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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.


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Nel treno che passava presso casa
si fece il viaggio uggioso a lungo andare:
tragitto tutto in piedi, senza posa,
lo sballottìo frenetico, l’afrore,
ogni giorno la calca pendolare.
Io preferivo il viaggio lungo il mare,
il treno che procede in lenta danza,
incede nella flemma senza orario,
poche stazioni, posti in abbondanza.

railroad-train-hopper

Così feci a ritroso dentro gli anni
il viaggio di quand’ero uno studente,
lungo il frastaglio fosco della costa,
fino alla spiaggia nera di Resina,
del tuo gioco perenne intercalare,
la sabbia che schizzasti da bambina:
fermata di quel treno inesistente,
ormai della mia mente certa sosta.
Da tempo vivo lì, e più non viaggio.


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Il 12 novembre si è svolta a Castellammare di Stabia l’ormai tradizionale conferenza organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura nell’ambito delle iniziative letterarie contestuali allo Stabia Teatro Festival, incentrato sulla figura di Annibale Ruccello, di cui ricorre quest’anno il trentennale della scomparsa. Come nelle occasioni precedenti, nel 2013 Il linguaggio tra rigore scientifico e creazione poetica, nel 2014 Simboli Immagini Suoni: strumenti del vivere in poesia e nel 2015 L’utilità dell’inutile, anche stavolta si è parlato di poesia, in particolare, de La metamorfosi della poesia italiana nel Novecento. Relatore è stato Matteo Palumbo, italianista stabiese giunto quest’anno al culmine del suo lungo percorso accademico, la cui presenza ha determinato un notevole afflusso di pubblico. Nell’introdurre il tema, dopo aver richiamato alcuni degli eventi tecnologici fondamentali che accompagnarono la transizione dal XIX al XX secolo, mi sono soffermato brevemente sulla figura di Giorgio Caproni, leggendo alcuni versi tratti dal poemetto Il passaggio di Enea per evidenziare come vi ricorrano alcune delle novità della poesia italiana del Novecento. Se si considera che il poeta morì nel 1990, proprio l’anno in cui mi sono riavvicinato alla poesia dopo una pausa lunga circa quindici anni, e che Matteo Palumbo me ne regalò l’opera completa nel maggio del 1991, si comprende anche come Caproni sia ben presto diventato un riferimento fondamentale per i miei rinnovati interessi poetici. Della conferenza, all’interno della quale si sono susseguite le sottolineature recitative di Sara Morricone, riporto nel seguito l’ossatura fondamentale, a firma di Matteo. Il filmato completo può essere seguito qui:

Il sunto essenziale di Matteo Palumbo.

Si può provare a raccontare la poesia del primo Novecento utilizzando una forma musicale: tema con cinque variazioni. Il tema è dato da Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel Pineto (1904). L’incipit (Taci) indica che il lettore sta per assistere a un rito. La pioggia avvia un processo di metamorfosi. Gli esseri umani si trasformano in una condizione divina. Dante avrebbe chiamato questo processo trasumanar. Per raccontarlo ci vogliono parole nuove e mai prima ascoltate. Se chi subisce questa esperienza è simile a Glauco (il mitico pescatore che mangiando dell’erba si trasformò in un dio), chi la racconta è un poeta sacerdote, simile a Orfeo. Il poeta è un vate. Dopo D’Annunzio comincia un processo di rovesciamento o di parodia. In un modo o in un altro i poeti successivi attraversano D’Annunzio.

Prima variazione. Guido Gozzano (nato nel 1883).
I tratti caratteristici della sua poesia sono due: rifiuto di grandi parole (Dio, Patria, Umanità) e ridimensionamento del ruolo di poeta; abbassamento della lirica, che si avvicina alla prosa e ricorre a un lessico domestico e quotidiano. Può accadere che termini alti e bassi cozzino l’uno contro l’altro. Si producono così spettacolari rime dissonanti: camicie in rima con Nietzsche. L’io del poeta mette in scena la sua malinconia e il desiderio irrealizzabile di una felicità senza inquietudine, come quella della Signorina Felicita.

Seconda variazione: Marino Moretti (nato nel 1885)
La poesia A Cesena mostra che cosa sia diventata la pioggia di D’Annunzio. Mentre il poeta racconta la visita alla sorella, la monotonia dell’acqua scandisce il tempo che passa. Fa da cornice a una vita piccola e mediocre, mentre l’ombra grigiastra della sera e della malinconia avvolge le cose. La “favola bella” della Pioggia nel pineto è irreversibilmente cancellata.

Terza variazione: Giuseppe Ungaretti (nato nel 1916).
Porto sepolto del 1916 rappresenta una rivoluzione radicale delle forme metriche. Ungaretti spezza il verso in piccolissime unità e lascia che si riduca anche a una sola parola, spesso perfino irrilevante (una congiunzione, un aggettivo indefinito). Queste parole comuni ritrovano un significato più forte proprio attraverso il nuovo rilievo che assumono nel testo. La parola si presenta nuda ed essenziale. Ne nasce quel “recitativo atroce” che resta il cuore della poesia ungarettiana. La poesia è l’illuminazione di verità sepolte che la parola fissa. Questa idea orfica e sapienziale guiderà all’ermetismo.

