremito scoprirti,
invitarti un dì per caso
a prendere un caffè,
ben presto poi smarrirti,
quasi dimenticarti.
Amore mio, la gioventù,
che giubilo incontrarti
di nuovo tempo dopo,
conoscerti daccapo,
guardarti di nascosto,
non intuendo d’essere guardato.
Amore mio, la gioventù,
che brivido inseguirti,
averti come idea,

Scalone della Minerva

pretenderti, cercarti,
tentare di travolgerti
ed essere travolto.
Amore mio, la gioventù,
che palpito, amarti
che mareggio e, infine,
l’imprevisto di sognarti,
finanche essendo certo
di non essere sognato.
Amore mio, la gioventù,
che fulmine, che volo
di farfalla, che refolo
di vento averti accanto,
amarti, stordimento,
che non ritorna più.


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Di qui portava un varco nell’ignoto,
la scienza che riecheggia nella lava,
la sapienza che s’incava nel piperno.
La guida, certo, n’ebbe conto, ma
se ne finse ignara. Aveva il piglio
del padre, che conforto reca al figlio,
quand’oscuro s’intravede il suo futuro.
Poi, giunse il viatico, quindi fui perso.

Istituto chimico

Dopo m’attese il dardo già scoccato,
che sulla scena irrompe degli astanti
e segna al tempo il verso, scandendo
all’universo la durata. Le tue fattezze,
insomma, e manovrato da Cupido
un marchingegno, che contrassegna,
pare, il passo in questa vita dei mortali.
E noi ne fummo intento incontroverso.


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E finalmente l’ho vista arrivare, volare,
memoria svanita, rapita alle acque
segrete del fiume, al suo fiume tornare.

Guardiana del tempo negletta, tornare
l’ho vista, guardare la vita, la storia
di tutti negli occhi l’ho vista fissare.

Nilo e Sfinge

Scomparsa da cinque decenni, scrutare
l’ho vista d’incanto la vita dispersa,
la storia scolpita, la nostra, osservare,
come di vista non l’avesse mai persa.

Ghirlanda sul capo, l’ho vista volare,
cantare ammantata di seta l’ho udita,
la Sfinge del Nilo, intenta a vegliare,
inventare – m’è parso – guardarci la vita.


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Del Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page fu autore mio padre, poco tempo prima della sua morte. Sulla base di un’accurata analisi filologica della famosa e controversa ode di Saffo, di cui la rivista ZETESIS propone diverse traduzioni, Melchiorre Ragone perviene ad una interpretazione nuova ed originale. Di questa pubblicazione conosco la storia fin dalle origini, quando accompagnai mio padre a Napoli alla ricerca di una casa editrice. Di ciò ho parlato altrove in questo blog, in Via della Quercia e in Via Ventaglieri. Con mia grande sorpresa, diversi anni dopo, ne rintracciai una copia nella Doe Library dell’Università di Berkeley, dove mi recai in una sorta di pellegrinaggio filiale fino allo scaffale nel quale era custodita. A tale episodio faccio accenno ne La festa. Incidentalmente, tutte e tre queste mie poesie sono state pubblicate ne La ruggine degli aghi. Di recente, infine, sono stato invitato da Carmen Matarazzo alla presentazione di un saggio sull’ode ad opera di Walter Iorio, che ne ha parlato in Un brivido lungo la schiena – L’arcano insoluto dell’ode sublime presso il Liceo Classico Plinio Seniore di Castellammare di Stabia, dove mi è stato chiesto di commemorare brevemente l’opera di Melchiorre Ragone. In questa occasione mi è venuta l’idea di scrivere i versi che vi propongo:

E conversando a lungo di un’ode tralasciata,
ricomposta in un frammento di scoliasti,
che per progetti un tempo stette concepito
lasciati disattesi, ecco, discerno adesso
la mano del commiato, e già ripenso il rito

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consumato nel futuro, il salmo che intonasti
in un’edicola straniera, cui mi sospinse
un piano insospettato, e d’ellera te cinta,
Saffo, alla passione consorte intemerata!


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Da quell’intarsio elementare non tolse
uno soltanto il caso dei suoi tasselli astrali
alla quasi diafana vicenda che ci avvolse,
al dilungarsi atroce dei tuoi terreni mali,
all’inquietudine, che tanto mi distolse
spesso – ahi! – dalle misure esistenziali,
che dall’incanto solco scritto mi distrasse

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architettato, forse, per l’alchimie tra Naiadi
ed Eràcle che allora di rusco e di ginestre
al tuo sorriso schietto sopravvenni novità
per strane formule riposte, e d’infantili attese
per repentine strade avita messaggera corse
la riva di Parthenope, se sopraggiunsi libertà
al tuo saluto aperto da balconi e da finestre!


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S’adagia ormai lontano il mio pensiero
tra le tue membra gravide d’incanto,
fino alla festa d’Istanbul, fino al canto
di quella sola nostra luna, nel mistero
che ti devo d’un anello d’ambra e d’oro,
che nel racconto d’altri m’appartiene,
o Parthenope, in cui dissimulo l’inganno,di cui l’umana cura adesso a me conviene.
E la tua voce suona – “Dove andiamo?” –,
s’infrange al mio silenzio il tuo stupore
di sirena. E come dirti, come, che dove
il cosmo andava volgesse il nostro viaggio,
che accanto allora a me t’avevo almeno,
e ov’esso si compiva, adesso sei distante!