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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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Eppure nello specchio delle lenti
t’indovino disegnata, ed il soggetto
traguardi con un occhio, i lineamenti
nell’azzurro amalgamati, composti
nella posa di chi scatta. In un ritratto
insieme non fummo tanto spesso,

tilden-park

sovente fuori scena stemmo posti,
e ci trovammo soli, dallo scatto
separati, pur tutti e due presenti,
e tu di me più volte. In fondo, adesso
siamo questo: gli estremi d’un riflesso,
pur nella stessa scena giustapposti.


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La strada proseguiva verso il parco,
una riserva verde su in collina,
dove batteva la salita un falco,
ghermendo la sua preda ogni mattina.
Da solo di sicuro c’ero andato,
portato da un’amica americana,
ma ci riandammo insieme in macchina,
a Tilden Park, la nostra prima gita.
Poi, quando la famiglia fu riunita,

easter-in-berkeley

ci trascorremmo Pasqua all’italiana,
con le delizie portate dai ragazzi
oltre frontiera, in barba alla dogana.
Or vi dispiego l’ali, sugli spiazzi,
dove l’erba tra gli arbusti si fa strada,
vi scruto la radura dei cerbiatti,
come un uccello in volo sopra il nido.
Magari come allora è pasqua a Tilden Park,
vi scorgo ancora il fumo d’un bivacco!


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L’avevamo ponderata l’opzione:
a cose fatte osare la verifica,
partire senz’assilli per l’America,
restarci ogni anno almeno una stagione.
Ci pensi? Pure il deserto è in fiore,
la Valle della Morte, l’ansito del cuore,

Death valley 1997 (509x700)

dei tanti anch’essa un porto quieto,
un luogo per godersi la pensione!
Ma pur se cambia faccia, il nome resta
uguale, lo scampolo d’un viaggio
s’inventa rozzo un trucco: dal petto
strappa i fiori, incurante d’ogni lutto.


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L’estate ha fatto un volo, d’arrivi
e di partenze una marea travolta
dal viavai di cianfrusaglie gettate
in fondo al sacco, laconici cimeli
aggrappati nella mente, che assordano
il silenzio, da quando te n’andasti
assieme a Bertha, alcuni mesi dopo,

lasciando l’edificio in cartongesso,
le assi di legno di sequoia, le scale.
È stato un volo di persone care,
fissate nel congedo, che lasciasti
per ritrovare Bertha. Così scordasti
l’ansia dei miei passi lungo il viale.


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Ciò ch’è successo non ve lo racconto
dopo il ritorno da questa terra brulla,
tavolozza di selci, di succulente culla,
ma il nostro affetto ancora v’è dovuto,
dacché partimmo dalle lande d’Arizona,
figli dell’altra costa, angeli d’assistenza,

Grant & Jenny

che procuraste al viaggio una scintilla,
quando ci parve avversa la fortuna.
Grant Hudspeth e Jenny Devine, note
abbreviate della passata vita, segni
di penna al fondo dell’agenda, indizi
d’un’altra storia incollati alla rubrica.


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La BART ancora corre al porto,
le foche sguazzano sotto la banchina.
Ma per spostarsi nei fine settimana
fu meglio la patente americana.
I nostri viaggi in Pony, un tourbillon
di nomi in flashback. E di ritorno
a casa, io nudo alla finestra, e nuda
pure tu, distesa sul sofà. La spesa
a mezzanotte, l’allarme a mezzodì,
nel forno è cotto il tuo pasticcio.
E dopo, nel tramonto, una panchina,
ancora lì. Ma lentamente tutto cambia,
oppure cambierà. La Pony fu venduta,
gente diversa vive nella casa. Gli amici,

Yosemite Falls 97

chissà dove, ed un corriere espresso
a Berkeley Downtown è stato messo
al posto dei grandi magazzini. Dunque,
del viaggio – mi dirai – cosa t’importa
serbare le piantine stropicciate, reperti
lacerati nelle pieghe, strisce di carta,
rettangoli distorti. Scoprire quello ch’è
mutato? Fasciarti il cuore nelle bende
dei ricordi? Il fatto è che adesso spesso
discorro solo con me stesso, la memoria
mi vien meno, e d’ogni viaggio tutto
va trascritto nel diario in bella copia.
Mi perdo ciò che scordo, e tu lo taci.


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per Sant’Anna

Amore mio, l’autunno se ne vola
in dibattiti incessanti a ridosso
delle nebbie della baia. Eppure,
come sai, a speculare son disposto
affatto sulle indagini poco abituali,
dove spazio abbia la mente in cieli
inconsueti. L’accolgo di malgrado,
dunque, siffatto ufficio di difensore
a oltranza dei fondamenti basilari,
però si mostra il nostro pensatore

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convincente, ed espone con fervore
l’ultima scoperta, che non esiste
la debole attrazione tra sostanze,
e nei legami forti la loro vicinanza
si risolve. Ma sono molto meglio,
dopotutto, le baruffe degli amanti.
E tu perciò mi manchi, e sono qui
che scrivo che le gradisco tanto,
in fondo, le nostre dispute banali
sull’esistenza dei punti cardinali.


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Mia casa di carta e gesso, bianca
come la neve che non scese. Dimora
dei meriggi rosa e arancio, stanca
come la nebbia della baia, ancora
sbuffi soffi d’acqua, esali afrori.
Casa dei tramonti, eppure mattutina,
fosti l’autunno di Bertha e Carolina,
mia casa degli amanti e dei rumori.
163328_10200145830561096_20984750_nMio rifugio di legno solo di finestre,
segreto delle alcove, senza balaustre,
mio asilo della donna che saluta
quasi fosse l’ultima ogni volta,
e fu l’ultima davvero quella volta.
Mia casa rimasta senza storia,
ti penso forestiera e abbandonata,
come il viale perduto della gloria.