Quarta variazione: Umberto Saba (nato nel 1883).
Saba sceglie come propria insegna una “poesia onesta”. La polemica è subito esplicita con il modello proposto da D’Annunzio. La poesia di Saba riprende la tradizione, fatta delle parole e delle rime più semplici e universali: per esempio la rima cuore-amore. Il suo obiettivo è trasformare il noto in nuovo. Protagonisti dei suoi versi sono “le creature della vita” (Città vecchia). Le rime trasformano gli umili nell’immagine della “calda vita”. Detriti è messo in rima con infinito e, a loro volta, amore e dolore rimano con Signore. La poesia A mia moglie, che stabilisce continue similitudini tra la donna e animali, esalta l’innocenza di vivere libera da ogni peccato originale.

Quinta variazione: Eugenio Montale (nato nel 1896)
A differenza di Ungaretti e simile piuttosto a Saba, la poesia di Montale racconta storie, sensazioni, avventure dell’io. I limoni sono il manifesto più esplicito di una poesia altra. Montale oppone i “poeti laureati” e il loro amore per parole “poco usate” ai poeti che amano scenari più modesti ed esperienze quotidiane. Il tema della sua poesia è l’opposizione tra la vita come è e la speranza di un “miracolo” che porti “nel mezzo di una verità”. Sono due mondi opposti. Il primo riguarda l’esistenza vissuta, il secondo come potrebbe o dovrebbe essere. Montale definisce questa poesia come “metafisica”, perché mostra il contrasto tra la ragione e “qualcosa che non è ragione”. Il miracolo, che dovrebbe permettere il passaggio da una situazione all’altra, è solo una speranza. La pioggia “stanca la terra” e il tedio rende “avara l’anima”. La tensione tra il mondo della rappresentazione e quello dell’autenticità resta una condizione irrisolta.”


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Ieri, organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, c’è stata a Castellammare di Stabia una serata dedicata alla poesia, iniziata con l’introduzione critica, ad opera di Enza Silvestrini, de La misura dello zero di Bruno Galluccio e proseguita con letture sul tema Scienza e Poesia da parte di Bruno Galluccio, Antonio Di Nola, Giuseppe Vetromile e mia. Il mio intervento è consistito in parte in una rivisitazione in chiave poetica dei principi della termodinamica, a più riprese oggetto di pubblicazione in questo blog nel corso del 2015 (Secondo principio, Primo principio, Principio zero, Secondo principio – enunciato n. 2).

La termodinamica studia gli scambi di materia e di energia coinvolti in qualsiasi fenomeno del mondo sensibile. In breve, considerato l’universo un sistema che non può scambiare né materia né energia con l’ambiente esterno, il principio zero, che prende questo nome perché è stato esplicitamente enunciato come tale in epoca successiva alla formulazione degli altri principi, introduce il concetto di equilibrio termico e la grandezza per determinarlo, la temperatura; il primo principio è incentrato sulla conservazione dell’energia, che può convertirsi da calore in lavoro e viceversa, ma rimanendo in totale costante; il secondo principio introduce l’entropia, alla quale è pertanto strettamente legato il concetto di tempo, come criterio di spontaneità e irreversibilità dei fenomeni naturali. Il terzo principio riguarda in senso stretto la fisica delle basse temperature, che è di grande importanza tecnologica. Si pensi ai superconduttori. La sua formulazione è controversa. Un primo enunciato afferma che l’entropia di una sostanza pura (un elemento o un composto) tende ad assumere un valore nullo o costante all’approssimarsi dello zero assoluto, che è il limite della scala Kelvin, al di sotto del quale la temperatura non può più diminuire (0 K = –273,15 °C). Un secondo enunciato asserisce che è impossibile raggiungere lo zero assoluto attraverso un numero finito di trasformazioni termodinamiche. Incidentalmente, questa seconda formulazione implica che, in un processo reale, l’entropia non può mai annullarsi del tutto. Comunque stiano le cose, rimane il fatto che, per effetto dell’abbassamento della temperatura fino allo zero assoluto, una sostanza pura diventerebbe un solido cristallino perfetto. La mia rilettura di quest’ultimo principio manca ancora all’appello. Eccola!

The Crystal Ball

Ad essere sincero,
lascia quel piedistallo:
sia pregio o sia difetto,
non ti riguarda, invero,
il mondo del perfetto.
O, detta in senso stretto,
per legge o checchessìa,
sei carne, non cristallo,
perciò la tua entropia
non diverrà mai zero.


