scienze



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“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia sostenuta dall’esperienza e dall’osservazione dovremmo porgli la domanda seguente: puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile che, effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria? Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria, allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi osservazione particolare offra sostegno empirico alla tua teoria. Oppure, per dirla in breve: solo se puoi dirmi in che modo la tua teoria può essere confutata o falsificata, possiamo accettare la pretesa che la tua teoria abbia il carattere di una teoria empirica.”

Questa è la summa del pensiero di Karl Popper, filosofo austriaco del secolo scorso, secondo il quale ogni teoria, per essere considerata “scientifica”, deve rispondere al principio di confutabilità. In altri termini, quando si voglia affermare la scientificità di una teoria, non serve escogitare esperimenti che possano confermarla, in quanto se ne troverebbero a volontà, bensì occorre ideare almeno un esperimento che possa dimostrarne l’erroneità.

Perché vi dico questo? No, non per annoiarvi con un’ulteriore discussione su cosa sia scienza e su cosa non lo sia. Lo faccio, invece, per esporre scherzosamente una delle ragioni che di recente mi hanno indotto a partecipare alla prima edizione del concorso “Poesia a Napoli“, indetto da Guida editori. Chi mi segue sa già che in più di un’occasione ho preso le distanze da premi e concorsi. Però, essendo di formazione scientifica, ritengo che mettersi in discussione sia una buona pratica e, con tutti i miei limiti, sono disposto a rivedere ciò che penso. Non che le mie “confutazioni” vadano sempre a buon fine, ma in questo caso sì: mi è stato assegnato il primo premio per la poesia in lingua italiana ex aequo con Giovanni Perri con la seguente motivazione: “Le poesie di Raffaele Ragone sono tutte contenute, e direi persino esibite (anche visivamente), in una loro rigorosa compostezza formale. Poesia, infatti, di struttura centripeta, senza sbavature né eccessi, fatta di versi che puntano alla misura classica dell’endecasillabo, dentro la quale però brulicano le insorgenze della realtà, tenute sotto controllo da uno stile raffinato, non esente, a volte, da sottile ironia”. I testi dei finalisti sono stati raccolti in una piccola antologia, edita, appunto, da Guida editori, che vi invito ad acquistare, in quanto mi pare un bel panorama sulla poesia contemporanea, anche se di autori non notissimi ad un pubblico più vasto. Cosa concludere? La mia idea non cambia – una rondine non fa primavera – ma, almeno in casi selezionati, vale la pena di tentare anche la strada dei premi. Magari in futuro insisterò nel confutarmi.

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Sul muro alle sue spalle stava scritta
– al caso personale accomodata –
la massima d’un dotto ritoccata,
dal dubito all’excogito, passando
per il cogito, una sapiente dritta

su quale fosse il piano di giornata,
un chiarimento, un promemoria svelto
su quale patimento avesse scelto:
vivesse l’esistenza senza un quando,
però la trascorresse escogitando.


Forse di questo mondo è vero
il poco che si sa, ma resta
controverso, un caso da studiare.
Sicché, se d’incertezza è avvolto,
rimane in forse ciò che appare chiaro.

“Si il n’était pas mort, il ferait encore envie” (Si il n’était pas mort, il serait encore en vie)

Dell’altro è frutto del pensiero
la sostanza, la ratio non è chiesta,
nulla bisogna confutare.
Così l’enigma è risolto
e senza forse è vero ciò ch’è oscuro.


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Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.


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Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


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Sapevate che la carta termica, introdotta con l’avvento del fax e utilizzata oggi prevalentemente per gli scontrini della spesa, contiene bisfenolo A, un interferente dell’apparato endocrino? Non è una novità assoluta, ma uno studio recente (Environ. Sci. Technol. 2017, DOI: 10.1021/acs.est.7b03093) suggerisce che non è prudente manipolare a lungo gli scontrini, in quanto il bisfenolo A assorbito attraverso l’epidermide impiega fino a una settimana per essere eliminato completamente dall’organismo. La buona notizia è che questo composto, quando è ingerito con il cibo, come potrebbe accadere consumando bevande contenute in lattina o in bottiglie di plastica (il bisfenolo A viene adoperato per la preparazione della pellicola di rivestimento della superficie interna delle lattine o per indurire la plastica di bottiglie o contenitori adoperati anche per uso alimentare), viene eliminato in un giorno.

