thoughts



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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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Il 23 maggio scorso, organizzata dalle associazioni Achille Basile – Le ali della lettura e Certamen Plinianum di Castellammare di Stabia, si è svolta una conferenza incentrata sul tema del mito in poesia. Nel corso della serata, alla quale anch’io ho partecipato, si sono succeduti interventi di Cinzia Caputo, Floriana Coppola, Giancarlo Cavallo e Carlo Di Legge, che potrete riascoltare integralmente nel filmato. Di seguito vi propongo, in breve, alcune mie riflessioni sul mito.

Nell’affrontare il tema, ho sottolineato come esistano, a mio avviso, forti analogie tra il mito e l’onomatopea. Come è noto, questa figura retorica associa a taluni suoni dei simboli linguistici: bau, miao, be, cra, crac, ciac, drin, e tanti altri, ai quali aggiungerei, perché no, il blabla dell’alta società di montaliana memoria. Da questi sono poi derivati lemmi più complessi, come sostantivi e verbi “onomatopeici”. Rimbombo – rimbombare, cigolìo – cigolare, gracidìo – gracidare, ticchettìo – ticchettare, e così via. In definitiva, l’onomatopea è uno strumento fonosimbolico, attraverso il quale gli elementi fonici di una parola o di una sequenza di parole suggeriscono di per se stessi il senso dell’atto fonetico che intendono esprimere. Ma aggiungerei che dietro ogni espressione onomatopeica c’è una storia. I fonosimboli non sono uguali in tutte le lingue, ma ci dicono che un certo suono è stato sempre e dovunque ciò che il fonosimbolo significa. In proposito, ricordo le parole del mio professore di greco del liceo, Aniello Buono. Nel contestare una tesi in voga all’epoca, che suggeriva che la “η” del greco antico si pronunciasse come la “η” del greco moderno, cioè, “i”, notava che, in base a tale logica, il verso delle pecore nella Grecia antica (βῆ βῆ) avrebbe dovuto essere “bi bi” e non “be be”. In tal modo l’onomatopea svincola un particolare suono dal contesto storico in cui esso ha avuto luogo.

Per analogia con l’onomatopea, il mito riecheggia qualcosa. Non semplicemente un suono, ma una storia realmente accaduta. Il mito è, in origine, storia. Allorché perde la sua dimensione spazio-temporale, la storia, affidata alla tradizione orale e al ricordo, diventa racconto, ammantandosi di un’aura di sacralità che la trasforma in mito. È mia opinione, infatti, che l’uomo, credente o non credente che sia, non possa fare a meno della sacralità, la quale lo pone in contatto con il sovraumano, con il mistero, con il metafisico, identificando la sua appartenenza ad una cultura. L’originale dimensione storica del mito affiora nel corso di ricerche archeologiche, come è avvenuto per Troia o per l’arca di Noè. Pertanto, il mito è storia modificata da una sovrastruttura sacrale, che, nelle sue espressioni più elaborate, può anche diventare strumento terapeutico.

Se riflettiamo sul fatto che il mito è il ricordo di una storia, di un fatto, del quale ha perso la dimensione spazio-temporale, comprendiamo anche come per ognuno di noi il ricordo, nel tempo, possa conferire alle nostre vicende personali una dimensione mitologica, alla quale appartengono fatti e persone della nostra vita. Ricordiamo i Mani dei Latini o la memoria dei defunti della religione cristiana. Il mito, in definitiva, diventa lo strumento attraverso il quale parliamo di noi parlando, apparentemente, di altri, esprimendo, così, il nostro bisogno di appartenenza. Il mito è, a mio avviso, un’esigenza primaria della mente umana, alla stregua della sete di conoscenza e della poesia, al punto che, nel mio caso personale, è tema privilegiato da molti componimenti, che, nel loro complesso, costituiscono un’intera categoria di questo blog, intitolata, appunto mitologia.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Da tempo, ormai, non c’è nessun bisogno
di combinare il tempo per il viaggio.
Compari all’improvviso, come in sogno,
già pronta per volare alla marina.
Magari un nuovo lungo viaggio in moto,
che rimandammo sempre a miglior ora,
verso rovine ancora da vedere
dentro il frinire uggioso dell’estate.

