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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.

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Forse sei queste sere tarde e sgombre
di clamore, sei forse la mattina
sempre in corsa lungo la marina.
Gradito è stato attenderti, dicembre
infreddolito, eppure fosti il mese
del distacco, quando il destino arraffa
le sue cose. Magari in una stanza

sulla spiaggia m’ha consolato un vento
di burrasca, l’eco d’uno spavento
giovanile, che a un tempo di baruffa
mosse il mare, a un clima di contese.
Forse con te vien meno il patimento,
con un distacco, ancora, la mancanza.


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Così ci crogiolammo nell’attesa,
rinviando la caduta della neve,
curando quella brace in cuore accesa.
L’indugio di quell’anno scorse lento,
adagio al nostro tempo ci fu resa,

però ce la godemmo quella dote.
Del sospirato incontro la sorpresa,
del tempo che ci attese, forse breve,
noi musicammo allegro l’andamento,
con le dita già sospese sulle note.


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Per la regola dei riti ormai già
pronto, l’autunno infine s’è deciso:
un traffico d’affetti e d’imprevisti,
i sospesi parigini, le piogge
straripanti, di mosto avvinazzate.
Ben presto incalza l’ora dei defunti,
con fiori contraffatti, inadeguati
al rinnovarsi intenso dei trascorsi.

Un dì ne fummo dèi, ma naviganti
sfortunati, in porti ormai divisi,
a un disinganno spiccio infine arresi.
Ebbro di crisantemi e di croccanti,
così novembre smorza d’Ognissanti
le rimanenti chiazze dell’estate.
A San Martino l’ultimo sussulto:
il suo novembre a ognuno, ingeneroso.

 


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Nel gioco giammai riuscii vincitore,
ma non mi dolgo d’aver perso con lei:
la sconfitta più dura fu d’averla
perduta. Al poker giocai per diletto.
Del rilancio non fui mai specialista,
del bluff neanche l’artista provetto,
quel che si dice un gran giocatore;

sentirla rapita al mio sforzo d’inetto
fu di quel gioco la sola conquista,
la grande vittoria, senza profitto,
se ora nemmeno m’è dato vederla.
Insomma, non vinsi neanche all’amore.
Però gioco, insisto, la sfida l’accetto,
ché farne a meno nemmeno saprei.


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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.


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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Trovato alla stazione il primo anello,
prima di te scomparso quel monile,
della tua eclissi inutile segnale,
le griffe ripiegate sui turchesi,
la frivolezza giusta sul tuo dito
per tre decenni e mezzo e pochi mesi.
Venne subito il secondo, formale,
come d’uso, con un riferimento
inciso, e terzo il celebrato argento,
nomi e date confermati, naturale,
il pegno consegnato alla mia cura,
due cerchi d’oro, un solo anniversario.
Il quarto fu comprato dai Navajo,
argento indiano, a intarsio decorato,
e anch’esso di fattura artigianale,

il quinto, ingemmato col coppale,
modello d’un’estate al Gran Bazar,
visto in vetrina, prezioso lì lasciato,
in memoria d’un viaggio irripetuto,
che non fu il solo, a onor del vero,
vino versato, invecchiato nel boccale.
Il sesto fu un gioiello appassionato,
con gli orecchini in tono, di corallo,
che ad amorose mani fu assegnato.
Ma non conosci il settimo sigillo,
il corindone azzurro in una chiostra
di diamanti – le rose coroné
di taglio antico, in stile novecento –
e una ghirlanda intorno di smeraldi.


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Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


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Dalla mobilia vecchia, ormai in disuso,
scamparono le sedie da cucina,
paglia di Vienna la seduta, spesso
da riparare, ridotte fuori uso,
per l’utilizzo improprio, per l’eccesso
passionale nell’ora mattutina.
Sull’intreccio destinato per l’espresso,
nei fine-settimana di riposo,
la regola intrigante dell’amplesso,
a volte pure un’agile sveltina.

Ora tu penseresti “Non è da te
senza pudore rivelar l’amore,
quest’attrazione nostra un tanto osé.”
A dire il vero, non me ne interesso,
più non indulgo al gioco del perché,
e la mattina, da solo col mio tè,
le guardo quattro sedie da cucina
che sembrano sciupate senza sesso,
senza l’usanza del trascorso ardore,
bollente come il rito del caffè.