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Il 15 gennaio di quest’anno sono stato invitato alla Notte Nazionale del Liceo Classico presso il Liceo Classico Plinio Seniore di Castellammare di Stabia, del quale sono stato alunno. Nel corso della manifestazione ho proposto una riflessione su Il sapere scientifico e il sapere umanistico: dualismo o binomio?, che ho sviluppato partendo da alcune considerazioni sul termine “classico”. Per chi lavora in ambito scientifico il pensiero corre subito alla fisica classica. Questa branca della scienza affonda le sue radici nell’antichità. Si pensi ai primi calcoli astronomici, alla formulazione del sistema tolemaico per calcolare il moto dei pianeti, basata sulla geometria euclidea. Si pensi ad Archimede, che getta le basi dell’idrostatica e dell’idrodinamica e, con i suoi specchi ustori, della termologia, a Talete, a cui si debbono le prime osservazioni sui fenomeni che coinvolgono cariche elettriche, a Leucippo, Democrito, Epicuro, che speculano sull’esistenza dell’atomo e teorizzano che nulla possa esser creato dal nulla. Poi con Galileo la fisica assume la dignità d’una scienza vera e propria, con la nascita del metodo scientifico, fino a conseguire, con lo sviluppo di metodi di calcolo adeguati, la sua veste definitiva con Newton. Possiamo perciò dire che la fisica classica prende questa denominazione perché è sostanzialmente legata a una visione del mondo tipica dell’antichità, pur se più evoluta, in genere fondata sul senso comune, come, ad esempio, l’esistenza dello spazio tridimensionale e di un tempo assoluto, l’idea che le velocità debbano essere additive e che l’energia non possa essere discontinua, la constatazione che esiste una forza speciale alla quale è dovuta la gravità. In questo va distinta dalla fisica moderna, costituita dalla teoria della relatività generale di Einstein e dalla teoria dei quanti di Planck, che mina alla base alcuni capisaldi della fisica classica e dà una visione del mondo spesso distante dal senso comune. Di qui viene l’idea che anche in ambito umanistico la definizione di classico possa avere a che fare con l’antichità. Ed infatti, il vocabolario Treccani recita:

clàssico agg. [dal lat. classĭcus (der. di classis: v. classe) «appartenente alla prima classe dei cittadini», e, riferito a scrittori, «di prim’ordine»] (pl. m. -ci). – 1. Appartenente al mondo o all’antichità greca e latina, considerate come fondamento della civiltà e della cultura: mondo c., civiltà c., poesia, letteratura c., lingue c., pensiero c.; poeti, prosatori c.; autori o scrittori c. (frequente, in queste ultime accezioni, l’uso come sost.: i classici). Arte c., l’arte greca e romana dalle origini fino al sec. 4° d. C. In partic., nella storia dell’arte greca, periodo c., quello che va dalla metà circa del sec. 5° a. C. alla morte di Alessandro Magno (323 a. C.). Educazione c. (o umanistica), quella che ha per base lo studio del mondo classico. Istruzione c., ramo dell’istruzione media o secondaria che ha il fine di fornire una cultura di tipo umanistico, impartita nel ginnasio e nel liceo classico. Lettere c., indirizzo degli studî universitarî che si basa essenzialmente sullo studio del latino e del greco (in opposizione a lettere moderne). 2. a. Per estens. (spesso sostantivato), perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore; con riferimento ai più importanti autori delle letterature moderne e alle loro opere: i c. italiani; una collezione di c. francesi; lo studio dei c. tedeschi, ecc.; e, per altre discipline: un pittore c.; un musicista c.; i c. della scultura italiana (analogam., nell’uso più recente: un c. dello schermo, un c. dei romanzi gialli, e sim.); un c. è un’esperienza radicale, un incontro che ci modifica, non un ritrovamento di aspetti reperibili in altri (Giuseppe Pontiggia).

Dalla definizione di “classico” derivano, ovviamente, il termine “classicità”, con il quale si esprimono le qualità di limpidezza, serenità e castigatezza nell’espressione artistica, che vengono ascritte allo spirito classico, e il termine “classicismo”, che si riferisce in genere al complesso di concetti teorici e di norme pratiche desunti dalle opere di epoca classica e applicati alla composizione e al giudizio delle opere letterarie ed artistiche. Tutto questo è servito ad introdurre la lettura di un “classico”. Ho scelto un brano tratto dal I libro del De rerum natura, che può essere considerato un “classico” della letteratura, perché in esso Lucrezio si cimenta con un argomento totalmente nuovo per il genere poetico, ma anche della scienza, perché il tema trattato è conforme alla visione epicurea della filosofia atomistica, nella quale vengono introdotti termini e concetti, che sono alla base della scienza moderna.

Né alla mia mente sfugge che è difficile illustrare
in versi latini le oscure scoperte dei Greci,
tanto più che di molte cose bisogna trattare con parole nuove,
per la povertà della lingua e la novità degli argomenti;
ma il tuo valore tuttavia e lo sperato piacere
della soave amicizia mi persuadono a sostenere qualsiasi fatica
e m’inducono a vegliare durante le notti serene,
cercando con quali detti e con quale canto alfine
io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce,
per cui tu riesca a scrutare a fondo le cose occulte.
Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre,
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l’aspetto e l’intima legge della natura.
Il cui principio prenderà per noi l’avvìo da questo:
che nessuna cosa mai si genera dal nulla per volere divino.
Certo per ciò la paura domina tutti i mortali:
perché vedono prodursi in terra e in cielo molti fenomeni
di cui in nessun modo possono scorgere le cause,
e credono che si producano per volere divino.
Pertanto, quando avremo veduto che nulla si può creare
dal nulla, allora di qui penetreremo più sicuramente
ciò che cerchiamo, e donde si possa creare ogni cosa
e in qual modo tutte le cose avvengano senza interventi di dèi.

