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Mettetelo pure in versi o in prosa,
non c’è, nella sua essenza, una rosa,
nemmeno lontana più della luna:

nel luogo del nulla non v’è cosa alcuna,
niente che valga pur piccola cosa,
il filo nemmeno, pur senza la cruna.

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Poi del tramonto attendere la brezza.
Il resto si vedrà, da cosa nasce cosa,
a mo’ di fiore sboccia con lentezza,
o repentina spina d’una rosa

della passione vince la sveltezza.
Per cominciare, meglio la scoperta
intrisa negli aromi dell’altezza,
il respiro dello spazio sopra l’erta.


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a Olimpia

Da te si torna, terra degli Elleni,
antico fine di pellegrine estati,
quando il ritorno stanchi attendevamo
sulla spiaggia di Patrasso, ma chissà
se riconosco volti e strade, se siamo
ancora in esse l’ombra, chi lo sa
s’è ancora uguale la porta dei leoni,
che cosa sull’acropoli è cambiato
e nel teatro dall’acustica perfetta,

e s’è la stessa la danza degli euzoni.
Di fatto è incerto il passaggio d’Istmià,
tinto d’arancio nel coro dei gabbiani,
e mi domando se mai ci siamo stati,
se mai l’abbiamo insieme attraversato,
quando il tempo volava senza fretta.
Si torna alle vicende degli umani,
– ancora è in aria la cronica saetta –
tolti di nuovo agli ansiti terreni!


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“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia sostenuta dall’esperienza e dall’osservazione dovremmo porgli la domanda seguente: puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile che, effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria? Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria, allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi osservazione particolare offra sostegno empirico alla tua teoria. Oppure, per dirla in breve: solo se puoi dirmi in che modo la tua teoria può essere confutata o falsificata, possiamo accettare la pretesa che la tua teoria abbia il carattere di una teoria empirica.”

Questa è la summa del pensiero di Karl Popper, filosofo austriaco del secolo scorso, secondo il quale ogni teoria, per essere considerata “scientifica”, deve rispondere al principio di confutabilità. In altri termini, quando si voglia affermare la scientificità di una teoria, non serve escogitare esperimenti che possano confermarla, in quanto se ne troverebbero a volontà, bensì occorre ideare almeno un esperimento che possa dimostrarne l’erroneità.

Perché vi dico questo? No, non per annoiarvi con un’ulteriore discussione su cosa sia scienza e su cosa non lo sia. Lo faccio, invece, per esporre scherzosamente una delle ragioni che di recente mi hanno indotto a partecipare alla prima edizione del concorso “Poesia a Napoli“, indetto da Guida editori. Chi mi segue sa già che in più di un’occasione ho preso le distanze da premi e concorsi. