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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.

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Il 13 novembre scorso a Castellammare di Stabia si è tenuta la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2017, che è consistita in una conferenza su “Temi di performance art: alle origini di jazz e poesia”. Il relatore è stato Gino Romano, chimico napoletano appassionato di jazz e vice-presidente di Hot Jazz Italia, un’associazione culturale per lo sviluppo e la promozione del jazz. Nell’introdurre la conferenza, ho proposto alcune riflessioni di Caproni sulla poesia e un paio di letture, cercando di tracciare un filo conduttore tra la poesia e la musica. Di queste letture ha fatto parte Il lonfo, tratta dalla “Gnosi delle fànfole” di Fosco Maraini, quale esempio della poesia cosiddetta metasemantica. In questo genere di poesia le parole sono prive del loro significato lessicale, sì da sottolineare gli elementi metrici che contraddistinguono i versi e lasciare al lettore il compito di elaborarne un senso in base alla loro musicalità. Ai canoni metrici, infatti, si attengono sia la poesia sia la musica, pur con elementi di diversità. Su questa falsariga, cimentandomi in un nuovo esperimento, oggi vi propongo una “traduzione” de Il lonfo. Potrete confrontare il testo originale e la versione “lessicale” che ne ho elaborato. Buona lettura!

Il Lonfo
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Il tronfio
Il tronfio non tentenna e si esibisce
e molto raramente ha l’aria sciatta,
ma quando è malo tempo lo capisce,
avverte il vento e lemme già s’infratta.
È gonfio il tronfio! È come la gramigna,
erba che infesta, il morso non allenta!
Se taci, ti soverchia e tutto insegna,
se parli, ti disprezza e poi t’annienta.
E pure il vecchio tronfio corpacciuto,
tono saccente, immune da imbarazzi,
fa poca simpatia, fa il saputo;
e sotto sotto, con maliziosi lazzi,
gli tiri una stoccata. Ma lui, muto,
ti svaluta e disprezza; e tu ti scazzi.


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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.


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Nel treno che passava presso casa
si fece il viaggio uggioso a lungo andare:
tragitto tutto in piedi, senza posa,
lo sballottìo frenetico, l’afrore,
ogni giorno la calca pendolare.
Io preferivo il viaggio lungo il mare,
il treno che procede in lenta danza,
incede nella flemma senza orario,
poche stazioni, posti in abbondanza.

railroad-train-hopper

Così feci a ritroso dentro gli anni
il viaggio di quand’ero uno studente,
lungo il frastaglio fosco della costa,
fino alla spiaggia nera di Resina,
del tuo gioco perenne intercalare,
la sabbia che schizzasti da bambina:
fermata di quel treno inesistente,
ormai della mia mente certa sosta.
Da tempo vivo lì, e più non viaggio.


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Il 12 novembre si è svolta a Castellammare di Stabia l’ormai tradizionale conferenza organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura nell’ambito delle iniziative letterarie contestuali allo Stabia Teatro Festival, incentrato sulla figura di Annibale Ruccello, di cui ricorre quest’anno il trentennale della scomparsa. Come nelle occasioni precedenti, nel 2013 Il linguaggio tra rigore scientifico e creazione poetica, nel 2014 Simboli Immagini Suoni: strumenti del vivere in poesia e nel 2015 L’utilità dell’inutile, anche stavolta si è parlato di poesia, in particolare, de La metamorfosi della poesia italiana nel Novecento. Relatore è stato Matteo Palumbo, italianista stabiese giunto quest’anno al culmine del suo lungo percorso accademico, la cui presenza ha determinato un notevole afflusso di pubblico. Nell’introdurre il tema, dopo aver richiamato alcuni degli eventi tecnologici fondamentali che accompagnarono la transizione dal XIX al XX secolo, mi sono soffermato brevemente sulla figura di Giorgio Caproni, leggendo alcuni versi tratti dal poemetto Il passaggio di Enea per evidenziare come vi ricorrano alcune delle novità della poesia italiana del Novecento. Se si considera che il poeta morì nel 1990, proprio l’anno in cui mi sono riavvicinato alla poesia dopo una pausa lunga circa quindici anni, e che Matteo Palumbo me ne regalò l’opera completa nel maggio del 1991, si comprende anche come Caproni sia ben presto diventato un riferimento fondamentale per i miei rinnovati interessi poetici. Della conferenza, all’interno della quale si sono susseguite le sottolineature recitative di Sara Morricone, riporto nel seguito l’ossatura fondamentale, a firma di Matteo. Il filmato completo può essere seguito qui:

Il sunto essenziale di Matteo Palumbo.

Si può provare a raccontare la poesia del primo Novecento utilizzando una forma musicale: tema con cinque variazioni. Il tema è dato da Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel Pineto (1904). L’incipit (Taci) indica che il lettore sta per assistere a un rito. La pioggia avvia un processo di metamorfosi. Gli esseri umani si trasformano in una condizione divina. Dante avrebbe chiamato questo processo trasumanar. Per raccontarlo ci vogliono parole nuove e mai prima ascoltate. Se chi subisce questa esperienza è simile a Glauco (il mitico pescatore che mangiando dell’erba si trasformò in un dio), chi la racconta è un poeta sacerdote, simile a Orfeo. Il poeta è un vate. Dopo D’Annunzio comincia un processo di rovesciamento o di parodia. In un modo o in un altro i poeti successivi attraversano D’Annunzio.

Prima variazione. Guido Gozzano (nato nel 1883).
I tratti caratteristici della sua poesia sono due: rifiuto di grandi parole (Dio, Patria, Umanità) e ridimensionamento del ruolo di poeta; abbassamento della lirica, che si avvicina alla prosa e ricorre a un lessico domestico e quotidiano. Può accadere che termini alti e bassi cozzino l’uno contro l’altro. Si producono così spettacolari rime dissonanti: camicie in rima con Nietzsche. L’io del poeta mette in scena la sua malinconia e il desiderio irrealizzabile di una felicità senza inquietudine, come quella della Signorina Felicita.

Seconda variazione: Marino Moretti (nato nel 1885)
La poesia A Cesena mostra che cosa sia diventata la pioggia di D’Annunzio. Mentre il poeta racconta la visita alla sorella, la monotonia dell’acqua scandisce il tempo che passa. Fa da cornice a una vita piccola e mediocre, mentre l’ombra grigiastra della sera e della malinconia avvolge le cose. La “favola bella” della Pioggia nel pineto è irreversibilmente cancellata.

Terza variazione: Giuseppe Ungaretti (nato nel 1916).
Porto sepolto del 1916 rappresenta una rivoluzione radicale delle forme metriche. Ungaretti spezza il verso in piccolissime unità e lascia che si riduca anche a una sola parola, spesso perfino irrilevante (una congiunzione, un aggettivo indefinito). Queste parole comuni ritrovano un significato più forte proprio attraverso il nuovo rilievo che assumono nel testo. La parola si presenta nuda ed essenziale. Ne nasce quel “recitativo atroce” che resta il cuore della poesia ungarettiana. La poesia è l’illuminazione di verità sepolte che la parola fissa. Questa idea orfica e sapienziale guiderà all’ermetismo.

Quarta variazione: Umberto Saba (nato nel 1883).
Saba sceglie come propria insegna una “poesia onesta”. La polemica è subito esplicita con il modello proposto da D’Annunzio. La poesia di Saba riprende la tradizione, fatta delle parole e delle rime più semplici e universali: per esempio la rima cuore-amore. Il suo obiettivo è trasformare il noto in nuovo. Protagonisti dei suoi versi sono “le creature della vita” (Città vecchia). Le rime trasformano gli umili nell’immagine della “calda vita”. Detriti è messo in rima con infinito e, a loro volta, amore e dolore rimano con Signore. La poesia A mia moglie, che stabilisce continue similitudini tra la donna e animali, esalta l’innocenza di vivere libera da ogni peccato originale.

