umanesimo



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Il 23 maggio scorso, organizzata dalle associazioni Achille Basile – Le ali della lettura e Certamen Plinianum di Castellammare di Stabia, si è svolta una conferenza incentrata sul tema del mito in poesia. Nel corso della serata, alla quale anch’io ho partecipato, si sono succeduti interventi di Cinzia Caputo, Floriana Coppola, Giancarlo Cavallo e Carlo Di Legge, che potrete riascoltare integralmente nel filmato. Di seguito vi propongo, in breve, alcune mie riflessioni sul mito.

Nell’affrontare il tema, ho sottolineato come esistano, a mio avviso, forti analogie tra il mito e l’onomatopea. Come è noto, questa figura retorica associa a taluni suoni dei simboli linguistici: bau, miao, be, cra, crac, ciac, drin, e tanti altri, ai quali aggiungerei, perché no, il blabla dell’alta società di montaliana memoria. Da questi sono poi derivati lemmi più complessi, come sostantivi e verbi “onomatopeici”. Rimbombo – rimbombare, cigolìo – cigolare, gracidìo – gracidare, ticchettìo – ticchettare, e così via. In definitiva, l’onomatopea è uno strumento fonosimbolico, attraverso il quale gli elementi fonici di una parola o di una sequenza di parole suggeriscono di per se stessi il senso dell’atto fonetico che intendono esprimere. Ma aggiungerei che dietro ogni espressione onomatopeica c’è una storia. I fonosimboli non sono uguali in tutte le lingue, ma ci dicono che un certo suono è stato sempre e dovunque ciò che il fonosimbolo significa. In proposito, ricordo le parole del mio professore di greco del liceo, Aniello Buono. Nel contestare una tesi in voga all’epoca, che suggeriva che la “η” del greco antico si pronunciasse come la “η” del greco moderno, cioè, “i”, notava che, in base a tale logica, il verso delle pecore nella Grecia antica (βῆ βῆ) avrebbe dovuto essere “bi bi” e non “be be”. In tal modo l’onomatopea svincola un particolare suono dal contesto storico in cui esso ha avuto luogo.

Per analogia con l’onomatopea, il mito riecheggia qualcosa. Non semplicemente un suono, ma una storia realmente accaduta. Il mito è, in origine, storia. Allorché perde la sua dimensione spazio-temporale, la storia, affidata alla tradizione orale e al ricordo, diventa racconto, ammantandosi di un’aura di sacralità che la trasforma in mito. È mia opinione, infatti, che l’uomo, credente o non credente che sia, non possa fare a meno della sacralità, la quale lo pone in contatto con il sovraumano, con il mistero, con il metafisico, identificando la sua appartenenza ad una cultura. L’originale dimensione storica del mito affiora nel corso di ricerche archeologiche, come è avvenuto per Troia o per l’arca di Noè. Pertanto, il mito è storia modificata da una sovrastruttura sacrale, che, nelle sue espressioni più elaborate, può anche diventare strumento terapeutico.

Se riflettiamo sul fatto che il mito è il ricordo di una storia, di un fatto, del quale ha perso la dimensione spazio-temporale, comprendiamo anche come per ognuno di noi il ricordo, nel tempo, possa conferire alle nostre vicende personali una dimensione mitologica, alla quale appartengono fatti e persone della nostra vita. Ricordiamo i Mani dei Latini o la memoria dei defunti della religione cristiana. Il mito, in definitiva, diventa lo strumento attraverso il quale parliamo di noi parlando, apparentemente, di altri, esprimendo, così, il nostro bisogno di appartenenza. Il mito è, a mio avviso, un’esigenza primaria della mente umana, alla stregua della sete di conoscenza e della poesia, al punto che, nel mio caso personale, è tema privilegiato da molti componimenti, che, nel loro complesso, costituiscono un’intera categoria di questo blog, intitolata, appunto mitologia.

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Il 12 novembre si è svolta a Castellammare di Stabia l’ormai tradizionale conferenza organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura nell’ambito delle iniziative letterarie contestuali allo Stabia Teatro Festival, incentrato sulla figura di Annibale Ruccello, di cui ricorre quest’anno il trentennale della scomparsa. Come nelle occasioni precedenti, nel 2013 Il linguaggio tra rigore scientifico e creazione poetica, nel 2014 Simboli Immagini Suoni: strumenti del vivere in poesia e nel 2015 L’utilità dell’inutile, anche stavolta si è parlato di poesia, in particolare, de La metamorfosi della poesia italiana nel Novecento. Relatore è stato Matteo Palumbo, italianista stabiese giunto quest’anno al culmine del suo lungo percorso accademico, la cui presenza ha determinato un notevole afflusso di pubblico. Nell’introdurre il tema, dopo aver richiamato alcuni degli eventi tecnologici fondamentali che accompagnarono la transizione dal XIX al XX secolo, mi sono soffermato brevemente sulla figura di Giorgio Caproni, leggendo alcuni versi tratti dal poemetto Il passaggio di Enea per evidenziare come vi ricorrano alcune delle novità della poesia italiana del Novecento. Se si considera che il poeta morì nel 1990, proprio l’anno in cui mi sono riavvicinato alla poesia dopo una pausa lunga circa quindici anni, e che Matteo Palumbo me ne regalò l’opera completa nel maggio del 1991, si comprende anche come Caproni sia ben presto diventato un riferimento fondamentale per i miei rinnovati interessi poetici. Della conferenza, all’interno della quale si sono susseguite le sottolineature recitative di Sara Morricone, riporto nel seguito l’ossatura fondamentale, a firma di Matteo. Il filmato completo può essere seguito qui:

Il sunto essenziale di Matteo Palumbo.

