wordpress visitors

Magari in questi lidi millenari
ha una vicenda, ognuno, personale
un angolo, magari – chissà quale –
teatro del futuro da venire,
cui s’ebbe puntuale la risposta,
ma ignota alle ribalte popolari.
E dunque, c’è chi scruta il litorale,
dove s’incurva l’arco della costa
nell’alternarsi liquido dei fari,

chi punta tra le luci un cannocchiale
lungh’essa la memoria dei binari,
cercando nelle tenebre una sosta
– il teatro di tempi leggendari –
forse un dettaglio oscuro da chiarire,
un arcano cui manca la risposta,
il cui richiamo echeggia ormai fatale.
Sovente lo si scorge all’imbrunire,
s’orienta con il palpito dei fari.


wordpress visitors

O mater cara, soror fervorosa,
matrice del tuo tempio solitaria,
nutrice di progenie generosa,
refugium dei distacchi e dei dolori,
dei tuoi parenti figlia premurosa,
che cosa dirti che non sia banale,
memoria che vivesti di memoria
la vita che con te non fu felice?

O pietra rara, mater luminosa,
non siamo che il sigillo in questa plaga
dal tuo sguardo impresso nel reale,
i sogni che curasti come i fiori,
dei monti e dei sentieri come l’aria,
e dunque d’essi il cuore tuo s’appaga.
Dal tuo fulgore ha origine la luce,
e il buio a te s’arrende dell’omega!


wordpress visitors

Sole d’agosto, un tempo leggendario,
e si schiusero valve di conchiglia,
s’aprirono i segreti d’un pomario
sui sassi d’una riva inaccessibile,
e testimone certo avemmo il mare.
Però con noi non volle mai volare

l’ignoto che nel gioco tiene banco,
lo spazio che si chiude inamovibile
all’aria che all’altezza s’assottiglia.
Quel che del volo fu la meraviglia
si libra d’etere standomi di fianco,
nel cielo cui m’inoltro solitario.


wordpress visitors

Sia pure nelle immagini, m’incontro
col tuo sguardo, dalla memoria vinto,
nel tempo che scandisce il mio metronomo,
d’un lampo d’esistenza, o mio bagliore.

D’un illusorio tempo esploratore,
di cieli senza oriente inerme astronomo,
di rotte incondivise labirinto,
di storie cui s’infrange ogni riscontro.


wordpress visitors

A casa tornavamo andando piano,
– per vivere più a lungo l’invenzione,
che a far da freno al tempo non servì –
e stava a nord la Sella del Cavallo,
dove i tuoi sogni vissero bambini
e i nostri stan segnati in calendario.
Il sogno americano leggendario,

il mare della Grecia di cristallo,
Parigi di frequente in aeroplano
e d’Istanbul la vergine emozione…
Ahi! Brucia l’inguaribile ferita
– l’illusione che scorre al ralenti,
da scendere milioni di gradini –
or che geloso il tempo ti ha rapita!


wordpress visitors

Il 5 maggio di quest’anno ho ricevuto su un gruppo WhatsApp di famiglia un ritaglio di giornale che riporta una poesia in napoletano dal titolo “Incubo”. Da quanto si legge  in coda ai frammenti di un articolo nello stesso ritaglio, la poesia potrebbe essere del novembre 1943. Ma la cosa di maggior rilievo per me è che il suo autore è Melchiorre Ragone, mio padre, morto nel 1970 a 49 anni non ancora compiuti. Melchiorre Ragone ebbe un’infanzia e una giovinezza alquanto travagliate. Il 28 agosto 1923 – aveva compiuto due anni alla fine di luglio – morì a nove mesi l’unico suo fratello, Vincenzo. Il 5 dicembre di quello stesso anno perse, in un tragico incidente domestico, la madre, Maria Gentile. Rimase solo con il padre, Aniello, il quale si risposò. Per dissapori con la matrigna, fu poi affidato alle cure della nonna materna, Raffaela Landolfi, di cui io porto il nome. Credo avesse poco meno di diciotto anni quando perse anche il padre, che si trovava in Africa per una delle campagne di colonializzazione dell’epoca fascista. Nel 1943, dunque, aveva 22 anni. Nel 1949 avrebbe sposato mia madre. Immagino che la poesia, intrisa di solitudine, sia stata scritta per il padre morto da poco, al quale anch’io ho dedicato qualcosa ne “La ruggine degli aghi”. Ve ne propongo la mia traduzione.

