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Magari non è tardi per sostare,
dove più volte in corsa si fermò
la gioventù, tra i resti del teatro
ed oltre, nel camposanto militare,
dov’è sospeso un ponte tra Terra
di Lavoro e la palude e nel mare
si dissolve il Garigliano. Però,
le noci di Minturnae danno fretta,

già prima del solstizio son mature,
son già pronte per la solita ricetta,
che l’amaro lo travasa nel liquore.
Se a lungo non badammo di tornare,
è proprio tardi, adesso, per restare:
la linfa nel gheriglio non aspetta,
nei malli la memoria già si culla.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il suo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Già di Quaresima riapparsi, pure
quest’anno dispiega i suoi germogli.
Certo era questa l’abitudine anche
nel tempo che aveva la tua cura:
le foglie brune, raggrinzite, i rami
fatti stecchi, protesi alla carezza,
il tocco percepito a malapena,

delle tue dita l’amabile premura.
Certo l’aspetta, forse non ricorda,
ed anche me tradisce la memoria,
se mai pretesi un refolo di brezza.
Alla mia mano manca la destrezza,
la maestrìa, però del gelsomino
adesso spetta a me la sfrondatura.


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Tre luglio, e gli anni miei ventuno,
un sabato d’esami, ma non solo,
quattro ragazze, e schiva tu tra loro,
nel millenovecentosettantuno.
Quattro caffè, la festa improvvisata,
così l’appuntamento cadde a caso,

a tradimento, senza alcun preavviso,
la macchina fatale fu azionata.
Ancora pochi mesi a mia insaputa
e l’orbita del caso fu completa.
Così girò Fortuna la sua ruota
e l’anno dopo si chiuse la voluta.


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Quattro passi nel viale del tramonto,
breve la rincorsa, spregiudicato
il salto, così l’inizio fu segnato:
Quattro Orologi in capo a una discesa,
e non ne resta alcuno a rammentare
che solo quella volta fu percorsa
l’antica passeggiata verso il mare.

Quattro Orologi ed un momento solo,
un tentativo solo registrato,
otto sfere dal congegno arrugginito,
inadeguate ad appuntare il fatto,
quattro frammenti dispersi nel passato,
come un piattello frantumato in volo.
Forse per questo il nome fu cambiato.


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Andando a destra, su Rue Saint-Honoré,
c’è Rue de l’Arbre-Sec al primo incrocio,
la strada che riesce al lungosenna,
dove la metro si ferma a Pont Neuf.
Andammo lì per cena un poco d’anni fa,
la cena di Parigi a base di Chablis
nella taverna ove facemmo festa,

fontaine-de-la-croix

di fronte alla fontana della Croix,
che vomitava l’acqua da una testa.
Ed è sincero il detto, se quando ci
ritorno chiudo gli occhi: che non ci sei
non vedo, il cuore non mi duole, e pare
la mia festa com’era insieme a te.


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Febbraio, nessun di te più lesto è mese,
e indifferenti in gocce allegre ignare
disfano i cristalli le tue nevi oppure
in lacrime spietate. Con te di attese
palpitanti così ci giunge la letizia,
così ci coglie uguale la notizia

febbraio

di contingenze malaccette e invise,
le gioie dei natali o le sciagure.
Dunque, perché dell’une è breve in cuore
il lasso, dell’altre vive l’ingiustizia
duratura, scolpita in stille amare,
che solcano del tempo vie sospese?


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Qui non ci pare il tempo sia trascorso,
ancor c’invita il varco principale,
dove l’esordio nostro fu sancito,
e siamo oltre, ai piè della Minerva,
tra gli emicicli diva della scienza,
cui stancamente uno scalone sale.
Or risaliamo ancora quelle scale,
ove svetta sui gradini la Sapienza,
sul freddo di sedili improvvisati
di calme tregue al sole di studenti,

Scalone della Minervala-minervaaula-di-chimica

fin dove scura spicca un’iscrizione,
resiste indenne ad ogni indifferenza
sopra il viavai che popola la corte,
di ciò ch’è già successo smemorata,
or che al remoto scorre l’esistenza,
e alla sinistra la chimica dispone,
l’artefice di più di un’esperienza.
Qui ci sorprende – entrati – l’emozione
dei nostri padri seduti negli scanni,
al fianco nostro alla lezione attenti.

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