thoughts



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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.

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Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.


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Che sia ben poca cosa
è controverso affare.
Occorre un solo istante
ad affidarla fiore
al tempo che l’ha erosa.

Eppure non è cosa
che si risolve in niente,
se basta un espediente,
solo una consonante,
per tramutarla in rosa.


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Riecco il chiodo fisso,
monotono pensiero,
per niente passeggero,
come un cartello affisso,
fissato con il bisso.
Difficile fermarlo
un rosicante tarlo,
un invadente intruso,

a intrufolarsi aduso,
pignolo come un chiurlo,
un trapanante urlo.
Dunque, sarei severo,
ma sto in silenzio e glisso.
Se sento poi che sclero,
del vento più leggero
finisce che m’eclisso.


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Rovistando in una ressa di chincaglie,
messe da parte per l’atavica mania
di non buttarle come inutili ferraglie,
ma di tenerle in serbo in un cassetto
d’una vecchia e malridotta scrivania,
in un astuccio, in un rozzo cofanetto,
del nostro tempo irrilevante spia,
ecco – dovesse la memoria far difetto –
d’una storica valigia le due chiavi,
uno dei tanti bagagli di famiglia,
facile preda a casa di tua figlia,
rapina occasionale, ladri ignavi.
Perdute, un giorno, e presto riottenute

nuove di zecca, per corrispondenza,
– una storia forse degna d’uno scritto –
meraviglia di maniere sconosciute.
Sacrificarle, dunque, immantinente,
bruciare senza un filo di clemenza
d’una vicenda il documento schietto,
visto che non ne ha scopo l’esistenza,
che alberga adesso in una sola mente?
Però, come arrogarsi un tal diritto,
se della vita siamo l’accidente,
retorica, sfuggente fantasia,
di ciò ch’è ignoto eccesso di presenza,
più di due chiavi breve, inconsistente?


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Guardiana dell’ora, in cui fummo attesi
dall’aria, dall’abbaglio che incanta
i neonati, eri lì, premurosa
custode di olivi, di sassi indifesi,
che avemmo sì amati ad alterna dimora.
Tu, già corona, già aroma, l’amico
di Venere, il boschetto pudico,
lì stavi, come un regalo scordato,
incurante del tempo, negletta

addossata al tratturo, la pianta,
il mirto che spera nei santi e nei morti
per essere infine scovato, scartato,
quando diventano i giorni più corti,
svestito della polpa violetta,
quando già d’olio è ricolma la giara,
quando novembre il suo volo ha spiccato,
bevanda ne fa dalle bacche sì cara,
l’infuso, che scalda il cuore alla casa.


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Qualche giorno fa, in seguito a una ricerca alla quale sono stato invogliato dalla pubblicazione della foto di un’ùpupa da parte di un mio contatto di Facebook, ho rinvenuto accidentalmente in internet il numero 3 dell’eMagazine annuale (qui il link per accedervi) pubblicato dal sito LaRecherche.it, che è amministrato dall’omonima associazione culturale. A LaRecherche fui richiesto di iscrivermi in occasione della partecipazione all’edizione 2015 del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie, riservato a opere inedite, su carta o sul web. L’iter del concorso, costellato di ingenuità organizzative, fu controverso e contorto. In breve, secondo quanto mi fu dato di capire, a ogni autore fu attribuito un punteggio. In base a questo, in un primo momento, fui estromesso dalla fase finale, nella quale, poi, rientrai, in seguito all’esclusione di autori che mi precedevano, per essere, infine, riescluso. Il fatto che io e gli altri partecipanti venissimo aggiornati in itinere sulle modifiche di graduatoria diede al concorso una connotazione di estrema improvvisazione.