Si può provare a raccontare la poesia del primo Novecento utilizzando una forma musicale: tema con cinque variazioni. Il tema è dato da Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel Pineto (1904). L’incipit (Taci) indica che il lettore sta per assistere a un rito. La pioggia avvia un processo di metamorfosi. Gli esseri umani si trasformano in una condizione divina. Dante avrebbe chiamato questo processo trasumanar. Per raccontarlo ci vogliono parole nuove e mai prima ascoltate. Se chi subisce questa esperienza è simile a Glauco (il mitico pescatore che mangiando dell’erba si trasformò in un dio), chi la racconta è un poeta sacerdote, simile a Orfeo. Il poeta è un vate. Dopo D’Annunzio comincia un processo di rovesciamento o di parodia. In un modo o in un altro i poeti successivi attraversano D’Annunzio.

Prima variazione. Guido Gozzano (nato nel 1883).
I tratti caratteristici della sua poesia sono due: rifiuto di grandi parole (Dio, Patria, Umanità) e ridimensionamento del ruolo di poeta; abbassamento della lirica, che si avvicina alla prosa e ricorre a un lessico domestico e quotidiano. Può accadere che termini alti e bassi cozzino l’uno contro l’altro. Si producono così spettacolari rime dissonanti: camicie in rima con Nietzsche. L’io del poeta mette in scena la sua malinconia e il desiderio irrealizzabile di una felicità senza inquietudine, come quella della Signorina Felicita.

Seconda variazione: Marino Moretti (nato nel 1885)
La poesia A Cesena mostra che cosa sia diventata la pioggia di D’Annunzio. Mentre il poeta racconta la visita alla sorella, la monotonia dell’acqua scandisce il tempo che passa. Fa da cornice a una vita piccola e mediocre, mentre l’ombra grigiastra della sera e della malinconia avvolge le cose. La “favola bella” della Pioggia nel pineto è irreversibilmente cancellata.

Terza variazione: Giuseppe Ungaretti (nato nel 1916).
Porto sepolto del 1916 rappresenta una rivoluzione radicale delle forme metriche. Ungaretti spezza il verso in piccolissime unità e lascia che si riduca anche a una sola parola, spesso perfino irrilevante (una congiunzione, un aggettivo indefinito). Queste parole comuni ritrovano un significato più forte proprio attraverso il nuovo rilievo che assumono nel testo. La parola si presenta nuda ed essenziale. Ne nasce quel “recitativo atroce” che resta il cuore della poesia ungarettiana. La poesia è l’illuminazione di verità sepolte che la parola fissa. Questa idea orfica e sapienziale guiderà all’ermetismo.

Quarta variazione: Umberto Saba (nato nel 1883).
Saba sceglie come propria insegna una “poesia onesta”. La polemica è subito esplicita con il modello proposto da D’Annunzio. La poesia di Saba riprende la tradizione, fatta delle parole e delle rime più semplici e universali: per esempio la rima cuore-amore. Il suo obiettivo è trasformare il noto in nuovo. Protagonisti dei suoi versi sono “le creature della vita” (Città vecchia). Le rime trasformano gli umili nell’immagine della “calda vita”. Detriti è messo in rima con infinito e, a loro volta, amore e dolore rimano con Signore. La poesia A mia moglie, che stabilisce continue similitudini tra la donna e animali, esalta l’innocenza di vivere libera da ogni peccato originale.

Quinta variazione: Eugenio Montale (nato nel 1896)
A differenza di Ungaretti e simile piuttosto a Saba, la poesia di Montale racconta storie, sensazioni, avventure dell’io. I limoni sono il manifesto più esplicito di una poesia altra. Montale oppone i “poeti laureati” e il loro amore per parole “poco usate” ai poeti che amano scenari più modesti ed esperienze quotidiane. Il tema della sua poesia è l’opposizione tra la vita come è e la speranza di un “miracolo” che porti “nel mezzo di una verità”. Sono due mondi opposti. Il primo riguarda l’esistenza vissuta, il secondo come potrebbe o dovrebbe essere. Montale definisce questa poesia come “metafisica”, perché mostra il contrasto tra la ragione e “qualcosa che non è ragione”. Il miracolo, che dovrebbe permettere il passaggio da una situazione all’altra, è solo una speranza. La pioggia “stanca la terra” e il tedio rende “avara l’anima”. La tensione tra il mondo della rappresentazione e quello dell’autenticità resta una condizione irrisolta.”


