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Il 5 maggio di quest’anno ho ricevuto su un gruppo WhatsApp di famiglia un ritaglio di giornale che riporta una poesia in napoletano dal titolo “Incubo”. Da quanto si legge  in coda ai frammenti di un articolo nello stesso ritaglio, la poesia potrebbe essere del novembre 1943. Ma la cosa di maggior rilievo per me è che il suo autore è Melchiorre Ragone, mio padre, morto nel 1970 a 49 anni non ancora compiuti. Melchiorre Ragone ebbe un’infanzia e una giovinezza alquanto travagliate. Il 28 agosto 1923 – aveva compiuto due anni alla fine di luglio – morì a nove mesi l’unico suo fratello, Vincenzo. Il 5 dicembre di quello stesso anno perse, in un tragico incidente domestico, la madre, Maria Gentile. Rimase solo con il padre, Aniello, il quale si risposò. Per dissapori con la matrigna, fu poi affidato alle cure della nonna materna, Raffaela Landolfi, di cui io porto il nome. Credo avesse poco meno di diciotto anni quando perse anche il padre, che si trovava in Africa per una delle campagne di colonializzazione dell’epoca fascista. Nel 1943, dunque, aveva 22 anni. Nel 1949 avrebbe sposato mia madre. Immagino che la poesia, intrisa di solitudine, sia stata scritta per il padre morto da poco, al quale anch’io ho dedicato qualcosa ne “La ruggine degli aghi”. Ve ne propongo la mia traduzione.

Nell’oscuro silenzio della notte
il passo d’un uomo che non si vede mai,
l’affanno d’una voce che non si sente mai,
e una strada lunga, senza fine,
e quanto più cammino più s’allunga,
corro, m’affanno, non riposo mai,
cado e una tenaglia mi stringe la gola,
mi tremano le braccia; di piombo i piedi
sono diventati e solo il mio cuore
in petto batte e non si ferma mai;
mi rintrona nelle orecchie e in fronte
questo rumore senza fine, che mi fa
impazzire, come una mazza, rintrona,
sul ferro: e se, mentre l’ascolto, mi distrae,
mentre d’un colpo dopo l’altro sto in attesa,
sempre, fra l’uno e l’altro mi martella
una voce, che da dove viene non si sente,
un passo che dove porta non si sa.

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Per la disfida col poeta Ioni
il mio cammino muove da lontano,
dalla scienza che conta gli elettroni
ed organizza gli atomi in un piano.
Ma tutto il resto scrivo in italiano
o in altro noto forestiero idioma.
Diversa conoscenza a chi mi legga

non è richiesta, a patto che mi regga.
Ma la lingua del Nostro è ben bislacca,
di stravaganze intrisa e di fonemi,
che a chi l’ascolta imbiancano la chioma,
gli lasciano l’ingegno nei patemi,
se a non tradire adatti manco un’acca
astrusi non decritta i suoi lessemi.


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Il 15 gennaio sarò di nuovo in scena, insieme con Costanzo Ioni, in una sfida all’ultimo verso. Parto un po’ da lontano per raccontarvene la premessa. Il testo di una famosa canzone napoletana – ‘A tazza ‘e cafè – in un suo passaggio recita che “‘o ddoce ‘e sotto ‘a tazza fin’a mmocca m’ha da arrivà” (il dolce al fondo della tazza deve arrivare fino alla mia bocca). In italiano l’espressione “dulcis in fundo” vorrebbe esprimere il concetto analogo che il dolce (ma anche il bello) venga alla fine. Si pensa, in genere, che quest’espressione abbia una certa eleganza, perché è coniata in latino. Ma è proprio così? Tradotta letteralmente, essa significa, più o meno, “Un’amabile persona nel podere”. È scritta, cioè, in un latino inesistente, come autorevolmente osservato dal grecista e latinista Enzo Mandruzzato. Ebbene, per comunicarci le verità, talvolta sgradevoli e amare, di cui sono sottesi i suoi versi, Costanzo, nel suo Stive, pubblicato di recente da Guida Editori, ha scelto la strada di un idioma inventato, inesistente, appunto, nel quale, cioè, è impossibile individuare con facilità un senso logico, se non si decide di seguire l’autore nelle sue evoluzioni linguistiche, cercando di decrittarne i codici. Mi spingerei a dire che la sua poesia appartiene a un genere di cui riconosco l’antesignano in Fosco Maraini. Ricordate che qualche tempo fa ho proposto una mia “traduzione” de Il lonfo? Al contrario, come saprete, nei miei componimenti io privilegio l’italiano. Di qui nasce l’idea della sfida, di cui oggi vi anticipo un assaggio coniato per l’occasione.

Tu calchi scene, giudichi concorsi,
redigi rotocalchi di poeti,
poi cacci dalle stive i tuoi discorsi
e ci propini illogici alfabeti,
del senno scompigliandoci la scrima.
Invece, nel mio idioma stendo versi,
mischiando la mestizia ai giorni lieti;
tentando l’equilibrio della rima,
dei giudici devasto gli universi,
frantumo gli attributi agli esegeti.
Adesso te lo dico in anteprima:
per canzonare a fondo il tuo glossario,
tentando di minarti l’autostima,
io pescherò veleni dal rimario.
Della contesa – sappi – questo è il clima.


foto-alberto-di-capua

Destinazione Stabia Blog

In preparazione del Forum cittadino del 17 febbraio 2018 sul turismo e dopo i qualificati interventi delle scorse settimane di Lilly De Simone e Sergio Troiano, oggi ospitiamo il contributo di Raffaele Ragone, chimico e blogger stabiese.

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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.


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Il 13 novembre scorso a Castellammare di Stabia si è tenuta la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2017, che è consistita in una conferenza su “Temi di performance art: alle origini di jazz e poesia”. Il relatore è stato Gino Romano, chimico napoletano appassionato di jazz e vice-presidente di Hot Jazz Italia, un’associazione culturale per lo sviluppo e la promozione del jazz. Nell’introdurre la conferenza, ho proposto alcune riflessioni di Caproni sulla poesia e un paio di letture, cercando di tracciare un filo conduttore tra la poesia e la musica. Di queste letture ha fatto parte Il lonfo, tratta dalla “Gnosi delle fànfole” di Fosco Maraini, quale esempio della poesia cosiddetta metasemantica. In questo genere di poesia le parole sono prive del loro significato lessicale, sì da sottolineare gli elementi metrici che contraddistinguono i versi e lasciare al lettore il compito di elaborarne un senso in base alla loro musicalità. Ai canoni metrici, infatti, si attengono sia la poesia sia la musica, pur con elementi di diversità. Su questa falsariga, cimentandomi in un nuovo esperimento, oggi vi propongo una “traduzione” de Il lonfo. Potrete confrontare il testo originale e la versione “lessicale” che ne ho elaborato. Buona lettura!

Il Lonfo
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Il tronfio
Il tronfio non tentenna e si esibisce
e molto raramente ha l’aria sciatta,
ma quando è malo tempo lo capisce,
avverte il vento e lemme già s’infratta.
È gonfio il tronfio! È come la gramigna,
erba che infesta, il morso non allenta!
Se taci, ti soverchia e tutto insegna,
se parli, ti disprezza e poi t’annienta.
E pure il vecchio tronfio corpacciuto,
tono saccente, immune da imbarazzi,
fa poca simpatia, fa il saputo;
e sotto sotto, con maliziosi lazzi,
gli tiri una stoccata. Ma lui, muto,
ti svaluta e disprezza; e tu ti scazzi.


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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.