Bisfenolo A-d16

Per monitorare il destino del bisfenolo A assorbito dall’organismo nelle diverse situazioni, Jonathan W. Martin dell’Università di Stoccolma e Jiaying Liu dell’Università di Alberta hanno adoperato bisfenolo A marcato con deuterio (D), un isotopo radioattivo dell’idrogeno (H), che è stato usato per sostituire tutti e sedici gli atomi di idrogeno contenuti in una molecola di bisfenolo A. In una prima serie di esperimenti furono studiati gli effetti dell’esposizione cutanea, facendo manipolare per cinque minuti a sei volontari maschi, ai quali furono fatte lavare le mani dopo due ore, degli scontrini termici preparati con bisfenolo A deuterato. A debita distanza di tempo, furono analizzati gli effetti dell’assorbimento per via alimentare, facendo ingerire loro un biscotto contenente bisfenolo A deuterato. Senza entrare nei dettagli sperimentali, che chi vuole può trovare nell’articolo originale, si osservò che la concentrazione di bisfenolo A deuterato nelle urine dei volontari aumentava linearmente nei due giorni successivi all’esposizione cutanea e che, in metà dei volontari, era ancora presente in quantità rilevabili dopo una settimana. D’altro canto, dopo ingestione, l’escrezione nelle urine fu massima dopo cinque ore e scese praticamente a zero nell’arco di una giornata. Il commento di uno degli autori dello studio è che, dopo ingestione, il bisfenolo A viene metabolizzato nel fegato ed eliminato con le urine in tempi molto brevi, mentre l’assorbimento per via cutanea comporta probabilmente un metabolismo meno efficace, che potrebbe causare effetti tossici dovuti a un’esposizione di durata maggiore. Sarebbe saggio, pertanto, riconsiderare l’uso del bisfenolo A nella carta degli scontrini. Incidentalmente, l’introduzione del 730 online, già aggiornato con l’ammontare della spesa per i farmaci da utilizzare in detrazione, produce, indirettamente, anche questo beneficio. Chi non ricorda gli estenuanti conteggi con gli scontrini per i farmaci, per di più a volte inutilizzabili, perché l’invecchiamento causa uno sbiadimento generale della carta termica al bisfenolo A?

Vitamina C

Difatti, alcune industrie stanno già usando sostanze alternative. Per esempio, a un costo maggiore, è già commercializzata una carta termica trattata con un derivato del mais, ma l’opzione più conveniente sembra essere rappresentata dalla vitamina C. Ricordate l’inchiostro invisibile? Da piccolo ne utilizzavo uno preparato con succo di limone. Per blando riscaldamento, ciò che era stato scritto con questo “inchiostro” si imbruniva. Ora non so se responsabile dell’imbrunimento fosse proprio la vitamina C. Il succo di limone contiene altre sostanze organiche, come l’acido citrico, che, per effetto dell’ossidazione, più o meno spinta, possono cambiare colore. Chi, però, conserva in casa della vitamina C in polvere, magari per adoperarla come integratore alimentare, sa bene che l’esposizione al calore o alla luce la trasforma in un prodotto di ossidazione di colore bruno. Uhm, che divertimento, se fossi ancora bambino!

N.B.: parte del testo è liberamente adattato dall’ultimo numero di Chemical & Engineering News.


