thoughts



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Qualche giorno fa su Facebook, commentando la mia Non v’è giorno, Maria Pace Ottieri, che ho conosciuto a Ercolano tre anni fa, esattamente il 14 aprile, dice: “Molto bella, il giorno senza sera mi fa pensare all’ora leTale, che non ho mai amato e in questi giorni patisco più che mai. Ti immagino pensare in endecasillabi anche i grafici, che questo passo sia quello del tuo pensiero abituale, un saluto da una città assediata”. È un bel pensiero, che nasce anche dal fatto che, rispolverando i miei trascorsi di chimico, sto proponendo quotidianamente su Facebook dei grafici che illustrano l’andamento della pandemia COVID-19. Ho così pensato di scriverci su qualcosa.

“Molto bella”, com’eri bella tu,
come ti diceva chi non c’è più,
anche se più l’idea fa pensare
all’ora malinconica e fatale
a chi il giorno senza sera lo patisce.
Per me tuttora è un giorno che finisce,

senza te, senza il gioco delle carte,
distratto dalla fiaba dei diagrammi
nel verso del pensiero abituale.
Stasera leggo questo immaginare,
parole a scatto, come fotogrammi,
scarni pensieri d’anima in disparte.


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E tu, cosa ne sai di Villa d’Este,
se non un indirizzo in un appunto,
una sbiadita stilla su un foglietto.
Io, invece, ci passo tutti i giorni,
ma non è certo la vacanza a Tivoli,
non l’albergo che forse fu presunto,

non è lo scherzo d’acqua in mille rivoli
la Parigi dell’Italia e della Cina,
l’Égalité rinchiusa dentro a un ghetto.
Qui s’aspetta che passino tempeste,
e non esiste un’altra medicina:
me la cavo girando nei dintorni.


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Chiuso in casa non temo la follia,
ché nell’amarti un tempo già fui folle,
se ci mantiene adesso separati
la cosa al cui rimedio non c’è via.
Aspetto che si schiuda in questi muri
il varco occulto d’una galleria,

l’effetto di meccanica quantistica,
ch’io possa particella attraversare
per l’arco di un’unica poesia,
un espediente spazio-temporale
per rivederti ancora, finalmente,
un’atomo di luce tra gli scuri.


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Le sagome dei corpi addormentate
nell’erba, i pugni aggrappati alle foglie,
come a tenere scolpito ogni spasimo
del nostro nuovo isolarci dal mondo,
ogni fremere d’ali di libellule.
Così la nostra mente beve a questa
fonte, che ci rinnova l’incantesimo

di quando cominciò la breve estate,
di quanto il nostro incontro fu fecondo.
Guarda fissate qui le nostre impronte,
inciso un prezioso reperto fossile
– un antiquato museo di spoglie –
allor che per le fragole fu festa
la luce che riflesse la tua fronte.


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Non la strada saputa da lontano,
non la segreta traccia impercorribile,
vissuta come favola al racconto,
non c’è via di questo indirizzario,
o in fretta segnata in un appunto
– di tutta l’esistenza la rubrica –

dove non aspetti la tua mano,
come per mille volte in ora antica.
Il mondo lo trascorro infaticabile,
lo scavo da invisibile gitano,
illuso di trovarti tra le virgole
di questo inesorabile stradario.


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Magari in un banchetto sulla Senna
una consunta guida di Parigi
nelle cure d’un vecchio bouquiniste,
e in attesa d’un nuovo arrangiamento
d’una toccata e fuga lo spartito,
poi un ninnolo di ferro arrugginito
e forse più d’un bulbo di giunchiglia
al mercato de l’Île de la Cité,
del fervido tuo augurio meraviglia.

Perso, insomma, fingere l’incanto
d’un viaggio in gioventù giammai concluso.
Immagina, con i capelli grigi,
nel giorno consacrato degli auguri
– che ciò che più desideri s’avveri –
dovrò con poco essere contento.
Esclusa è la tua bussola salvifica,
rinchiusa negli archivi del rammarico.


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Or che non basta più manco la luna
a immaginare immensa la distanza,
conosco in te la favola e l’incanto,
la fierezza, la sua docilità,
l’esigenza di cura e d’attenzione,
l’istinto limpido di libertà.

Conosco in te la sua fragilità,
il suo abbandono senza spoglie.
Pur s’è spenta la voce del racconto,
e più s’affioca l’eco in lontananza,
conosco in te sognate meraviglie,
visioni sopra il mare dell’infanzia.


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Lontana, intanto, è riapparsa un’amica
di quando credemmo al tempo venturo,
la maglia assente, l’anello perduto,
la tela che ai vivi il νόστος intesse
– passato remoto, negato futuro –
di antica fortuna un altro ritaglio.

Numeri e nomi del tempo vissuto
– della tua vita un gelido estratto –
stanno tuttora trascritti in rubrica;
di loro – chissà – almen uno potesse
chiamare un giorno, magari per sbaglio,
pur se finora non uno lo ha fatto!


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Lì, storditi nell’odore di cuoio
– una fragranza portata dall’America –
gli abbracci mai schiusi, i baci sospesi,
le parole non dette, le carezze
costrette, invecchiate, in una boccetta
ormai vuota, altra memoria dell’epoca,

con un gatto sagomato nella latta,
un rozzo carillon di San Francisco,
ed altre mille futili sciocchezze,
tra cui messaggi incisi sopra un disco,
che ancora scavo in fondo al serbatoio.
(Par facile al destino dirsi arresi).


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I nostri sensi s’intesero al volo,
i corpi eran fatti l’uno per l’altro.
Il tuo, magari, in maniera diversa,
a volte pudico, ma generoso,
a volte esplicito, pronto all’offerta,
delle sue natiche andava fiero
ed era curioso della scoperta.

Il mio impudico, ma premuroso,
andavi orgogliosa che fosse assiduo,
dovunque fosse, voglioso del tuo,
e non si mostrasse incline alla resa.
I nostri corpi si presero al volo,
riconoscenti per essersi amati,
ma di stancarsi non ebbero modo.

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