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Ieri, organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, c’è stata a Castellammare di Stabia una serata dedicata alla poesia, iniziata con l’introduzione critica, ad opera di Enza Silvestrini, de La misura dello zero di Bruno Galluccio e proseguita con letture sul tema Scienza e Poesia da parte di Bruno Galluccio, Antonio Di Nola, Giuseppe Vetromile e mia. Il mio intervento è consistito in parte in una rivisitazione in chiave poetica dei principi della termodinamica, a più riprese oggetto di pubblicazione in questo blog nel corso del 2015 (Secondo principio, Primo principio, Principio zero, Secondo principio – enunciato n. 2).

La termodinamica studia gli scambi di materia e di energia coinvolti in qualsiasi fenomeno del mondo sensibile. In breve, considerato l’universo un sistema che non può scambiare né materia né energia con l’ambiente esterno, il principio zero, che prende questo nome perché è stato esplicitamente enunciato come tale in epoca successiva alla formulazione degli altri principi, introduce il concetto di equilibrio termico e la grandezza per determinarlo, la temperatura; il primo principio è incentrato sulla conservazione dell’energia, che può convertirsi da calore in lavoro e viceversa, ma rimanendo in totale costante; il secondo principio introduce l’entropia, alla quale è pertanto strettamente legato il concetto di tempo, come criterio di spontaneità e irreversibilità dei fenomeni naturali. Il terzo principio riguarda in senso stretto la fisica delle basse temperature, che è di grande importanza tecnologica. Si pensi ai superconduttori. La sua formulazione è controversa. Un primo enunciato afferma che l’entropia di una sostanza pura (un elemento o un composto) tende ad assumere un valore nullo o costante all’approssimarsi dello zero assoluto, che è il limite della scala Kelvin, al di sotto del quale la temperatura non può più diminuire (0 K = –273,15 °C). Un secondo enunciato asserisce che è impossibile raggiungere lo zero assoluto attraverso un numero finito di trasformazioni termodinamiche. Incidentalmente, questa seconda formulazione implica che, in un processo reale, l’entropia non può mai annullarsi del tutto. Comunque stiano le cose, rimane il fatto che, per effetto dell’abbassamento della temperatura fino allo zero assoluto, una sostanza pura diventerebbe un solido cristallino perfetto. La mia rilettura di quest’ultimo principio manca ancora all’appello. Eccola!

The Crystal Ball

Ad essere sincero,
lascia quel piedistallo:
sia pregio o sia difetto,
non ti riguarda, invero,
il mondo del perfetto.
O, detta in senso stretto,
per legge o checchessìa,
sei carne, non cristallo,
perciò la tua entropia
non diverrà mai zero.


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NB: A SEGUITO DI UN ARTICOLO (CHE NON CITO PER NON DARE PUBBLICITÀ AD UN SOGGETTO A CACCIA DI CLICK), IN CUI SI FA RIFERIMENTO A QUESTO, MI SENTO IN DOVERE DI DIFENDERE, GRAMMATICA ALLA MANO, UN UTILIZZO CHE È STATO FATTO IN QUESTO ARTICOLO DI UN VERBO SERVILE: SONO INFATTI STATO ATTACCATO PER AVER UTILIZZATO UNA FORMA (A DIRE DEL COMMENTATORE) SCORRETTA. HO SCRITTO INFATTI “MI SONO INIZIATO A INTERESSARE ALLA DIDATTICA DELLE LINGUE CLASSICHE…”: BENE, UNA VOLTA PER TUTTE, QUESTA È LA COSIDDETTA REGOLA DELL’AUSILIARE DEL VERBO SERVILE (O SERVILE-FRASEOLOGICO) DAVANTI A VERBO RIFLESSIVO, PER LA QUALE SE IL VERBO RETTO DAL SERVILE (“INIZIARE A…” IN QUESTO CASO) È UN VERBO RIFLESSIVO, ALLORA IL PRONOME RIFLESSIVO SI PUÒ SPOSTARE DAVANTI AL VERBO SERVILE, IL CUI AUSILIARE PASSA AD ESSERE “ESSERE” E NON PIÙ “AVERE” (QUINDI DA “HO INIZIATO AD INTERESSARMI” A “MI SONO INIZIATO AD INTERESSARE”). PURTROPPO CERTI SEDICENTI LETTERATI CREDONO DI POTER PARLARE DI TUTTO, PECCANDO DI IPERCORRETTISMO. MI FA PIACERE COMUNQUE CHE QUESTO SIA L’UNICO PUNTO SU CUI SONO STATO, IN PRATICA, ATTACCATO.