Quinta variazione: Eugenio Montale (nato nel 1896)
A differenza di Ungaretti e simile piuttosto a Saba, la poesia di Montale racconta storie, sensazioni, avventure dell’io. I limoni sono il manifesto più esplicito di una poesia altra. Montale oppone i “poeti laureati” e il loro amore per parole “poco usate” ai poeti che amano scenari più modesti ed esperienze quotidiane. Il tema della sua poesia è l’opposizione tra la vita come è e la speranza di un “miracolo” che porti “nel mezzo di una verità”. Sono due mondi opposti. Il primo riguarda l’esistenza vissuta, il secondo come potrebbe o dovrebbe essere. Montale definisce questa poesia come “metafisica”, perché mostra il contrasto tra la ragione e “qualcosa che non è ragione”. Il miracolo, che dovrebbe permettere il passaggio da una situazione all’altra, è solo una speranza. La pioggia “stanca la terra” e il tedio rende “avara l’anima”. La tensione tra il mondo della rappresentazione e quello dell’autenticità resta una condizione irrisolta.”


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Ieri, organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, c’è stata a Castellammare di Stabia una serata dedicata alla poesia, iniziata con l’introduzione critica, ad opera di Enza Silvestrini, de La misura dello zero di Bruno Galluccio e proseguita con letture sul tema Scienza e Poesia da parte di Bruno Galluccio, Antonio Di Nola, Giuseppe Vetromile e mia. Il mio intervento è consistito in parte in una rivisitazione in chiave poetica dei principi della termodinamica, a più riprese oggetto di pubblicazione in questo blog nel corso del 2015 (Secondo principio, Primo principio, Principio zero, Secondo principio – enunciato n. 2).

La termodinamica studia gli scambi di materia e di energia coinvolti in qualsiasi fenomeno del mondo sensibile. In breve, considerato l’universo un sistema che non può scambiare né materia né energia con l’ambiente esterno, il principio zero, che prende questo nome perché è stato esplicitamente enunciato come tale in epoca successiva alla formulazione degli altri principi, introduce il concetto di equilibrio termico e la grandezza per determinarlo, la temperatura; il primo principio è incentrato sulla conservazione dell’energia, che può convertirsi da calore in lavoro e viceversa, ma rimanendo in totale costante; il secondo principio introduce l’entropia, alla quale è pertanto strettamente legato il concetto di tempo, come criterio di spontaneità e irreversibilità dei fenomeni naturali. Il terzo principio riguarda in senso stretto la fisica delle basse temperature, che è di grande importanza tecnologica. Si pensi ai superconduttori. La sua formulazione è controversa. Un primo enunciato afferma che l’entropia di una sostanza pura (un elemento o un composto) tende ad assumere un valore nullo o costante all’approssimarsi dello zero assoluto, che è il limite della scala Kelvin, al di sotto del quale la temperatura non può più diminuire (0 K = –273,15 °C). Un secondo enunciato asserisce che è impossibile raggiungere lo zero assoluto attraverso un numero finito di trasformazioni termodinamiche. Incidentalmente, questa seconda formulazione implica che, in un processo reale, l’entropia non può mai annullarsi del tutto. Comunque stiano le cose, rimane il fatto che, per effetto dell’abbassamento della temperatura fino allo zero assoluto, una sostanza pura diventerebbe un solido cristallino perfetto. La mia rilettura di quest’ultimo principio manca ancora all’appello. Eccola!

The Crystal Ball

Ad essere sincero,
lascia quel piedistallo:
sia pregio o sia difetto,
non ti riguarda, invero,
il mondo del perfetto.
O, detta in senso stretto,
per legge o checchessìa,
sei carne, non cristallo,
perciò la tua entropia
non diverrà mai zero.