A questa lettura ho fatto seguire quella di un mio componimento già pubblicato nel blog, che ha per tema proprio il De rerum natura, dal titolo De rerum natura – Sommario.

Di seguito, mi sono soffermato sulle origini della dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico (spunti utili in questa tesina di Bianca Garavelli), così come analizzata nel saggio The two cultures and a second look, nella quale l’autore, Charles Percy Snow, fisico e scrittore, individua le cause della mancata soluzione dei problemi nel mondo e del declino della qualità dell’educazione. Tale dicotomia ha segnato profondamente il ‘900 italiano, che ha trovato su sponde contrapposte Federigo Enriques, matematico italiano, attivo anche nel campo della filosofia e della storia della scienza, da un lato, e Giovanni Gentile e Benedetto Croce dall’altro, con l’esito devastante di una irreparabile separatezza fra mondo della scienza e mondo umanistico. Questo dualismo dei saperi, assente nel mondo antico, quando scienza, filosofia e letteratura erano tutt’uno, e perfino nel Medioevo, quando un uomo di buona cultura aveva il dovere di conoscere le discipline del Trivio e del Quadrivio, cioè materie, diremmo oggi, sia scientifiche sia umanistiche (valga per tutti l’esempio di Dante), vede la sua nascita con l’illuminismo, movimento politico, sociale, culturale e filosofico sviluppatosi intorno al XVIII secolo in Europa. Siamo nel pieno della rivoluzione industriale, che introduce profonde trasformazioni sociali. Questo fa sì che gli intellettuali comincino a considerare la scienza, e soprattutto la tecnologia, di cui essa sembra essere al servizio, con uno sguardo fortemente critico. Ma è vero anche che nel corso di questo secolo le tecniche di stampa subiscono profonde innovazioni, sancendo la definitiva autonomia del sapere dal controllo della chiesa o di gruppi elitari, a conclusione di un processo che si era avviato tre secoli prima. Nella seconda metà del Novecento, tuttavia, assistiamo ad un graduale cambiamento della situazione, come se, in una sorta di osmosi, scienza e letteratura riprendessero confidenza reciproca. Va ricordato che due grandi poeti del nostro Novecento, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale, si diplomarono in studi tecnici l’uno e in ragioneria l’altro e che Primo Levi, Leonardo Sinisgalli e Carlo Emilio Gadda, nomi illustri del nostro panorama letterario, furono attivi nella professione di chimico, il primo, ed in quella di ingegnere, i secondi.

Ho poi proposto una mia riflessione sul linguaggio, sottolineando come le lingue “morte”, al pari di quelle “vive”, siano espressione di una ricchezza espressiva tipica dell’uomo, il quale è spinto dalla necessità di comunicare e divulgare, rendendoli fruibili da altri, i concetti formulati dal proprio pensiero. Anche il linguaggio scientifico risponde a questa esigenza, ma con una peculiarità: esso viene elaborato attraverso un complesso esercizio di semplificazione semantica, che consiste nell’adattare ogni singola madrelingua, composta da simboli puramente verbali, ad una forma espressiva, che deve, per sua natura, rispecchiare l’assoluta mancanza di ambiguità del simbolismo scientifico. L’universalità del linguaggio scientifico non può che prender corpo da questo lavoro di cernita nel polimorfismo delle lingue parlate e nella loro intrinseca polisemia, anzi, parafrasando una riflessione di Gustavo Zagrebelsky – poche parole poche idee poca democrazia – in poche lingue poche parole poche idee, possiamo dire che la scienza ne esca arricchita. In questo contesto, i benefici che in genere vengono ascritti allo studio del latino e del greco antichi emergono come prerogativa del poliglottismo, nel quale sono impliciti l’ampliamento del panorama di conoscenze e l’adeguamento del ragionamento alla molteplicità, alla diversità, alla novità. Un vantaggio che forse si amplifica in ragione di quanto più articolata e complessa è la lingua che si studia. Altro è il discorso che le lingue “morte” della nostra tradizione hanno il merito d’essere state i veicoli di diffusione della cultura classica, che è alla base della civiltà occidentale. Per ragioni di tempo, il mio intervento si è concluso qui, ma riporto di seguito altre considerazioni che avrei voluto proporre all’uditorio.