verbi ausiliari servili fraseologici. mappe.scuola.com

Con questo laconico comunicato stampa, collocato a mo’ di postilla al fondo del suo articolo, un sapientone dell’humanitas liquida a suo modo la vicenda della quale vi ho in precedenza parlato (Lingue dei vivi e lingue dei morti. II). Per essere rimasto amareggiato dal tono sufficiente e derisorio con il quale è stato accolto un mio commento, poi censurato, e per avere espresso, in un moto di difesa, perplessità sull’uso quanto meno disinvolto della lingua italiana da parte dell’autore, vengo definito “soggetto a caccia di click”, ma dell’offesa poco importa a chi, come me, è abituato a considerare esclusivamente i fatti. Importa, invece, che l’autore ridefinisca la grammatica ad usum Delphini, confondendo verbi fraseologici e verbi servili e accomunandoli sotto un’unica regola per ciò che concerne l’uso dell’ausiliare davanti ad un verbo riflessivo. In nome di questo egli ritorna sul suo errore, rivendicandone la correttezza. Se tanto mi da tanto, senza considerare il fatto che nemmeno verbi che talune grammatiche annoverano tra i verbi servili (come, ad esempio, osare) seguono la regola enunciata dall’autore (si dirà, infatti, ho osato interessarmi, ma non mi sono osato interessare), devo dedurre che espressioni del tipo mi sono iniziato a interessare, mi sono continuato a interessare, mi sono smesso di interessare, mi sono cessato di interessare appartengano ad un italiano formalmente corretto e siano del tutto equivalenti a ho iniziato a interessarmi, ho continuato a interessarmi, ho smesso di interessarmi, ho cessato di interessarmi, e via dicendo. Nel sottolineare, in proposito, che, mentre nelle grammatiche viene definita una norma ad hoc per i verbi servili, altrettanto non viene fatto per i verbi fraseologici, dal che deduco che per questi ultimi l’ausiliare non debba che essere quello suggerito dal vocabolario, continuo a chiedermi se siffatte scempiaggini non possano essere annoverate tra i meriti del conclamato metodo Ørberg o natura per lo studio delle lingue, di cui il nostro articolista si proclama fautore. Di certo c’è che, ove si parli d’italiano, egli manifesta una spiccata propensione a farsi del male da solo. Infine, per chi volesse informazioni esaurienti, è d’obbligo consultare l’Enciclopedia Treccani alle voci verbi fraseologici e verbi servili. E ora, per quanto mi riguarda, considero davvero conclusa la vicenda. Da recenti aggiornamenti (settembre 2016) apprendo che al nostro umanista il tempo ha infine portato consiglio.


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Il 12 novembre scorso, promossa dall’Associazione Achille Basile – Le Ali della Lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, si è tenuta, presso il Circolo Nautico Stabia di Castellammare di Stabia, la prima delle iniziative letterarie dello Stabia Teatro Festival 2015, che è consistita in una conferenza su “L’utilità dell’inutile”. Ho pensato di introdurla elencando alcuni episodi salienti della mia vita, perché da questi ho appreso quanto possano essere distanti dall'”utile”, nella sua accezione corrente, i campi dello scibile, ai quali ho avuto modo di accostarmi, a cominciare dagli studi classici, passando per gli studi di chimica e riapprodando, infine, alla poesia. Nel seguito, ci sono stati gli interventi di Matteo Palumbo ed Enza Silvestrini, i quali si sono entrambi soffermati in modo particolare sull’utilità della poesia. Enza ha proposto interessanti squarci sul pensiero di Paul Valéry, sottolineando il valore della poesia come strumento per fissare le emozioni ed anche, attraverso la sua esperienza nel P.E.N. Club, di cui è responsabile per la regione Campania, come mezzo di espressione del libero pensiero. Dal suo canto, Matteo, soffermandosi sulla poetica di Italo Svevo, ha sottolineato come solo l'”inetto” possa, attraverso la letteratura, ridar valore all’esistenza e recuperarne i momenti significativi. Mediante alcuni esempi tratti dall’opera di Leopardi, egli ha anche evidenziato come le parole in poesia siano collegate da schemi che non ricorrono in prosa. A conclusione della serata, ho proposto una lettura di una poesia di Richard Feynman, geniale fisico statunitense, premio Nobel nel 1965, capace di incursioni significative in campo letterario. Ve ne propongo l’originale e, di seguito, l’adattamento in lingua italiana, che ho realizzato per l’occasione. Infine, chi fosse interessato all’intera conferenza può visionarne il filmato su You Tube.

Carmen Matarazzo Matteo Palumbo


There are the rushing waves
mountains of molecules
each stupidly minding its own business
trillions apart
yet forming white surf in unison.
Ages on ages
before any eyes could see
year after year
thunderously pounding the shore as now.
For whom, for what?
On a dead planet
with no life to entertain.
Never at rest
tortured by energy
wasted prodigiously by the Sun
poured into space.
A mite makes the sea roar.
Deep in the sea
all molecules repeat
the patterns of one another
till complex new ones are formed.
They make others like themselves
and a new dance starts.
Growing in size and complexity
living things
masses of atoms
DNA, protein
dancing a pattern ever more intricate.
Out of the cradle
onto dry land
here it is
standing:
atoms with consciousness;
matter with curiosity.
Stands at the sea,
wonders at wondering: I
a universe of atoms
an atom in the Universe.

Enza Silvestrini Raffaele Ragone



Onde s’infrangono
ammassi di molecole
e ognuna pensa da idiota alle proprie faccende
miliardi di miliardi distanti
eppure plasmando all’unisono candida spuma.
Millenni su millenni
prima che un occhio potesse guardarle
anno dopo anno
facendo fragore come ora tempestando la riva.
Per chi, per cosa?
Su un pianeta morto
che non ha alcuna vita.
Non riposano mai
tartassate dall’energia
dal prodigio dilapidato dal sole
travasato nello spazio.
Un’elemosina fa mugghiare il mare.
Nell’azzurro profondo
tutte le molecole ripetono
l’una dell’altra gli schemi
finché complessi se ne formano di nuovi.
Rendono le altre uguali a se stesse
e ricomincia la danza.
Crescendo in dimensioni e complessità
le cose viventi
masse di atomi
DNA, proteine
danzano in geometrie ancora più intricate.
Fuori dalla culla
sulla terraferma
eccolo
in piedi:
atomi e coscienza
materia e curiosità.
Sta di fronte al mare,
stupore stupito: io
un universo di atomi
un atomo nell’Universo.