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Quindi, gravato da sagge lezioni,
la dissipazione, la spettroscopia,
il movimento dei corpi siderali,
lo studio di funzioni, l’astronomia,
una galassia d’accorte riflessioni,
di cui l’efficacia mi sfugge sovente,
vorrei commentare, più banalmente,
il sistema isolato, il modello, che
mi pare ben fatto, “neutro” rispetto
al legame, ogni tipo egualmente
trattato, fissate le differenze

squares-with-concentric-circles-vasilij-v-kandinskij

essenziali, effetti legati alla forma
della buca, la quale, soltanto se
stretta e profonda, ergo un pozzo,
intrappola i cuori alla giusta distanza,
costretti nel fondo, infine congiunti
gli amanti, l’oscillatore perfetto,
ideale, insomma il legame preciso,
secondo copione scontato, il modello
che solo contempla lo stato legato,
quando in effetti è da poco il reale.


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Alla misura ermetico,
alla calura avverso,
il dato “zero termico”
l’han dato per disperso.

En Pleine Chaleur (Les Cochons)

Il dato pare autentico,
il fatto incontroverso.
Sicché, con gran rammarico
nell’afa sono immerso.


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Ieri, organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura, di cui è presidente Carmen Matarazzo, c’è stata a Castellammare di Stabia una serata dedicata alla poesia, iniziata con l’introduzione critica, ad opera di Enza Silvestrini, de La misura dello zero di Bruno Galluccio e proseguita con letture sul tema Scienza e Poesia da parte di Bruno Galluccio, Antonio Di Nola, Giuseppe Vetromile e mia. Il mio intervento è consistito in parte in una rivisitazione in chiave poetica dei principi della termodinamica, a più riprese oggetto di pubblicazione in questo blog nel corso del 2015 (Secondo principio, Primo principio, Principio zero, Secondo principio – enunciato n. 2).

La termodinamica studia gli scambi di materia e di energia coinvolti in qualsiasi fenomeno del mondo sensibile. In breve, considerato l’universo un sistema che non può scambiare né materia né energia con l’ambiente esterno, il principio zero, che prende questo nome perché è stato esplicitamente enunciato come tale in epoca successiva alla formulazione degli altri principi, introduce il concetto di equilibrio termico e la grandezza per determinarlo, la temperatura; il primo principio è incentrato sulla conservazione dell’energia, che può convertirsi da calore in lavoro e viceversa, ma rimanendo in totale costante; il secondo principio introduce l’entropia, alla quale è pertanto strettamente legato il concetto di tempo, come criterio di spontaneità e irreversibilità dei fenomeni naturali. Il terzo principio riguarda in senso stretto la fisica delle basse temperature, che è di grande importanza tecnologica. Si pensi ai superconduttori. La sua formulazione è controversa. Un primo enunciato afferma che l’entropia di una sostanza pura (un elemento o un composto) tende ad assumere un valore nullo o costante all’approssimarsi dello zero assoluto, che è il limite della scala Kelvin, al di sotto del quale la temperatura non può più diminuire (0 K = –273,15 °C). Un secondo enunciato asserisce che è impossibile raggiungere lo zero assoluto attraverso un numero finito di trasformazioni termodinamiche. Incidentalmente, questa seconda formulazione implica che, in un processo reale, l’entropia non può mai annullarsi del tutto. Comunque stiano le cose, rimane il fatto che, per effetto dell’abbassamento della temperatura fino allo zero assoluto, una sostanza pura diventerebbe un solido cristallino perfetto. La mia rilettura di quest’ultimo principio manca ancora all’appello. Eccola!

The Crystal Ball

Ad essere sincero,
lascia quel piedistallo:
sia pregio o sia difetto,
non ti riguarda, invero,
il mondo del perfetto.
O, detta in senso stretto,
per legge o checchessìa,
sei carne, non cristallo,
perciò la tua entropia
non diverrà mai zero.


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Nel mezzo del cammino, il che vuol dire
che nelle pieghe della vita, a volte,
accade che t’alletti la tangente,
la retta favorevole alla fuga,
che l’inferno ti seduca, che scorga,
al fondo, una chimera compiacente
e senta un canto di sirena al punto

attraction

di contatto col reale. Nel mezzo
del cammino, a volte, insomma, accade
che il vincolo al tuo centro non lo veda,
che spenga
il tuo motore un accidente.
Il congegno che la vita ha messo a punto,
l’amore che sospinge a gravitare.

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