Ritornando su una mia idea fissa, che La metamorfosi del toro possa ben rappresentare il percorso che conduce all’essenzialità del linguaggio poetico, vorrei sottolineare come, parimenti, questa serie di litografie di Picasso ben rappresenti l’approccio riduzionistico della scienza, secondo il quale la complessità dei fenomeni del mondo osservabile viene ridotta all’applicazione di un numero discreto di modelli scientifici o, in altri termini, alla pratica del “rasoio di Occam”, largamente diffusa in ambito scientifico, secondo il principio che, in genere, l’interpretazione di un fenomeno richiede la massima semplificazione possibile.

Infine, è auspicabile che si applichi ai due saperi, l’umanistico e lo scientifico, il concetto di “degenerazione”, così come utilizzato in meccanica quantistica. In questa branca della fisica, che è pure il fondamento della chimica moderna, i possibili stati di un sistema fisico associati con lo stesso valore di una grandezza osservabile vengono detti “degeneri”. Ad esempio, nella costruzione della tavola periodica degli elementi chimici, è fondamentale riconoscere non solo che l’energia è quantizzata – può assumere, cioè, solo valori discreti – ma anche che il moto degli elettroni intorno al nucleo atomico obbedisce a regole che prevedono, per ognuno dei valori che l’energia può assumere, l’esistenza di una molteplicità di stati, immaginabili come distribuzioni di elettroni con uguale energia, ma con traiettorie spaziali di diversa simmetria. Perché non mutuare questo concetto dalla meccanica quantistica e considerare “degeneri” i saperi, caratterizzati sì da simbolismi formalmente differenti, ma rispondenti con pari diritto alla molteplicità espressiva del pensiero umano?


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Il 12 novembre scorso, promossa dall’Associazione Achille Basile – Le Ali della Lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, si è tenuta, presso il Circolo Nautico Stabia di Castellammare di Stabia, la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2015, che è consistita in una conferenza su “L’utilità dell’inutile”. Ho pensato di introdurla elencando alcuni episodi salienti della mia vita, perché da questi ho appreso quanto possano essere distanti dall'”utile”, nella sua accezione corrente, i campi dello scibile, ai quali ho avuto modo di accostarmi, a cominciare dagli studi classici, passando per gli studi di chimica e riapprodando, infine, alla poesia. Nel seguito, ci sono stati gli interventi di Matteo Palumbo ed Enza Silvestrini, i quali si sono entrambi soffermati in modo particolare sull’utilità della poesia. Enza ha proposto interessanti squarci sul pensiero di Paul Valéry, sottolineando il valore della poesia come strumento per fissare le emozioni ed anche, attraverso la sua esperienza nel P.E.N. Club, di cui è responsabile per la regione Campania, come mezzo di espressione del libero pensiero. Dal suo canto, Matteo, soffermandosi sulla poetica di Italo Svevo, ha sottolineato come solo l'”inetto” possa, attraverso la letteratura, ridar valore all’esistenza e recuperarne i momenti significativi. Mediante alcuni esempi tratti dall’opera di Leopardi, egli ha anche evidenziato come le parole in poesia siano collegate da schemi che non ricorrono in prosa. A conclusione della serata, ho proposto una lettura di una poesia di Richard Feynman, geniale fisico statunitense, premio Nobel nel 1965, capace di incursioni significative in campo letterario. Ve ne propongo l’originale e, di seguito, l’adattamento in lingua italiana, che ho realizzato per l’occasione. Infine, chi fosse interessato all’intera conferenza può visionarne il filmato su You Tube.

Carmen Matarazzo Matteo Palumbo


There are the rushing waves
mountains of molecules
each stupidly minding its own business
trillions apart
yet forming white surf in unison.
Ages on ages
before any eyes could see
year after year
thunderously pounding the shore as now.
For whom, for what?
On a dead planet
with no life to entertain.
Never at rest
tortured by energy
wasted prodigiously by the Sun
poured into space.
A mite makes the sea roar.
Deep in the sea
all molecules repeat
the patterns of one another
till complex new ones are formed.
They make others like themselves
and a new dance starts.
Growing in size and complexity
living things
masses of atoms
DNA, protein
dancing a pattern ever more intricate.
Out of the cradle
onto dry land
here it is
standing:
atoms with consciousness;
matter with curiosity.
Stands at the sea,
wonders at wondering: I
a universe of atoms
an atom in the Universe.

Enza Silvestrini Raffaele Ragone



Onde s’infrangono
ammassi di molecole
e ognuna pensa da idiota alle proprie faccende
miliardi di miliardi distanti
eppure plasmando all’unisono candida spuma.
Millenni su millenni
prima che un occhio potesse guardarle
anno dopo anno
facendo fragore come ora tempestando la riva.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
che non ha alcuna vita.
Non riposano mai
tartassate dall’energia
dal prodigio dilapidato dal sole
travasato nello spazio.
Un’elemosina fa mugghiare il mare.
Nell’azzurro profondo
tutte le molecole ripetono
l’una dell’altra gli schemi
finché complessi se ne formano di nuovi.
Rendono le altre uguali a se stesse
e ricomincia la danza.
Crescendo in dimensioni e complessità
le cose viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano in geometrie ancora più intricate.
Fuori dalla culla
sulla terraferma
eccolo
in piedi:
atomi e coscienza
materia e curiosità.
Sta di fronte al mare,
stupore stupito: io
un universo di atomi
un atomo nell’Universo.