O incamminarsi, forse, per Resina,
che non avemmo il tempo d’esplorare,
dove lasciasti i giochi di bambina,
dove tornammo adulti a malincuore.
Magari riaffiorato un rendez-vous,
un accordo preso un giorno ormai remoto,
ed ora, giunto il tempo, è solo un sogno,
poco prima del risveglio, di mattina.


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Sulla bacheca all’angolo
nomi in aggiornamento,
come un latente pungolo,
un muto avvertimento.
Non tu, non io, per ora,
siam parte dell’elenco,
ma non ti vedo al fianco,
la mano non ti sfiora.
Inoltre, in questo mondo,
– mi consta per sicuro –
tu non leggesti nulla

di ciò che lessi un giorno
affisso a questo muro.
Pertanto, non m’illudo,
non è richiesto esperto
per quest’idea che frulla:
dei due rest’io, di certo,
che non vedrò in futuro
che i conti sono chiusi.
Da sì sfuggente elenco
per tutti viene il turno
di non restare esclusi.


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In fin di maggio un colpo di fortuna:
tra pungitopi e ciclamini, lungo
il sentiero al ponte del demonio,
alla cascata, in cima alla collina,
dove ci attese, ristoro non sperato,
un carretto nell’ombra dei castagni,
nel variegato fiato del favonio
un intervallo al gusto di gelato.

Dopo decenni di dimenticanza,
così ci rincuorava Quisisana,
così ci regalava ancora un’utopia,
le mani strette sull’ultima speranza:
la tua speranza fondata sulla mia.
Così ci preparava alla distanza.
La tua fragilità inutile poesia.


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Se valga più l’aver perduto te
o nella gioventù la corsa breve,
il dipanarsi occulto della vita,
estratti a sorte sogni e disinganni
nella spirale di un gioco dell’oca,
per arrivare a quale, se una meta,
in un beffardo scacco la ventura
d’aver tirato un poco i dadi insieme,

e ad occhi aperti e vigilanti i sensi,
dentro il bisbiglio di mobili e di muri,
sul cigolare lento di cerniere,
su ogni frullo che popola la notte
ed il mio sonno noncurante assalta,
scaduto il tempo, intanto, almanaccare.
O forse l’una all’altra cosa è pari,
viluppo che più il cuore non distingue.


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Certo non ha consenso di giuria,
nemmeno dei banchetti del mercato,
né si fregia di preziosa recensione;
esposta nei consessi digitali,
d’accattivanti immagini istoriata,
per libera sua scelta, non disprezzo,

ch’è zero ben sapendo il prezzo,
non si converte in rara mercanzia,
che gira nei salotti degli adepti:
accesso aperto, di libera opzione.
Se arrischia la grandezza d’immortali,
confida nella vostra comprensione.


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Per favore, non chiamatelo poesia,
se all’ovvio il verso è senza esitazione
ed incede un po’ scontato, se è affatto
sordo all’estro ed agognante il mare,
per il ristoro da non dimenticare,
il cielo, per l’azzurro tanto al chilo,
il tramonto, per il rosso bell’e pronto,
e la sequenza fiore cuore amore,

per il trasalimento midollare.
Se banale rimane la sostanza,
non affiora dalla penna l’emozione,
– per decreto non s’impone il sentimento –
il verso non decolla, resta spento,
se svolazza senz’alcuna riflessione,
e s’inganna chi lo scrive, se con fare
compiacente presuppone ch’è poesia.


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In questa via, sepolta, c’è la storia,
la meraviglia umana riscoperta,
la gloria, che, taciuta, resta vana.
Perciò che tu m’ascolti la speranza
resta accesa, che la reminiscenza
tua ancora si ravvivi al mio racconto
– questo romanzo nuovo da inventarsi –
e pure tu dei padri recuperi l’incanto
nel ricordo, che ricercammo spesso
vagabondi. Pur se la tua memoria
è ormai lontana, più che dal tempo

erosa, annichilita nell’assenza,
m’appresto nuovamente al resoconto,
e non convinto ancora all’abbandono,
partecipe ti penso del racconto:
troviamo ancora il tempo per parlarci.
Quando al passato apparterrò pur io,
sarà davvero la fine del racconto,
non ci sarà più modo d’incantarti
con favole interrate sotto casa:
che sulla storia affaccia il tuo balcone,
ch’è radicato in essa il tuo limone.

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