viaggi



wordpress visitors

Imbiancano l’estate le dimore
nei loro viaggi attesi itineranti.
La strada corre, la rincorre il cuore
al dilungarsi noto del paesaggio
nella folla di sogni e villeggianti,
tra mare e cedri valica il passaggio

verso gli ambiti lidi degli Ausoni,
ai giorni che ne vissero il colore,
agli anni che ne furono l’ostaggio.
Ora che indugia a nuove suggestioni,
qui tergiversa il tempo guaritore,
qui si risolve la filza dei rimpianti.

Annunci

wordpress visitors

Eccoti, finalmente, a me di nuovo
accanto, in un ritorno sospirato.
Non è finito, dunque, il nostro viaggio,
non il mistero antico del tuo sguardo,
del nostro accompagnarsi ancora illuso,
la strada a te davanti, ed io rinchiuso

nell’enigma, se covi infido il male
o invece se sia vinto. Uguale trovo
il tuo sorriso in questo dì beffardo,
la strada a me davanti, un autunnale
appuntamento col viale del paesaggio.
Il tempo del commiato è rimandato.


wordpress visitors

a Olimpia

Da te si torna, terra degli Elleni,
antico fine di pellegrine estati,
quando il ritorno stanchi attendevamo
sulla spiaggia di Patrasso, ma chissà
se riconosco volti e strade, se siamo
ancora in esse l’ombra, chi lo sa
s’è ancora uguale la porta dei leoni,
che cosa sull’acropoli è cambiato
e nel teatro dall’acustica perfetta,

e s’è la stessa la danza degli euzoni.
Di fatto è incerto il passaggio d’Istmià,
tinto d’arancio nel coro dei gabbiani,
e mi domando se mai ci siamo stati,
se mai l’abbiamo insieme attraversato,
quando il tempo volava senza fretta.
Si torna alle vicende degli umani,
– ancora è in aria la cronica saetta –
tolti di nuovo agli ansiti terreni!


wordpress visitors

Al borgo medievale, se ci torni,
dove vagammo lunghi pomeriggi,
come frenando il passo di quei giorni,
c’è il falco che veleggia nei dintorni,
quando al tramonto la luce già si china,
d’un pino azzarda il ciuffo sommitale,
del vespero scrutando i primi raggi,
dove le prede camuffano i contorni?
E l’aria – dimmi – è ancora frizzantina,

s’affaccia la vezzosa al davanzale,
la barista dall’aria sbarazzina?
Pure se non avemmo un gran finale,
ancora tu dimori nei ricordi,
raggiante nel saperti mia regina
nell’intervallo illuso degli esordi,
quando oziavamo a letto la mattina,
quando mi palpitavi nei precordi.


wordpress visitors

Di quando in quando un ritrovarsi assorto
dei patti nel silenzio convenuti,
degli impegni trascritti in almanacchi
personali, che spetta a me concludere,
nei piazzali di stazioni, in aeroporto,
dove scandimmo teorie di saluti,
– la nostra assegnazione di distacchi –

considerare la questione annosa,
se sia più ovvio all’infinito amarti
o tenerti tra le spoglie dei cassetti,
riporre secchi petali di rosa,
le chincaglie, di ciò che fummo scarti,
con la pretesa solo di riassumere
attimi sparsi, la vita in fazzoletti.


wordpress visitors

Sicché, rimase inviolata la vetta,
furono salve le altezze, i segreti
di vergini pietre, l’audace ricetta,
laddove, da poco iniziata, la vita
esplorò la nostra nuova scoperta
dei gesti che tenemmo discreti.
E venne l’estate, tra muri di case.

E allor che fu tempo, fu benedetta,
quando sorprese l’infanzia avvilita,
la scaltra trovata, la fine invenzione
del corpo. Fu certo per tale ragione
che intatto il monte Soprano rimase,
ancora mistero l’intrigo dell’erta.


wordpress visitors

Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


wordpress visitors

Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.


wordpress visitors

Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


wordpress visitors

Rovistando in una ressa di chincaglie,
messe da parte per l’atavica mania
di non buttarle come inutili ferraglie,
ma di tenerle in serbo in un cassetto
d’una vecchia e malridotta scrivania,
in un astuccio, in un rozzo cofanetto,
del nostro tempo irrilevante spia,
ecco – dovesse la memoria far difetto –
d’una storica valigia le due chiavi,
uno dei tanti bagagli di famiglia,
facile preda a casa di tua figlia,
rapina occasionale, ladri ignavi.
Perdute, un giorno, e presto riottenute

nuove di zecca, per corrispondenza,
– una storia forse degna d’uno scritto –
meraviglia di maniere sconosciute.
Sacrificarle, dunque, immantinente,
bruciare senza un filo di clemenza
d’una vicenda il documento schietto,
visto che non ne ha scopo l’esistenza,
che alberga adesso in una sola mente?
Però, come arrogarsi un tal diritto,
se della vita siamo l’accidente,
retorica, sfuggente fantasia,
di ciò ch’è ignoto eccesso di presenza,
più di due chiavi breve, inconsistente?

Pagina successiva »