Nell’oscuro silenzio della notte
il passo d’un uomo che non si vede mai,
l’affanno d’una voce che non si sente mai,
e una strada lunga, senza fine,
e quanto più cammino più s’allunga,
corro, m’affanno, non riposo mai,
cado e una tenaglia mi stringe la gola,
mi tremano le braccia; di piombo i piedi
sono diventati e solo il mio cuore
in petto batte e non si ferma mai;
mi rintrona nelle orecchie e in fronte
questo rumore senza fine, che mi fa
impazzire, come una mazza, rintrona,
sul ferro: e se, mentre l’ascolto, mi distrae,
mentre d’un colpo dopo l’altro sto in attesa,
sempre, fra l’uno e l’altro mi martella
una voce, che da dove viene non si sente,
un passo che dove porta non si sa.


Web Analytics Made Easy - StatCounter

Per la disfida col poeta Ioni
il mio cammino muove da lontano,
dalla scienza che conta gli elettroni
ed organizza gli atomi in un piano.
Ma tutto il resto scrivo in italiano
o in altro noto forestiero idioma.
Diversa conoscenza a chi mi legga

non è richiesta, a patto che mi regga.
Ma la lingua del Nostro è ben bislacca,
di stravaganze intrisa e di fonemi,
che a chi l’ascolta imbiancano la chioma,
gli lasciano l’ingegno nei patemi,
se a non tradire adatti manco un’acca
astrusi non decritta i suoi lessemi.


Web
Analytics Made Easy - StatCounter

Il 15 gennaio sarò di nuovo in scena, insieme con Costanzo Ioni, in una sfida all’ultimo verso. Parto un po’ da lontano per raccontarvene la premessa. Il testo di una famosa canzone napoletana – ‘A tazza ‘e cafè – in un suo passaggio recita che “‘o ddoce ‘e sotto ‘a tazza fin’a mmocca m’ha da arrivà” (il dolce al fondo della tazza deve arrivare fino alla mia bocca). In italiano l’espressione “dulcis in fundo” vorrebbe esprimere il concetto analogo che il dolce (ma anche il bello) venga alla fine. Si pensa, in genere, che quest’espressione abbia una certa eleganza, perché è coniata in latino. Ma è proprio così? Tradotta letteralmente, essa significa, più o meno, “Un’amabile persona nel podere”. È scritta, cioè, in un latino inesistente, come autorevolmente osservato dal grecista e latinista Enzo Mandruzzato. Ebbene, per comunicarci le verità, talvolta sgradevoli e amare, di cui sono sottesi i suoi versi, Costanzo, nel suo Stive, pubblicato di recente da Guida Editori, ha scelto la strada di un idioma inventato, inesistente, appunto, nel quale, cioè, è impossibile individuare con facilità un senso logico, se non si decide di seguire l’autore nelle sue evoluzioni linguistiche, cercando di decrittarne i codici. Mi spingerei a dire che la sua poesia appartiene a un genere di cui riconosco l’antesignano in Fosco Maraini. Ricordate che qualche tempo fa ho proposto una mia “traduzione” de Il lonfo? Al contrario, come saprete, nei miei componimenti io privilegio l’italiano. Di qui nasce l’idea della sfida, di cui oggi vi anticipo un assaggio coniato per l’occasione.

Tu calchi scene, giudichi concorsi,
redigi rotocalchi di poeti,
poi cacci dalle stive i tuoi discorsi
e ci propini illogici alfabeti,
del senno scompigliandoci la scrima.
Invece, nel mio idioma stendo versi,
mischiando la mestizia ai giorni lieti;
tentando l’equilibrio della rima,
dei giudici devasto gli universi,
frantumo gli attributi agli esegeti.
Adesso te lo dico in anteprima:
per canzonare a fondo il tuo glossario,
tentando di minarti l’autostima,
io pescherò veleni dal rimario.
Della contesa – sappi – questo è il clima.


foto-alberto-di-capua

Destinazione Stabia Blog

In preparazione del Forum cittadino del 17 febbraio 2018 sul turismo e dopo i qualificati interventi delle scorse settimane di Lilly De Simone e Sergio Troiano, oggi ospitiamo il contributo di Raffaele Ragone, chimico e blogger stabiese.

View original post 655 altre parole


wordpress visitors

Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.