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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.

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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Da bambino mio nonno mi portava spesso in giro, soprattutto a Napoli, dove andavamo al Teatro San Carlo. Ci spostavamo da Castellammare con la Circumvesuviana, storico treno locale. Tra le tante fermate, una più delle altre mi è rimasta nella memoria, quella di Pugliano, che, dalla piazza principale di Resina, come si è chiamata Ercolano fino al 1969, s’affacciava sul mercato delle pezze. Ricordo che una volta, però, andammo fin sul cratere del Vesuvio, dove vidi perfino, ancora in funzione, l’antica funicolare della canzone Funiculì funiculà, musicata, tra l’altro, dallo stabiese Luigi Denza.

Confesso che le mie idee sull’esistenza di mezzi pubblici che da Resina portassero al Vesuvio sono state sempre un po’ vaghe, nonostante Anna Maria fosse originaria del luogo. Ho creduto che la funicolare fosse l’unico mezzo di trasporto, fin quando un mio fratello geologo, appassionato della storia del Vesuvio, non mi disse, diversi anni fa, che il tratto iniziale della strada che oggi porta al cratere è pressoché coincidente con il tracciato della ferrovia del Vesuvio. Ma anche su questo le mie idee non erano chiare. Solo da quando ho smesso di lavorare ho cominciato ad avere maggiore interesse per la cosa. Ebbene, ora so che dai primi del ‘900 fino a metà degli anni cinquanta, nelle immediate adiacenze della fermata di Pugliano, ci fu il capolinea della Ferrovia del Vesuvio, che da Resina raggiungeva la stazione inferiore della funicolare.

A questo aggiungo che, di recente, è venuta a Ercolano Maria Pace Ottieri, che, per richiesta di un comune amico, Eugenio Lucrezi, ho avuto il piacere di accompagnare nel corso della sua breve incursione nel territorio vesuviano. Abbiamo visitato il parco della Villa Campolieto e il parco sul mare della Villa Favorita. Poi siamo stati sul Vesuvio, nella frazione di San Vito, nei cui pressi pochi anni fa è stata ristrutturata, ma oggi è in stato di completo abbandono, la stazione superiore della Ferrovia del Vesuvio. Da lì aveva inizio il tratto a cremagliera che portava fino alla stazione inferiore della funicolare. Il tema del componimento di oggi è, appunto, la Ferrovia del Vesuvio, sulla quale potrete trovare immagini e notizie esaurienti al link Vesuvioinrete.it, il vulcano Vesuvio.

Il tempo è quello, certo, nel racconto
d’un passante sconosciuto, che il suo
ricordo afflitto mi sciorina, adesso
che la pista ne rincorro tra i palazzi.
Sicché, bambina potresti averla vista,
sgusciante tra le case di San Vito,
binario e cremagliera sulla costa
del poeta, l’antica ferrovia che fu
dismessa, che ardimentosa l’erta
più non sfida. Se ne parlasti mai,
mi sfugge, e adesso più non conto
che lo faccia, perciò la storia ne cercai
per Maria Pace, amica giornalista:
lassù, nel ginepraio d’erbacce, dove
la confidenza nostra fu al debutto,
al primo approccio timida e nascosta,
altra stazione, di cui s’è persa traccia.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Già di Quaresima riapparsi, pure
quest’anno dispiega i suoi germogli.
Certo era questa l’abitudine anche
nel tempo che aveva la tua cura:
le foglie brune, raggrinzite, i rami
fatti stecchi, protesi alla carezza,
il tocco percepito a malapena,

delle tue dita l’amabile premura.
Certo l’aspetta, forse non ricorda,
ed anche me tradisce la memoria,
se mai pretesi un refolo di brezza.
Alla mia mano manca la destrezza,
la maestrìa, però del gelsomino
adesso spetta a me la sfrondatura.


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In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’ha le radici in essa il tuo limone.


