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Guardiana dell’ora, in cui fummo attesi
dall’aria, dall’abbaglio che incanta
i neonati, eri lì, premurosa
custode di olivi, di sassi indifesi,
che avemmo sì amati ad alterna dimora.
Tu, già corona, già aroma, l’amico
di Venere, il boschetto pudico,
lì stavi, come un regalo scordato,
incurante del tempo, negletta

addossata al tratturo, la pianta,
il mirto che spera nei santi e nei morti
per essere infine scovato, scartato,
quando diventano i giorni più corti,
svestito della polpa violetta,
quando già d’olio è ricolma la giara,
quando novembre il suo volo ha spiccato,
bevanda ne fa dalle bacche sì cara,
l’infuso, che scalda il cuore alla casa.

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Qualche mattina fa una cara persona di famiglia mi ha fatto omaggio di un piatto di fichi. Nel dispormi a un’estemporanea, quanto gradita, colazione, ho in cuor mio benedetto chi me li ha regalati, per avermi fatto dono, con essi, del loro bagaglio di sapori antichi e di aria di vacanza. Ne mangiavamo spesso nei nostri viaggi estivi, anche accompagnandoli con il pane, dopo averli raccolti dovunque ne avessimo trovati.

Un anno – era il 1994 – comprai su una bancarella nei pressi dell’università la ristampa di un Vocabolario botanico napolitano, autore, nel 1887, un misterioso Federico Gusumpaur, che scopro essere lessicografo e naturalista (seguire il link alla pagina di Wikipedia per saperne di più). Il dettaglio non è trascurabile, in quanto quell’estate portai il libro con me per intrattenere gli amici, dopo la colazione mattutina a base di fichi, con la lettura, a mo’ di litania, di un suo stralcio, dedicato, manco a dirlo, alla voce fico o, meglio, fica, che, carico di inevitabili doppi sensi, è il lemma napoletano per questo gustosissimo frutto.

L’estate si è ormai avviata per la china dell’equinozio, colma d’amarezza per gli incendi che hanno devastato le nostre montagne, ma mi auguro che la lettura di questa “litania” e, perché no, anche dei versi da me ironicamente dedicati al tema, possa lasciarvi un po’ di dolce in bocca.

Stamane, a colazione, gusti antichi,
verdi, violetti e neri, zuccherini,
troviamo ferragosto in bocca ai fichi,
aperti in valve, pigiati nei panini,
sapore denso di momenti aprichi,
mangiati svelti, in men che non si dica,
nel crocchiare sensuale dei semini,
e un’altra volta, iddio li benedica,
labbra impudiche, fremiti divini,
goduti lenti, come la tua fica.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il tuo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.


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Lasciai tutto, tutto volli lasciare,
per inseguire chimere d’oltremare.
Studi e parenti, monti e monumenti,
gli indirizzi trascritti in un quaderno,
i fichi d’India, gli olivi del Cilento,
lavoro, motoretta e mosso il mare,
che ancor m’intenerisce questo cuore.

giuseppe-migneco-partenza-emigrante

Lasciai tutto, tutto dovetti lasciare,
la mia vita è stata un viaggio eterno,
al vostro mondo un perenne ritornare,
dispensando ricordi a tempo alterno.
Lasciai tutto, tutto pensai di lasciare,
il tetto patrio scrutando dall’esterno,
e il tempo non è più di rincasare.


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a Vittorio Esposito

E dunque, che ne sarà
di te, spina riposta
in vaso, che prediligi
i climi caldi e secchi,
raccolta tra gli scricchi
d’un giardino sfigurato
dai nuovi proprietari,
incompetenti e ricchi,
da possidenti ignoti,
irriverenti alla realtà
dei fatti, e l’acqua suggi
che mi resta, che sbocci

landscape-with-brook-brook-with-aloes-1907

inutilmente sul terrazzo,
dove s’ostinano i gerani
nell’attesa, e i gelsomini,
dove acclamasti il sole,
sui miei ritorni spiazzo
soleggiato, che ne sarà
dell’aloè, amara carne
del passato, se coniugato
il tempo nella flessione
principale, solo il passato
resta, e più manco il futuro
lo coniugo al futuro?


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Casa di feste lontane
Dei sedili di pietra
ov’era la nostra ansia
un volo di falene.
Casa della giovinezza
Mai posseduta
Gridata tra fumi
Vissuta tra nebbie
Porto dei pianti
Dei ritorni dei saluti
di replicati abbracci
Casa dell’abbandono

Giardino del mirto
del ramarro nero
Signore del sicomoro
Casa del vento
di cinquant’anni
ove tutto è selvaggio
anche l’arancio immortale
che ci sopravviverà
Casa lontana da casa
Di te rimane
Tre piante di spine
E la carne dell’aloe
Speriamo il fiore.