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Quando la strada pare persa, fermati
a riposare. Cerca, se puoi, la traccia,
torna sereno dove la memoria
s’è confusa. Perdersi è un po’ l’esilio,
ma non rinunciare, mai devi affligerti,
è necessario tempo alla chiarezza.

Ogni istante ripercorri della storia,
cerca quel filo in fondo alla bisaccia,
scava dentr’ogni scheggia del mobilio.
Tu spera un soffio freddo sulla faccia,
lo schiaffo sordo e gelido dell’aria:
quando vien l’ora, un refolo di brezza.
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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.


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Forse sei queste sere tarde e sgombre
di clamore, sei forse la mattina
sempre in corsa lungo la marina.
Gradito è stato attenderti, dicembre
infreddolito, eppure fosti il mese
del distacco, quando il destino arraffa
le sue cose. Magari in una stanza

sulla spiaggia m’ha consolato un vento
di burrasca, l’eco d’uno spavento
giovanile, che a un tempo di baruffa
mosse il mare, a un clima di contese.
Forse con te vien meno il patimento,
con un distacco, ancora, la mancanza.


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Verso la fine degli anni novanta, durante un’estate in Sardegna, ci recammo a Orgosolo. Ricordo che con noi c’era Ottavio, ottavo di nove tra fratelli e sorelle, attualmente capo-redattore dell’edizione napoletana del quotidiano “La Repubblica”. Ci scambiammo un sorriso d’intesa, quando notammo che dal lato opposto della strada, nel bar in cui eravamo entrati, c’era, debitamente serrato, il portone d’ingresso del Municipio, costellato di fori di pallottole. Ma non basta. Il bar si chiamava “Paradiso”, e queste due cose insieme ci sembrarono un monito sufficiente ad accettare con entusiasmo, quando degli avventori locali ci offrirono da bere per ben due volte, in un perentorio gesto di accoglienza, forse dettato dal fatto che, su loro richiesta, dicemmo di essere napoletani.

Di Orgosolo conservo la riproduzione di un murale, dipinta su pietra, che comprammo in uno dei tanti negozi di souvenir. Oggi, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, mi pare l’immagine adatta – l’ho intitolata Adeste mulieres – da associare a una poesia di Joumana Haddad, Sono una donna, da me tradotta alcuni anni fa dalla versione inglese di Issa J. Boullata. Joumana Haddad è una scrittrice libanese, di cui potrete leggere qui notizie sufficientemente aggiornate. Vorrei, nel contempo, emblematicamente, deprecare ogni genere di violenza esercitata a qualunque titolo contro i propri simili.

Nobody can guess
What I say when I am silent,
Whom I see when I close my eyes,
How I am carried away when I am carried away,
What I search for when I stretch out my hands.
Nobody, nobody knows
When I am hungry, when I take a journey,
When I walk, and when I am lost.
And nobody knows
That my going is a return
And my return is an abstention,
That my weakness is a mask
And my strength is a mask,
And that what is coming is a tempest.
They think they know
So I let them think,
And I happen.
They put me in a cage so that
My freedom may be a gift from them,
And I have to thank them and obey.
But I am free before them, after them,
With them, without them.
I am free in my suppression, in my defeat.
My prison is what I want!
The key to the prison may be their tongue,
But their tongue is twisted around my desire’s fingers,
And my desire they can never command.
I am a woman.
They think they own my freedom.
I let them think so,
And I happen.