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Vi chiedo venia in anticipo, quest’oggi, per una coda polemica, che scaturisce dalla lettura di un articolo ad opera di tal Giampiero Marchi, pubblicato in GrecoLatinoVivo. Non senza argomenti, vi si spendono parole a favore dello studio del latino e del greco antichi. All’articolo sono giunto attraverso un link di Facebook, ma non vi rimando ad esso. Preferisco, invece, invitarvi a leggere, per ragioni che comprenderete, la copia integrale, che ne ho fatto in data odierna e che riporto qui di seguito: Perché far studiare il latino (ed il greco) ai nostri ragazzi nell’era di Internet. In verità, alcuni giorni fa, in un commento all’articolo suddetto, proponevo una mia riflessione sul tema, ricavandone, come unico riscontro, peraltro non commentato da Giampiero Marchi, la supponente risposta di tal Topo Gonzo. Costui è stato il solo ad entrare nel merito, seppure con toni provocatori e spropositati, perciò trincerandosi dietro l’anonimato, forte – arguisco – della certezza che l’amministratore del blog non li avrebbe moderati. Sulla reale identità di costui l’immaginazione non mi consente voli eccessivi, ma illaziono che la provenienza possa essere Topgonzo’s Blog – Antologia di topogonzo (e nugae varie), i cui svariati redattori (che, in un eccesso di autostima e di autoindulgenza, si riconoscono nella categoria dei fessi), attenendosi tutti ad un rigoroso anonimato, sembrano dilettarsi di cultura umanistica. Vi rimando al commento, che, ove mai non dovesse essere più leggibile nel blog originale, perché l’autore – non si sa mai – potrebbe decidere di emendarlo, rintraccerete scorrendo la succitata copia integrale dell’articolo, alla quale vi rinvio ancora, perché possiate farvi un’idea della protervia che anima taluni che si spacciano per umanisti. herkulaneischermeister002b

Ciò detto, vi invito a rileggere attentamente l’articolo di Giampiero Marchi. Noterete che al sesto capoverso esso recita, testualmente: “Quando mi sono iniziato ad interessare alla Didattica delle Lingue Classiche, …”. Il suddetto Topo Gonzo, che pure dà mostra di saperla lunga, non fa una piega, ça va sans dire. Io mi domando, invece, se un umanista possa esprimersi in siffatto italiano, se un secondo (putativo) umanista non senta dei brividi percorrergli la schiena e se tutto questo, nel suo complesso, giovi alla causa del latino e del greco, oltre che alla cultura umanistica. Evidentemente, a tal fine, non è sufficiente sostenere che il metodo Orberg o metodo natura per l’insegnamento del latino e del greco antichi, pubblicizzato nel blog GrecoLatinoVivo, sia una valida alternativa al metodo tradizionale, né è sufficiente dichiararsene esperti. “Alla faccia del bicarbonato di sodio” – avrebbe chiosato il compianto Totò.

P.S.: La vicenda ha un finale, che racconto in Ipse dixit.


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Nel novembre 2013 fui invitato alla presentazione di un saggio su una famosa ode di Saffo (Ode 31LP) ad opera di Walter Iorio (ne ho già scritto qui: https://raffrag.wordpress.com/2013/11/25/saffo/). In quella data, mi fu suggerito di riproporre nel blog la versione integrale del Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, di cui fu autore mio padre. Pur se con circa due anni di ritardo, oggi pubblico il testo originale del saggio di mio padre, che potrete scaricare cliccando sull’immagine, insieme con un commento, scritto per l’occasione da Walter Iorio.

Saffo

“Nelle mie recenti pubblicazioni specificatamente incentrate sull’Ode 31V (=31LP) di Saffo Salvami Afrodite bench’io non voglia. L’enigma millenario dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013 e Un brivido lungo la schiena. L’arcano insoluto dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013, formulavo ipotesi di comparazione letteraria fra testi e opere generate dall’umanità colta sia nelle varie aree del pianeta sia nel decorso storico delle civiltà e raccoglievo il maggior numero possibile di traduzioni e di rielaborazioni del documento eolico.

Mai, però, lo confesso, avrei osato avanzare esplicitamente e formalmente una mia personale interpretazione complessiva del testimone antico: sarebbe già stato infatti un azzardo che di quel frammento, forse mutilo, proponessi una integrazione sperimentale. E con quali rischi!