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Nel novembre 2013 fui invitato alla presentazione di un saggio su una famosa ode di Saffo (Ode 31LP) ad opera di Walter Iorio (ne ho già scritto qui: https://raffrag.wordpress.com/2013/11/25/saffo/). In quella data, mi fu suggerito di riproporre nel blog la versione integrale del Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, di cui fu autore mio padre. Pur se con circa due anni di ritardo, oggi pubblico il testo originale del saggio di mio padre, che potrete scaricare cliccando sull’immagine, insieme con un commento, scritto per l’occasione da Walter Iorio.

Saffo

“Nelle mie recenti pubblicazioni specificatamente incentrate sull’Ode 31V (=31LP) di Saffo Salvami Afrodite bench’io non voglia. L’enigma millenario dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013 e Un brivido lungo la schiena. L’arcano insoluto dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013, formulavo ipotesi di comparazione letteraria fra testi e opere generate dall’umanità colta sia nelle varie aree del pianeta sia nel decorso storico delle civiltà e raccoglievo il maggior numero possibile di traduzioni e di rielaborazioni del documento eolico.

Mai, però, lo confesso, avrei osato avanzare esplicitamente e formalmente una mia personale interpretazione complessiva del testimone antico: sarebbe già stato infatti un azzardo che di quel frammento, forse mutilo, proponessi una integrazione sperimentale. E con quali rischi!

La lettura, tuttavia, di un testo non proprio recente del defunto professor Melchiorre Ragone, Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, FEDERICO & ARDIA, Napoli, 1968, ha agito da incentivo propulsore di idee e di pensieri davvero inaspettato: una pubblicazione, in verità, al cospetto della quale non può passare inosservata l’acribia dello studioso diretto dei testi che attinge ad acquisizioni tràdite dal passato – e da quali Maestri, poi! – per procedere con creativa originalità di intuizione e avviare lo studio della monodia a soluzioni almeno in certa misura inedite; una fatica del genere, inoltre, di per sé ricca di annotazioni bibliografiche e spunti fecondi e perciò stesso, anzi, capaci di sospingermi a infrangere gli indugi della prudenza e a rappresentare più compiutamente una mia ipotesi interpretativa, nella speranza di trarre elementi comuni di giudizio ma pure suggerirne altri possibili.

Se mi fosse capitata tra le mani prima che venissero licenziati i miei due volumi, avrei avuto altro materiale prezioso di indagine!

Nella sua opera originale e occorsa alla mia lettura per mediazione e impulso della professoressa Carmen Matarazzo, entusiasta animatrice culturale, il Collega Melchiorre Ragone esegue uno studio critico sulle tendenze esegetiche a lui precedenti o contemporanee, confutando già le origini epitalamiche del componimento (e la logica moralistica nella lettura del Wilamowitz e di numerosi altri), la motivazione pulsionale del medesimo (cioè l’esplosione di un sentimento di gelosia nel cuore della poetessa) e la teoria dell’Abschiedslied (che rappresenterebbe una scena di saluto definitivo a una allieva del tiaso).

Ma l’indagine del Collega inizia con lo scioglimento preliminare di un dubbio intorno al numero dei personaggi coinvolti nel ménage relazionale.

Egli sostiene infatti che essi, esclusa la figura solo eventualmente maschile – e già questo elemento identificativo non credo trovi precedenti significativi nella tradizione esegetica precedente – adombrata nei primi due versi, siano propriamente due: lei, Saffo, l’educatrice, e l’altra, l’educanda. Né manca un’analisi accurata di quei ter-mini che giocano un ruolo importante nell’interpretazione globale del testo.

Personalmente ritengo condivisibili alcuni spunti delle argomentazioni del Professore, ma tendo a dissociarmene rispetto a due.

In primo luogo, infatti, permanendo la difficoltà di inquadrare il frammento in una tipologia propria e in un contesto materiale-motivazionale specifico, verrebbe da pensare che questo componimento fosse giudicato sublime proprio per la raffinatezza immediata dell’ispirazione saffica e per la sua elementare consistenza e che esso costituisse altresì l’originario nucleo lirico intorno al quale ruotassero figure reali e immaginarie o elementi rappresentativi di voci, sensi, affetti di interiorità quali si susseguono nell’esperienza concreta del tiaso.

Per questo non ha senso, forse, indagare molto intorno all’uso generico del pronome dimostrativo-relativo KENOS/OTTIS né alla valenza identificativa del personaggio appena adombrato all’inizio della lirica: questi, infatti, potrebbe essere uno dei tanti pretendenti di una delle tante allieve di quella cerchia pedagogica ma pure, per converso, quello che al momento corteggia quella ragazza a lei cara. Il pronome KENOS, del resto, come opportunamente, credo, suggerisce il professor Ragone, può forse indicare distanza temporale rispetto al presente oppure l’estraneità affettiva di quel giovane ignaro della concorrente passione della poetessa.