– Che c’entra l’ùpupa? – vi chiederete. Ebbene, nella poesia che inviai, Inventario, regolarmente pubblicata sul blog, c’è un riferimento a questo uccello, che ho avuto la fortuna di avvistare in natura in un paio di occasioni, una volta perfino due esemplari insieme. L’avevo resa temporaneamente inaccessibile in vista della mia partecipazione al concorso, ma fui ugualmente escluso, perché essa era visibile, a mia insaputa, sul sito web della rivista Poeti e Poesia, al quale l’avevo inviata per partecipare ad un concorso precedente, dall’esito ugualmente sfavorevole. Per inciso, Elio Pecora, direttore di Poeti e Poesia, faceva parte anche della giuria del Premio Letterario Il Giardino di Babuk. Ora trovo casualmente l’Inventario, che pare magicamente scomparsa dal sito di Poeti e Poesia, a pagina 53 dell’eMagazine de la Recherche.it. È pur vero che, periodicamente, la Recherche.it mi invia aggiornamenti sulle sue edizioni digitali; tuttavia, non ho ricevuto alcuna comunicazione personale dell’avvenuta pubblicazione. E sia. A quanto pare la prassi, consolidata, stando a ciò che è accaduto a me, di non informare l’autore in maniera diretta è da accettare come effetto collaterale del proliferare dell’editoria digitale. Nella fattispecie, resto col dubbio che si tratti di una trappola messa pretestuosamente in atto per estromettere da un concorso potenziali concorrenti, in quanto consente di considerarne le opere come edite, a discrezione degli organizzatori, pur risultando esse pubblicate sul web in maniera disorganica e all’insaputa dell’autore. Ma questa è una parte del problema sulla quale non m’interessa per ora soffermarmi. Voglio, invece, cogliere l’occasione per raccontarvi un altro episodio, di cui io e l’ùpupa, per sua fortuna ignara, siamo stati attori.

Poco tempo dopo la partecipazione al concorso indetto da Poeti e Poesia fui contattato da un responsabile della casa editrice Pagine, a cui fa riferimento la rivista suddetta. Come contropartita di un mio impegno economico, intorno ai 200 €, se ben ricordo, mi fu offerto di pubblicare l’Inventario in antologia e di avere visibilità in uno spazio web che la casa editrice riserva ai suoi autori. Già questa proposta, di per sé, mi avrebbe indotto a rifiutare. Ma c’è dell’altro. Il signore che mi telefonò, forse cercando di lusingarmi per invogliarmi ad accettare, si avventurò nella recitazione: “Dove ho sepolto la pupa…”. Disattenzione o ignoranza? Se avete avuto la premura di leggere la poesia, potrete farvene un’idea e immaginare la mia risposta. Comprenderete anche cosa, insieme con altre ragioni, mi rende titubante a pubblicare in edizioni cartacee, per le quali mi viene richiesto, a vario titolo, un contributo economico, e m’induce a valutare con estrema cautela la partecipazione ai concorsi.


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Che voi l’abbiate scelto per pigrizia
o per premura davvero poco importa,
però vi devo proprio ringraziare
per non avermi accolto nel consesso;
d’avermi dato l’agio di volare
senza sentirmi parte del complesso,
senza potermi, al caso, consultare,
conoscere la chimica ed il sesso.

In tanta diligenza mi conforta
d’avere burattato l’amicizia
– o ciò che ad essa simile m’appare –
tra chi, sua sponte, m’ha invitato spesso
a navigar montagne oppure il mare,
tra l’alba ed il tramonto antico nesso,
mistero dell’umano trapassare
dall’apice al fittone del cipresso.


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Negli anni settanta, per sottolineare la malinconica ripetitività dell’andirivieni tra casa e Napoli, nell’attesa che giungesse il fine settimana, quasi un premio a siffatta quotidianità, al cui avvilimento cercavo di sopperire cambiando ogni giorno il tragitto a piedi verso il luogo di lavoro, scrivevo:

Sei giorni,
una settimana
chewing gum
alla metropoli in coma.
Al traguardo
strip-tease
per tutti.
M’avvio
con passo indifferente,
quasi fantasma, automa.

Riprendo, quest’oggi, il tema, col senno del poi, arricchendolo con la foto di un dipinto di Hopper, che ho avuto modo di vedere a Roma a dicembre dell’anno scorso. Non mi pare che sia cambiato granché, tranne il fatto che ho vissuto per quarant’anni un tran tran, prima per studio e poi per lavoro, dal quale quasi non mi è parso vero di potermi liberare con la pensione, nonostante il motivo dei miei viaggi mi appassionasse:

Una faccenda durata quarant’anni,
casa, lavoro, e a sera, di ritorno,
la vita, come sempre, se la ride,
prosegue per la strada della chimica,
che tutto vada in porto nei tuoi panni,
una routine che scorre senza un’etica,
dal punto suo di vista, senza danni.
Così ci si prepara alla giornata.
Penultima fermata, San Giovanni.


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Ho letto di buon grado tante formule.
Di fatto non conosco che teoremi
e postulati. Sicché mi pare futile,
spaccio di bagattelle sconvenevole,
a conti fatti, poiesi di blasfemi,

lo smercio a basso prezzo di parole
sul volo ammaliatore di libellule.
Via dai cliché, scansatele le trappole,
ancora esiste l’odore delle viole
oltre gli specchi che adescano le allodole?

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