La lettura, tuttavia, di un testo non proprio recente del defunto professor Melchiorre Ragone, Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, FEDERICO & ARDIA, Napoli, 1968, ha agito da incentivo propulsore di idee e di pensieri davvero inaspettato: una pubblicazione, in verità, al cospetto della quale non può passare inosservata l’acribia dello studioso diretto dei testi che attinge ad acquisizioni tràdite dal passato – e da quali Maestri, poi! – per procedere con creativa originalità di intuizione e avviare lo studio della monodia a soluzioni almeno in certa misura inedite; una fatica del genere, inoltre, di per sé ricca di annotazioni bibliografiche e spunti fecondi e perciò stesso, anzi, capaci di sospingermi a infrangere gli indugi della prudenza e a rappresentare più compiutamente una mia ipotesi interpretativa, nella speranza di trarre elementi comuni di giudizio ma pure suggerirne altri possibili.

Se mi fosse capitata tra le mani prima che venissero licenziati i miei due volumi, avrei avuto altro materiale prezioso di indagine!

Nella sua opera originale e occorsa alla mia lettura per mediazione e impulso della professoressa Carmen Matarazzo, entusiasta animatrice culturale, il Collega Melchiorre Ragone esegue uno studio critico sulle tendenze esegetiche a lui precedenti o contemporanee, confutando già le origini epitalamiche del componimento (e la logica moralistica nella lettura del Wilamowitz e di numerosi altri), la motivazione pulsionale del medesimo (cioè l’esplosione di un sentimento di gelosia nel cuore della poetessa) e la teoria dell’Abschiedslied (che rappresenterebbe una scena di saluto definitivo a una allieva del tiaso).

Ma l’indagine del Collega inizia con lo scioglimento preliminare di un dubbio intorno al numero dei personaggi coinvolti nel ménage relazionale.

Egli sostiene infatti che essi, esclusa la figura solo eventualmente maschile – e già questo elemento identificativo non credo trovi precedenti significativi nella tradizione esegetica precedente – adombrata nei primi due versi, siano propriamente due: lei, Saffo, l’educatrice, e l’altra, l’educanda. Né manca un’analisi accurata di quei ter-mini che giocano un ruolo importante nell’interpretazione globale del testo.

Personalmente ritengo condivisibili alcuni spunti delle argomentazioni del Professore, ma tendo a dissociarmene rispetto a due.

In primo luogo, infatti, permanendo la difficoltà di inquadrare il frammento in una tipologia propria e in un contesto materiale-motivazionale specifico, verrebbe da pensare che questo componimento fosse giudicato sublime proprio per la raffinatezza immediata dell’ispirazione saffica e per la sua elementare consistenza e che esso costituisse altresì l’originario nucleo lirico intorno al quale ruotassero figure reali e immaginarie o elementi rappresentativi di voci, sensi, affetti di interiorità quali si susseguono nell’esperienza concreta del tiaso.

Per questo non ha senso, forse, indagare molto intorno all’uso generico del pronome dimostrativo-relativo KENOS/OTTIS né alla valenza identificativa del personaggio appena adombrato all’inizio della lirica: questi, infatti, potrebbe essere uno dei tanti pretendenti di una delle tante allieve di quella cerchia pedagogica ma pure, per converso, quello che al momento corteggia quella ragazza a lei cara. Il pronome KENOS, del resto, come opportunamente, credo, suggerisce il professor Ragone, può forse indicare distanza temporale rispetto al presente oppure l’estraneità affettiva di quel giovane ignaro della concorrente passione della poetessa.

Mi permetto altresì di dissentire dall’interpretazione ragoniana in merito all’interpretazione dell’aggettivo comparativo CHLOROTERA, cui il Collega attribuisce una significazione positiva con una originalità di percezione e una spregiudicatezza esegetica degna della sua tempra intellettuale ma che, pure, a onor del vero, fatico a sostenere: è infatti vero che una capacità di reazione plurisensoriale sia indice di un organismo forte e sano; ma è pure incontestabile che la sindrome clinica serva ad accentuare il contrasto tra la serenità precedente dello spirito e lo sconvolgimento organico-funzionale del momento. Peraltro, a quanto è dato di sapere, non disponiamo di elementi biografici capaci di precisare l’età di Saffo né è necessario verificare di quali strumenti mai si debba avvalere la poetessa quando annoti su di sé i segni di questa improvvisa, momentanea desistenza psico-sensoriale. E non si comprende neppure per quale motivo essa debba immaginare una tonalità intensa di verde a significare, con un ulteriore dettaglio cromatico, il suo stato deliquiale: ritengo, invece, sia lecito pensare a una tinta flebile, prossima a stemperarsi, come, peraltro, suggerirebbe l’erba patita che scolora dell’interpretazione quasimodea. C’è infatti motivo di credere che l’immagine evocata dall’interprete novecentista ponga in evidenza lo stato di consunzione e di deperimento della creatura vegetale esposta alle insidie del tempo e all’inclemenza delle stagioni avverse. E lo stesso poeta inglese William Shakespeare, nella rappresentazione del demone della gelosia che corrode il senno degli uomini, la descrive come un mostro dagli occhi verdi (Otello, Atto III, scena III, v. 167): certamente non si allude, in Saffo 31V al colore verde degli occhi ma a quello del volto, che li comprende, nella reazione prosopocromatica alla scena fatale dell’inizio dell’ode.