Nessuno indovina
Quello che dico quando sono in silenzio,
Chi vedo quando chiudo gli occhi,
Come sono trascinata via quando mi trascinano via,
Cosa cerco quando protendo le mani.
Nessuno, nessuno sa
Quando ho fame, quando viaggio,
Quando cammino, quando mi perdo.
E nessuno sa
Che il mio vagare è un ritorno
E il mio ritorno è rinuncia,
Che la mia debolezza è una maschera,
Che la mia forza è una maschera,
E ciò che verrà dopo è tempesta.
Pensano di sapere,
Così li lascio pensare,
E accado.
Mi mettono in gabbia,
Sicché possa la mia libertà essere un loro dono,
E io debba ringraziarli ed obbedire,
Ma io sono libera prima di loro, dopo di loro,
Con loro, senza loro.
Sono libera nel mio inconscio, nella mia sconfitta.
Sono prigioniera di ciò che io voglio!
La loro lingua può sì essere la chiave della mia prigione,
Ma essa s’avvolge attorno alle dita del mio desiderio,
E non possono mai comandare al mio desiderio.
Sono una donna.
Pensano d’esser padroni della mia libertà:
Lascio che lo credano,
E accado.


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Per la regola dei riti ormai già
pronto, l’autunno infine s’è deciso:
un traffico d’affetti e d’imprevisti,
i sospesi parigini, le piogge
straripanti, di mosto avvinazzate.
Ben presto incalza l’ora dei defunti,
con fiori contraffatti, inadeguati
al rinnovarsi intenso dei trascorsi.

Un dì ne fummo dèi, ma naviganti
sfortunati, in porti ormai divisi,
a un disinganno spiccio infine arresi.
Ebbro di crisantemi e di croccanti,
così novembre smorza d’Ognissanti
le rimanenti chiazze dell’estate.
A San Martino l’ultimo sussulto:
il suo novembre a ognuno, ingeneroso.

 


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Adesso ve lo dico in confidenza:
a piacere non se ne può disporre.
Per quanto v’affanniate a non sprecarlo,
è inutile tentarne la gestione,
impegnare la vostra intelligenza
per non lasciarvi rodere dal tarlo
d’averlo inutilmente dissipato.

Farne tesoro resta un’illusione,
si consuma pur se non sciupato,
stolto pensare d’esserne padrone.
Non si può serbare ciò che scorre,
non v’è maniera di recuperarlo.
Il tempo è perso per definizione.


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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.


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Cercammo, per tuo sfizio, del buon vino,
noi folli, non avvezzi a deferenza,
un giorno tra le vigne a Montalcino,
abbandonando il gotha della scienza.
A sera riapparimmo in quel di Siena,
un tanto allegri, ma forse tu già alticcio,
in tempo per la gala della cena,
gli unici posti accanto ad un dottore,
Nobel in pectore, contegno spiccio,
arrogante, non certo un gran signore.
Fui preso, mio malgrado, tra due fuochi,

tra Berkeley e Zurigo bando ai giochi:
tu contendente al barbaro alemanno,
della ricerca il tronfio curatore,
ed io nel mezzo a limitare il danno,
ad invitarti a un gesto di buon cuore.
Si rinsaldava la nostra conoscenza,
da pochi mesi attrice sulla scena,
muoveva i primi passi con la lena
di chi del tempo ignora l’inclemenza,
come oscilla del caso l’altalena,
nel giro capovolta d’un sol anno.

 


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Rovistando in una ressa di chincaglie,
messe da parte per l’atavica mania
di non buttarle come inutili ferraglie,
ma di tenerle in serbo in un cassetto
d’una vecchia e malridotta scrivania,
in un astuccio, in un rozzo cofanetto,
del nostro tempo irrilevante spia,
ecco – dovesse la memoria far difetto –
d’una storica valigia le due chiavi,
uno dei tanti bagagli di famiglia,
facile preda a casa di tua figlia,
rapina occasionale, ladri ignavi.
Perdute, un giorno, e presto riottenute

nuove di zecca, per corrispondenza,
– una storia forse degna d’uno scritto –
meraviglia di maniere sconosciute.
Sacrificarle, dunque, immantinente,
bruciare senza un filo di clemenza
d’una vicenda il documento schietto,
visto che non ne ha scopo l’esistenza,
che alberga adesso in una sola mente?
Però, come arrogarsi un tal diritto,
se della vita siamo l’accidente,
retorica, sfuggente fantasia,
di ciò ch’è ignoto eccesso di presenza,
più di due chiavi breve, inconsistente?

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