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Di via Doglie, antica strada di Ercolano, ho già scritto in precedenza. Da essa prese il nome una stazione secondaria della ex Circumvesuviana, il cui nome è stato da qualche anno cambiato in Miglio d’Oro. Per comprendere l’origine del toponimo, essendo privo di senso, oltre che banale, associarla all’italiano “doglie”, mi sono avvalso di una ricerca bibliografica. La zona è di grande interesse storico e archeologico. Ho trovato indicazioni che il nome possa risalire a quello di un insediamento successivo all’eruzione del ’79 d.C.. Infatti, tra novembre 1975 e gennaio 1976, vi sono state ritrovate delle anfore con scheletri, risalenti al IV-V secolo d.C., anche se, in un suo dattiloscritto, lo studioso ercolanese Virgilio Catalano documenta il rinvenimento, già nel marzo 1955, di parte di un muro in opus reticulatum, di resti umani e di materiale fittile, tra cui delle anfore, datandoli come immediatamente anteriori all’eruzione. Comunque stiano le cose, non è escluso che i reperti fittili ritrovati nella zona siano riconducibili, almeno in parte, a contenitori destinati alla conservazione dei liquidi. Va sottolineato che lo stesso Catalano propende per un’origine bizantina del toponimo Resìna, che è il nome medievale di Ercolano, argomentando che potrebbe derivare dalla consuetudine di aromatizzare il vino locale con la resina dei pini, alla maniera del vino greco Ρετσίνα (Retsìna). Com’è noto, il vino veniva conservato dai Romani in grandi giare (dolia). Di qui nasce l’ipotesi che il toponimo “Doglie” possa avere origine da “dolia”. È certo che in alto a destra in una mappa di epoca ottocentesca si può leggere il toponimo Adoglia, che potrebbe anche riferirsi al nome del fiume scomparso, ivi parimenti indicato. Senza voler forzare la mano, la questione rimane, a mio avviso, irrisolta, ma è lo spunto per il componimento odierno.

Quasi vent’anni, prima del ritorno,
ma nel venire fosti incerta a lungo,
e fu il fugace inverno di tua madre
la tacita ragione per restare
in questo luogo dall’etimo non chiaro.
Poi t’affidasti solo a me quel giorno,
dove non era cercandone l’amore,
in questa strada scavata nel lapillo,

tra i resti degli scheletri e le giare,
e tocca adesso a me la sorte uguale.
Sicché, parrebbe sciolta la questione:
era via Dolia, la strada delle giare,
ora è via Doglie, la via dell’afflizione,
così trasposta nel codice locale
per dare esatto il senso del dolore,
che ai vivi assegna l’umana sparizione.


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Quattro passi nel viale del tramonto,
breve la rincorsa, spregiudicato
il salto, così l’inizio fu segnato:
Quattro Orologi in capo a una discesa,
e non ne resta alcuno a rammentare
che solo quella volta fu percorsa
l’antica passeggiata verso il mare.

Quattro Orologi ed un momento solo,
un tentativo solo registrato,
otto sfere dal congegno arrugginito,
inadeguate ad appuntare il fatto,
quattro frammenti dispersi nel passato,
come un piattello frantumato in volo.
Forse per questo il nome fu cambiato.


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Nel treno che passava presso casa
si fece il viaggio uggioso a lungo andare:
tragitto tutto in piedi, senza posa,
lo sballottìo frenetico, l’afrore,
ogni giorno la calca pendolare.
Io preferivo il viaggio lungo il mare,
il treno che procede in lenta danza,
incede nella flemma senza orario,
poche stazioni, posti in abbondanza.

railroad-train-hopper

Così feci a ritroso dentro gli anni
il viaggio di quand’ero uno studente,
lungo il frastaglio fosco della costa,
fino alla spiaggia nera di Resina,
del tuo gioco perenne intercalare,
la sabbia che schizzasti da bambina:
fermata di quel treno inesistente,
ormai della mia mente certa sosta.
Da tempo vivo lì, e più non viaggio.