Al di là, comunque, di simili dettagli, io ritengo, piuttosto, che l’ode voglia rappresentare una condizione dell’esistenza complessa e articolata, benché non compiutamente definibile: come, ad esempio, di un senso tenace di possesso che esploda d’un tratto nel presentimento di un congedo lacerante: sentimenti intimi, dunque, colti nella loro eccessiva energia di devastazione e capaci di generare una momentanea desistenza organico-funzionale: questa, cioè, che mobilita un’energia improduttiva e perdente, ma che non necessariamente per questo scaturisca da un organismo ancora fisiologicamente giovanile.”

Walter Iorio


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L’estate quanto a lungo
sulle tue rive scorse,
quanti millenni molse
le tue sponde l’Eresia
incantatrice con l’ala
dei suoi carmi, ti pianse
quanto Alceo, orditore
di congiure? Dunque,
sei pure tu tra l’ombre
che ritornano, con il sale
dei litodomi inchiodati
Sappho_and_Alcaeusnegli scogli, con i nicchi
frastornati dal mareggio,
come folle di fuggiaschi,
che s’avvinghiano alla spiaggia,
come popoli migranti
rintronati dalle onde.
Lesbo, reminiscenza antica,
davvero scivola l’estate,
e ancora tu t’incanti,
al levarsi di quei carmi?


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Lo spunto per la riflessione odierna mi viene da un articolo recente, La Buona Scuola è quella di Giovanni Gentile. Esso si dilunga sul tema de “il Liceo classico, la migliore scuola del mondo“, non senza accendere dibattiti, come, ad esempio, su Facebook. Il punto cruciale è che, come è noto, il liceo classico si caratterizza per lo studio del latino e del greco antico. L’utilità che in genere gli addetti ai lavori ascrivono a queste lingue “morte” consisterebbe nell’affinamento, in primis, della capacità di analisi, in secundis, delle facoltà dialogiche, della proprietà del linguaggio, dell’abilità nell’orientarsi nell’inevitabile polisemia propria di ogni lingua, e via discorrendo, il che suscita, a ragione, il risentimento di chi si sente declassato tra i minus habentes. È così? Davvero pensiamo che siffatte considerazioni possano valere a discapito di coloro i quali, ammesso che ce ne siano, non studiano il latino e il greco antichi, bensì il sanscrito, l’ittita, l’accadico, tanto per restare ancorati alle nostre tradizioni, o altre lingue o forme di linguaggio, morte o vive che siano, ma che non appartengono strettamente al retaggio della nostra cultura? Non stiamo attribuendo un po’ troppo estensivamente la ricchezza del nostro patrimonio culturale al latino e al greco, che ne sono (stati) semplicemente lo strumento di comunicazione e di divulgazione? Non dimentichiamo che due grandi poeti del nostro novecento, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale, pur conseguendo da autodidatti una formazione umanistica e facendo della letteratura il loro interesse primario, per ragioni diverse, si diplomarono in studi tecnici l’uno e in ragioneria l’altro. E non dimentichiamo, per converso, che nomi insigni nel nostro panorama letterario sono Primo Levi, chimico, Leonardo Sinisgalli, ingegnere, Carlo Emilio Gadda, anch’egli ingegnere.

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Di recente, per ragioni legate a ciò che attualmente è il mio interesse principale, la poesia, ho riflettuto a lungo su questo tema, cercando spiegazioni che sfuggissero all’ovvia difesa del proprio vissuto, gli umanisti trincerandosi dietro la “superiorità” degli studi classici, i detrattori sostenendone l’inutilità. Ho cercato, cioè, di orientarmi secondo la regola prima della scienza, ovvero, la necessità di svincolarsi dai falsi concetti, che possono essere generati dall’esperienza sensoriale e/o dall’orientamento personale, e di descrivere un’osservazione secondo criteri obiettivi e generalizzabili. La mia conclusione è che lo studio della grammatica e della sintassi di qualsiasi lingua, morta o viva che sia, possa sortire l’effetto di affinare l’insieme delle facoltà che molti umanisti attribuiscono esclusivamente allo studio del latino e del greco, incorrendo in un errore analogo a quello che fece Croce nel riaffermare la superiorità dell’umanesimo rispetto alla scienza. Quanto più si pratica lo studio delle lingue, intese come sistemi simbolici attraverso i quali si attuano la comunicazione e la divulgazione del pensiero, prescindendo dal fatto che esse siano “vive” o “morte”, tanto più quelle qualità si esprimono al meglio, perché il panorama di conoscenze si amplia ed è necessario adeguare il ragionamento alla molteplicità, alla diversità, alla novità. Un vantaggio che forse si amplifica in ragione di quanto più articolata e complessa è la lingua che si studia. Nella tradizione classica questo esercizio si pratica, in buona parte, attraverso lo studio del latino e del greco antichi, ma non affermerei che la regola sia generalizzabile, vincolabile, cioè, esclusivamente a lingue che fanno parte del nostro patrimonio culturale. Altro discorso è che lo studio del latino e del greco si integra e si armonizza con il patrimonio di idee che hanno avuto origine e si sono sviluppate nel mondo classico, in campo umano come in campo scientifico, e che sono alla base della nostra attuale modernità. Ben venga, dunque, lo studio delle lingue “morte”, quali che esse siano, e del patrimonio di idee ad esse associato, ma ben venga anche l’ampliamento delle conoscenze alla tecnica e alla scienza, il cui linguaggio, lungi dall’essere “minore”, deve rispondere al particolarissimo requisito di non lasciare spazio alla polisemia, non deve, cioè, prestarsi ad ambiguità, in questo restringendo drasticamente il campo d’azione – i gradi di libertà, si direbbe in gergo scientifico – delle lingue tradizionalmente intese.