Mi permetto altresì di dissentire dall’interpretazione ragoniana in merito all’interpretazione dell’aggettivo comparativo CHLOROTERA, cui il Collega attribuisce una significazione positiva con una originalità di percezione e una spregiudicatezza esegetica degna della sua tempra intellettuale ma che, pure, a onor del vero, fatico a sostenere: è infatti vero che una capacità di reazione plurisensoriale sia indice di un organismo forte e sano; ma è pure incontestabile che la sindrome clinica serva ad accentuare il contrasto tra la serenità precedente dello spirito e lo sconvolgimento organico-funzionale del momento. Peraltro, a quanto è dato di sapere, non disponiamo di elementi biografici capaci di precisare l’età di Saffo né è necessario verificare di quali strumenti mai si debba avvalere la poetessa quando annoti su di sé i segni di questa improvvisa, momentanea desistenza psico-sensoriale. E non si comprende neppure per quale motivo essa debba immaginare una tonalità intensa di verde a significare, con un ulteriore dettaglio cromatico, il suo stato deliquiale: ritengo, invece, sia lecito pensare a una tinta flebile, prossima a stemperarsi, come, peraltro, suggerirebbe l’erba patita che scolora dell’interpretazione quasimodea. C’è infatti motivo di credere che l’immagine evocata dall’interprete novecentista ponga in evidenza lo stato di consunzione e di deperimento della creatura vegetale esposta alle insidie del tempo e all’inclemenza delle stagioni avverse. E lo stesso poeta inglese William Shakespeare, nella rappresentazione del demone della gelosia che corrode il senno degli uomini, la descrive come un mostro dagli occhi verdi (Otello, Atto III, scena III, v. 167): certamente non si allude, in Saffo 31V al colore verde degli occhi ma a quello del volto, che li comprende, nella reazione prosopocromatica alla scena fatale dell’inizio dell’ode.

Al di là, comunque, di simili dettagli, io ritengo, piuttosto, che l’ode voglia rappresentare una condizione dell’esistenza complessa e articolata, benché non compiutamente definibile: come, ad esempio, di un senso tenace di possesso che esploda d’un tratto nel presentimento di un congedo lacerante: sentimenti intimi, dunque, colti nella loro eccessiva energia di devastazione e capaci di generare una momentanea desistenza organico-funzionale: questa, cioè, che mobilita un’energia improduttiva e perdente, ma che non necessariamente per questo scaturisca da un organismo ancora fisiologicamente giovanile.”

Walter Iorio


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Questo non è il suggello,
il verso che mi chiedi,
forse cercando il bindolo
che aggomitoli lo spago.
Meglio, per tale scopo,
l’esercizio della scena,
lo zingaro che reputi
conforme al tuo dilemma.

Luca Nasuto

Io servo, all’incontrario,
la parola che dipana
la matassa, che poco
si sofferma, presupponendo
troppo. Fin qui mi consta
questo: non corre in tale
verso la strada al paradiso.


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L’11 dicembre 1996, negli Stati Uniti, acquistai il Random House Webster’s College Dictionary, una delle tante edizioni del Webster, famosissimo Dizionario della lingua inglese, in fondo al quale potei leggere un paragrafo dedicato al linguaggio sessista. Fu per me la prima lezione sul tema, improntata all’equilibrio tipico dei paesi anglosassoni, quando sia in gioco la parità tra i sessi. Il paragrafo comprende un elenco degli accorgimenti linguistici da adottare per evitare termini discriminatori. In esso è suggerito, tra l’altro, di evitare la distinzione tra poeta e poetessa. Ecco, se volessi individuare l’antefatto del mio attuale coinvolgimento in un progetto antisessista, dovrei correre indietro nel tempo di poco meno di vent’anni. L’occasione per un  mio contributo si è concretata l’anno scorso, quando, nel corso di un reading poetico, ho conosciuto Nadia Cavalera, che è curatrice del blog Umafeminità, interamente dedicato al tema. Di lì ha origine l’inserimento di una mia poesia, Terra amissa, nell’antologia curata da Nadia Cavalera, che è stata pubblicata a novembre dell’anno scorso da Joker Edizioni. L’antologia sarà presentata a Castellammare di Stabia sabato prossimo, 7 marzo 2015, presso lo storico Gran Caffè Napoli. Interverranno, oltre a Nadia Cavalera, altri autori di opere in essa presenti. Vi propongo, di seguito, il commento che Carmen Matarazzo, nelle cui iniziative sono spesso coinvolto da quasi due anni, ha scritto per l’occasione.

