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Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.

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Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


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Rovistando in una ressa di chincaglie,
messe da parte per l’atavica mania
di non buttarle come inutili ferraglie,
ma di tenerle in serbo in un cassetto
d’una vecchia e malridotta scrivania,
in un astuccio, in un rozzo cofanetto,
del nostro tempo irrilevante spia,
ecco – dovesse la memoria far difetto –
d’una storica valigia le due chiavi,
uno dei tanti bagagli di famiglia,
facile preda a casa di tua figlia,
rapina occasionale, ladri ignavi.
Perdute, un giorno, e presto riottenute

nuove di zecca, per corrispondenza,
– una storia forse degna d’uno scritto –
meraviglia di maniere sconosciute.
Sacrificarle, dunque, immantinente,
bruciare senza un filo di clemenza
d’una vicenda il documento schietto,
visto che non ne ha scopo l’esistenza,
che alberga adesso in una sola mente?
Però, come arrogarsi un tal diritto,
se della vita siamo l’accidente,
retorica, sfuggente fantasia,
di ciò ch’è ignoto eccesso di presenza,
più di due chiavi breve, inconsistente?


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Ottava tappa, Yuma, deserto d’Arizona,
a dire il vero, un luogo mai raggiunto,
ma navigato spesso da bambino,
col calore che diventa fremebondo,
mentre scende il Colorado alla marina,
e l’epopea del West a far da sfondo.

Ti culla fino a Yuma il mio racconto,
un breve volo accanto al finestrino
(il mezzo giusto al vostro appuntamento
durante il nostro viaggio al Nuovo Mondo),
quando viaggiavo trasognato in treno,
in sala con mio padre, ormai defunto.


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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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Caffè Nefeli, un anno quasi intero
il pranzo a mezzogiorno tutti i giorni,
poi quattro espressi un poco pretenziosi
per fingere di Napoli l’essenza.
Caffè Nefeli, e chi se ne ricorda,
tre sognatori e una giovane signora,
estratti a sorte in quattro con sapienza
per cominciare uguale la controra.
L’anziano morto e gli altri vivi ancora,

ma ritornato ognuno al proprio mondo,
nessun pretesto rimasto per la scienza.
Caffè Nefeli, varcato il North Gate,
un’altra strada scelse la signora,
la vecchia strada prese il forestiero,
ignaro che del prezzo che si paga
per la scienza ben più amaro fosse
il conto che ti chiede l’esistenza.
Rimase Bill McKenzie, il militare.


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Eppure nello specchio delle lenti
t’indovino disegnata, ed il soggetto
traguardi con un occhio, i lineamenti
nell’azzurro amalgamati, composti
nella posa di chi scatta. In un ritratto
insieme non fummo tanto spesso,

tilden-park

sovente fuori scena stemmo posti,
e ci trovammo soli, dallo scatto
separati, pur tutti e due presenti,
e tu di me più volte. In fondo, adesso
siamo questo: gli estremi d’un riflesso,
pur nella stessa scena giustapposti.


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La strada proseguiva verso il parco,
una riserva verde su in collina,
dove batteva la salita un falco,
ghermendo la sua preda ogni mattina.
Da solo di sicuro c’ero andato,
portato da un’amica americana,
ma ci riandammo insieme in macchina,
a Tilden Park, la nostra prima gita.
Poi, quando la famiglia fu riunita,

easter-in-berkeley

ci trascorremmo Pasqua all’italiana,
con le delizie portate dai ragazzi
oltre frontiera, in barba alla dogana.
Or vi dispiego l’ali, sugli spiazzi,
dove l’erba tra gli arbusti si fa strada,
vi scruto la radura dei cerbiatti,
come un uccello in volo sopra il nido.
Magari come allora è pasqua a Tilden Park,
vi scorgo ancora il fumo d’un bivacco!


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L’avevamo ponderata l’opzione:
a cose fatte osare la verifica,
partire senz’assilli per l’America,
restarci ogni anno almeno una stagione.
Ci pensi? Pure il deserto è in fiore,
la Valle della Morte, l’ansito del cuore,

Death valley 1997 (509x700)

dei tanti anch’essa un porto quieto,
un luogo per godersi la pensione!
Ma pur se cambia faccia, il nome resta
uguale, lo scampolo d’un viaggio
s’inventa rozzo un trucco: dal petto
strappa i fiori, incurante d’ogni lutto.