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L’altro ieri, in occasione di una lettura pubblica di poesie, alla quale sono intervenuto, mi è stato chiesto di commentare una frase attribuita a Jean Cocteau: “So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa”. Sono completamente d’accordo sulla prima affermazione. Sulla seconda, al contrario di Cocteau, presumo di sapere per cosa la poesia sia indispensabile, almeno se fingiamo di ignorare la pletora di sedicenti poeti, sui quali ho espresso la mia opinione altrove. Ebbene, mi ha colpito il fatto che l’aforisma di Cocteau sembra adattarsi bene alla scienza, in particolare a quella di base. Potremmo riscriverlo pari pari, sostituendo, al posto di “poesia”, l’espressione “scienza di base”. Ma anche in questo caso, non me la sentirei di condividerne appieno la seconda parte. Cercherò di spiegarlo.

Immagino che sia ormai noto che ho avuto l’opportunità di praticare, pur se con risultati poco visibili, la scienza, oltre che la poesia. Per molti anni mi sono dedicato all’oscuro lavoro della ricerca, quasi esclusivamente la ricerca definita “di base”, per differenziarla dalla ricerca “finalizzata”, da quella, cioè, che porta a risultati dalle immediate ricadute di mercato, che, per inciso, ho trovato difficoltà a realizzare a causa delle insufficienze organizzative, economiche e culturali, che affliggono le nostre università o, forse, semplicemente perché non ho operato nell’ambito di un gruppo dal potere accademico consolidato. Devo, tuttavia, riconoscere che, tendenzialmente, le mie preferenze sono sempre andate alla ricerca di base. Sì, proprio quella ricerca, considerata inutile e dispendiosa, sulla quale molti sentono di poter liberamente esprimere critiche. Sì, proprio quella ricerca di base, che solo un folle o un ignorante può pensare di disprezzare e di distinguere dalla ricerca finalizzata, senza riflettere sul fatto che quest’ultima è il risultato più evoluto e moderno della tanto vituperata sorella. Senza di essa, cosa sarebbe del progresso della conoscenza? Cosa sarebbe stato dell’umanità? Non dovremmo forse esser grati al miscredente Galilei e ad altri che, come lui, spinti dalla sete della conoscenza, si sono impegnati in attività apparentemente senza senso, magari pure facendo spendere un sacco di quattrini a chi li finanziava? E che dire della tradizione filosofico-scientifica che costella il passato della nostra cultura? È dunque vero che occorre sottostare al primato dell’economia, come i fatti che di recente hanno riguardato la Grecia sembrano suggerire? Non ho dubbi che l’umanità sarebbe stata succuba dell’oscurantismo, vittima, cioè, del pregiudizio contro il libero pensiero ed il progresso della conoscenza, che preludono al progresso tecnologico.

Galileo Galilei

I tempi che viviamo mi fanno temere l’avvento di un nuovo oscurantismo. Ed è perciò che mi auguro, ed auguro all’umanità, una moltitudine di ricerche “inutili” (ma è importante che siano condotte con onestà), i cui costi, tra l’altro, non è detto che debbano essere necessariamente elevati, a patto che siano gestiti da menti assennate e distanti dagli interessi che gravitano intorno alla ricerca cosiddetta finalizzata. Il cervello è, notoriamente, articolo che costa poco. Magari questo è uno dei veri problemi dello spreco di risorse che spesso viene addebitato alla ricerca scientifica.

Ma, tornando all’aforisma di Cocteau, è mia opinione che analoghe considerazioni possano valere, mutatis mutandis, per la poesia, espressione del libero pensiero che sa parlare allo spirito, a quella parte misconosciuta dell’animo umano, che ne guida ogni azione, compreso l’iter della conoscenza, cercando di comunicare ciò su cui riflette. Naturalmente, occorre, per questo, liberarsi della presunzione, la quale determina l’indistinguibilità e l’indefinibilità della poesia e, quindi, la sua inutilità, che ci si possa autoproclamare poeti, che a tal fine basti pubblicare qualsiasi cosa si scriva, che la poesia sia, cioè, genere alla portata di tutti. Non lo è, come non lo è la scienza. Insomma, chiedersi a cosa servano la scienza o la poesia è come chiedersi a cosa servano il desiderio di conoscenza e di poesia, che sono connaturati nell’animo umano. Se proprio volessimo individuare una differenza, potremmo trovarla nel fatto che la poesia non ha costi per la società. Ne ha, invece, per chi intenda pubblicarla, presumendo che ci sia nell’editoria chi sappia cos’è e a cosa, come la scienza, possa servire. Ma anche a questo proposito va detto che l’editoria a pagamento, quasi a confermare l’analogia che ho fin qui tracciato, è ormai diffusa anche in ambito scientifico, il che non contribuisce alla credibilità della scienza come a quella della poesia.

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