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Il 12 novembre scorso, promossa dall’Associazione Achille Basile – Le Ali della Lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, si è tenuta, presso il Circolo Nautico Stabia di Castellammare di Stabia, la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2015, che è consistita in una conferenza su “L’utilità dell’inutile”. Ho pensato di introdurla elencando alcuni episodi salienti della mia vita, perché da questi ho appreso quanto possano essere distanti dall'”utile”, nella sua accezione corrente, i campi dello scibile, ai quali ho avuto modo di accostarmi, a cominciare dagli studi classici, passando per gli studi di chimica e riapprodando, infine, alla poesia. Nel seguito, ci sono stati gli interventi di Matteo Palumbo ed Enza Silvestrini, i quali si sono entrambi soffermati in modo particolare sull’utilità della poesia. Enza ha proposto interessanti squarci sul pensiero di Paul Valéry, sottolineando il valore della poesia come strumento per fissare le emozioni ed anche, attraverso la sua esperienza nel P.E.N. Club, di cui è responsabile per la regione Campania, come mezzo di espressione del libero pensiero. Dal suo canto, Matteo, soffermandosi sulla poetica di Italo Svevo, ha sottolineato come solo l'”inetto” possa, attraverso la letteratura, ridar valore all’esistenza e recuperarne i momenti significativi. Mediante alcuni esempi tratti dall’opera di Leopardi, egli ha anche evidenziato come le parole in poesia siano collegate da schemi che non ricorrono in prosa. A conclusione della serata, ho proposto una lettura di una poesia di Richard Feynman, geniale fisico statunitense, premio Nobel nel 1965, capace di incursioni significative in campo letterario. Ve ne propongo l’originale e, di seguito, l’adattamento in lingua italiana, che ho realizzato per l’occasione. Infine, chi fosse interessato all’intera conferenza può visionarne il filmato su You Tube.

Carmen Matarazzo Matteo Palumbo


There are the rushing waves
mountains of molecules
each stupidly minding its own business
trillions apart
yet forming white surf in unison.
Ages on ages
before any eyes could see
year after year
thunderously pounding the shore as now.
For whom, for what?
On a dead planet
with no life to entertain.
Never at rest
tortured by energy
wasted prodigiously by the Sun
poured into space.
A mite makes the sea roar.
Deep in the sea
all molecules repeat
the patterns of one another
till complex new ones are formed.
They make others like themselves
and a new dance starts.
Growing in size and complexity
living things
masses of atoms
DNA, protein
dancing a pattern ever more intricate.
Out of the cradle
onto dry land
here it is
standing:
atoms with consciousness;
matter with curiosity.
Stands at the sea,
wonders at wondering: I
a universe of atoms
an atom in the Universe.

Enza Silvestrini Raffaele Ragone



Onde s’infrangono
ammassi di molecole
e ognuna pensa da idiota alle proprie faccende
miliardi di miliardi distanti
eppure plasmando all’unisono candida spuma.
Millenni su millenni
prima che un occhio potesse guardarle
anno dopo anno
facendo fragore come ora tempestando la riva.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
che non ha alcuna vita.
Non riposano mai
tartassate dall’energia
dal prodigio dilapidato dal sole
travasato nello spazio.
Un’elemosina fa mugghiare il mare.
Nell’azzurro profondo
tutte le molecole ripetono
l’una dell’altra gli schemi
finché complessi se ne formano di nuovi.
Rendono le altre uguali a se stesse
e ricomincia la danza.
Crescendo in dimensioni e complessità
le cose viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano in geometrie ancora più intricate.
Fuori dalla culla
sulla terraferma
eccolo
in piedi:
atomi e coscienza
materia e curiosità.
Sta di fronte al mare,
stupore stupito: io
un universo di atomi
un atomo nell’Universo.