L’Umafeminità: mero neologismo, utopia o nuova (antica?) visione della società? Umafeminità: in primis un’esperienza nuova, un confrontarsi a distanza, a partire da intenti comuni, di uomini e donne che hanno condiviso la propria vocazione poetica per una visione pacifista della società; uomini e donne che, partendo da contesti diversi, da formazione diversa, da visuali e forme espressive diverse, hanno dimostrato che si può concorrere per un fine comune, per un miglioramento che interessi entrambi i sessi. Quindi un’antologia, Umafeminità, cento poet* per un’innovazione linguistico-etica, simbolo concreto che la collaborazione, l’interazione, la condivisione tra i sessi è possibile, se nessuno dei due vuole necessariamente prevalere sull’altro, o peggio prevaricare l’altro.

“La dimensione dell’umafeminità è all’insegna della complementarietà, dell’equilibrio e della parità tra i sessi. Dimensione che può essere attuata solo col rispetto reciproco, nell’equa effettiva ripartizione dei compiti senza prevaricazioni e soprusi. Nella costituzione di una forma amministrativa nuova che l’avveri. In una società felice. Per la riconquista del Paradiso perduto”.

Così Nadia Cavalera, poeta, saggista, curatrice dell’antologia, nell’introduzione alla stessa.

Copertina Umafeminità

Non si può prescindere da questa propositiva affermazione per rendersi conto di come quella, che sembra in prima istanza essere solo una battaglia linguistica per riaffidare dignità e funzione alla donna all’interno della lingua e della grammatica italiana, sia in realtà l’espressione di una rivisitazione complessiva della relazione uomo-donna a partire dai ruoli istituzionali ed, inoltre, per comprendere come il contributo delle donne debba essere considerato fondamentale per una visione pacifista della società a qualsiasi livello questa venga analizzata. Ecco il Paradiso perduto!

Umafeminità: certamente un neologismo da sostituire al termine umanità, un neologismo che inglobi l’umanità, intesa come espressione dei soli maschi, e la feminità, intesa come espressione delle sole femine (con una sola emme – sostiene la Cavalera – per ripristinare l’eleganza della lingua latina involgarita dal raddoppiamento della lettera ad oltraggio della donna), un neologismo, dunque, coniato e proposto dalla Cavalera sin dagli anni ’90, ma impostosi a lei come profonda esigenza lessicale ed etica nel 2011, quando la situazione storica e sociale la portò a prendere le distanze dalle guerre e dalla violenza presenti nel mondo governato fondamentalmente dagli uomini e a farsi portavoce di una nuova visione delle cose, a partire dalla lingua debitrice anch’essa di millenni di oscurantismo nei confronti delle donne. È indubbio, infatti, il collegamento tra lingua e rappresentazione della società, tra lingua ed affermazione del potere, tra lingua e relazione tra i generi. Studi in tal senso sono sorti sin dagli anni sessanta negli Stati Uniti, ripresi poi in Gran Bretagna e, via via, nelle altre nazioni. In particolare in Italia il sessismo linguistico è stato oggetto di diverse pubblicazioni, nelle quali è stato dimostrato come il graduale predominio dell’uomo sulla donna è proceduto di pari passo con una prevalenza del sesso maschile anche nell’espressione linguistica, prevalenza camuffata spesso sotto la parvenza di un valore neutro ed universale della lingua, che ha comportato l’affermazione di tutto un contesto maschile, a partire dalla rappresentazione della divinità.

Con puntuali riferimenti storici, archeologici, religiosi la Cavalera dimostra, infatti, come le società primordiali furono gestite dalle donne e furono società aperte all’accoglienza, improntate su una visione pacifista del mondo. Questo per millenni, finché lo sviluppo di nuove forme di ricchezza portò l’uomo a spodestare le donne dal loro ruolo, imponendosi spesso con la violenza, come è attestato dalla mitologia riferita alle stesse divinità di cui si parlava prima. Ecco la necessità di ripartire dalla lingua per riparare ai soprusi e per ricostituire uno stato sociale basato sugli antichi valori di accoglienza, di condivisione, di solidarietà.

Per arrivare a tutto questo, Nadia, provocatoriamente, invita gli uomini a ribaltare un concetto su cui si sono basati numerosi equivoci : non sono le donne ad avere “invidia del pene”, bensì gli uomini ad avere “invidia della vulva”, invidia degli organi procreatori della donna, invidia della possibilità della donna di dare la vita. E non è umiliando la donna, escludendola, che si potrà ottenere una rivendicazione di tale funzione; l’uomo parteciperà alla creazione quando darà alla luce la sua parte feminile. Insomma, bisogna che l’uomo prenda coscienza che nel parto di Eva dalla sua costola non è adombrata un’inferiorità della donna (non creata direttamente da Dio, ma estroflessione dell’uomo), bensì la coesistenza del maschile e del femminile, dell’umafeminità appunto, dei due elementi primordiali di cui nessuno dei due può privarsi. In ultima analisi, è un riscatto anche per l’uomo, troppo spesso identificato, costretto da secoli di un certo tipo di educazione ad identificarsi con l’espressione violenta della realtà.

L’umafeminità, complessivamente intesa, è un’utopia? No, speriamo proprio di no; certo un percorso ancora lungo e difficile da compiere, che deve passare necessariamente attraverso un grande atto di umiltà e di riconoscimento reciproco uomo-donna.