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Magari in questi lidi millenari
ha una vicenda, ognuno, personale
un angolo, magari – chissà quale –
teatro del futuro da venire,
cui s’ebbe puntuale la risposta,
ma ignota alle ribalte popolari.
E dunque, c’è chi scruta il litorale,
dove s’incurva l’arco della costa
nell’alternarsi liquido dei fari,

chi punta tra le luci un cannocchiale
lungh’essa la memoria dei binari,
cercando nelle tenebre una sosta
– il teatro di tempi leggendari –
forse un dettaglio oscuro da chiarire,
un arcano cui manca la risposta,
il cui richiamo echeggia ormai fatale.
Sovente lo si scorge all’imbrunire,
s’orienta con il palpito dei fari.


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E dunque, non può esserci altra chiave,
che della vita al fine non risponda,
ma un tempo che la mente non rimuove
tu lo sapevi, padre, che gli scavi
s’addossano ad un varco verso il mare,
che in fondo c’è la rena d’una rada?
Io lo credetti un luogo d’invenzione,
un modo allegro di condurre al nulla,
un’amorosa scaltra interpunzione,

rifugio contr’un lungo canzonare.
Ma di perdute infanzie fu l’altare,
e tu non conoscesti la fanciulla,
la mano che aspettava la stagione
per correre lungh’esso verso il mare.
Pur devo forse a te la giusta strada,
il solco in mezzo ai palpiti degli avi,
or ch’è tempesta il frangersi dell’onda,
or che la sera al porto suo digrada.


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Or non importa il giorno, non il tempo
– se plumbeo o sereno – né quale
il rito – lo stesso, sempre uguale –
del nostro arrivederci quotidiano,
però, di tante volte alla stazione,
incisa resta quella nel ricordo.
Io con lo sguardo a lungo t’ho seguita,
spedita nel tuo passo vesuviano,

già schiava alle inquietudini del giorno.
Così ti persi lungo la salita,
ologramma sublimato dal reale,
immagine distolta dal contorno,
se adesso non è più che condizione
quel che fu forse allora un contrattempo,
se solo è una chimera il tuo ritorno,
se resti noncurante d’ogni accordo.


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A casa tornavamo andando piano,
– per vivere più a lungo l’invenzione,
che a far da freno al tempo non servì –
e stava a nord la Sella del Cavallo,
dove i tuoi sogni vissero bambini
e i nostri stan segnati in calendario.
Il sogno americano leggendario,

il mare della Grecia di cristallo,
Parigi di frequente in aeroplano
e d’Istanbul la vergine emozione…
Ahi! Brucia l’inguaribile ferita
– l’illusione che scorre al ralenti,
da scendere milioni di gradini –
or che geloso il tempo ti ha rapita!


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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.


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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Da bambino mio nonno mi portava spesso in giro, soprattutto a Napoli, dove andavamo al Teatro San Carlo. Ci spostavamo da Castellammare con la Circumvesuviana, storico treno locale. Tra le tante fermate, una più delle altre mi è rimasta nella memoria, quella di Pugliano, che, dalla piazza principale di Resina, come si è chiamata Ercolano fino al 1969, s’affacciava sul mercato delle pezze. Ricordo che una volta, però, andammo fin sul cratere del Vesuvio, dove vidi perfino, ancora in funzione, l’antica funicolare della canzone Funiculì funiculà, musicata, tra l’altro, dallo stabiese Luigi Denza.

Confesso che le mie idee sull’esistenza di mezzi pubblici che da Resina portassero al Vesuvio sono state sempre un po’ vaghe, nonostante Anna Maria fosse originaria del luogo. Ho creduto che la funicolare fosse l’unico mezzo di trasporto, fin quando un mio fratello geologo, appassionato della storia del Vesuvio, non mi disse, diversi anni fa, che il tratto iniziale della strada che oggi porta al cratere è pressoché coincidente con il tracciato della ferrovia del Vesuvio. Ma anche su questo le mie idee non erano chiare. Solo da quando ho smesso di lavorare ho cominciato ad avere maggiore interesse per la cosa. Ebbene, ora so che dai primi del ‘900 fino a metà degli anni cinquanta, nelle immediate adiacenze della fermata di Pugliano, ci fu il capolinea della Ferrovia del Vesuvio, che da Resina raggiungeva la stazione inferiore della funicolare.

A questo aggiungo che, di recente, è venuta a Ercolano Maria Pace Ottieri, che, per richiesta di un comune amico, Eugenio Lucrezi, ho avuto il piacere di accompagnare nel corso della sua breve incursione nel territorio vesuviano. Abbiamo visitato il parco della Villa Campolieto e il parco sul mare della Villa Favorita. Poi siamo stati sul Vesuvio, nella frazione di San Vito, nei cui pressi pochi anni fa è stata ristrutturata, ma oggi è in stato di completo abbandono, la stazione superiore della Ferrovia del Vesuvio. Da lì aveva inizio il tratto a cremagliera che portava fino alla stazione inferiore della funicolare. Il tema del componimento di oggi è, appunto, la Ferrovia del Vesuvio, sulla quale potrete trovare immagini e notizie esaurienti al link Vesuvioinrete.it, il vulcano Vesuvio.

Il tempo è quello, certo, nel racconto
d’un passante sconosciuto, che il suo
ricordo afflitto mi sciorina, adesso
che la pista ne rincorro tra i palazzi.
Sicché, bambina potresti averla vista,
sgusciante tra le case di San Vito,
binario e cremagliera sulla costa
del poeta, l’antica ferrovia che fu
dismessa, che ardimentosa l’erta
più non sfida. Se ne parlasti mai,
mi sfugge, e adesso più non conto
che lo faccia, perciò la storia ne cercai
per Maria Pace, amica giornalista:
lassù, nel ginepraio d’erbacce, dove
la confidenza nostra fu al debutto,
al primo approccio timida e nascosta,
altra stazione, di cui s’è persa traccia.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Già di Quaresima riapparsi, pure
quest’anno dispiega i suoi germogli.
Certo era questa l’abitudine anche
nel tempo che aveva la tua cura:
le foglie brune, raggrinzite, i rami
fatti stecchi, protesi alla carezza,
il tocco percepito a malapena,

delle tue dita l’amabile premura.
Certo l’aspetta, forse non ricorda,
ed anche me tradisce la memoria,
se mai pretesi un refolo di brezza.
Alla mia mano manca la destrezza,
la maestrìa, però del gelsomino
adesso spetta a me la sfrondatura.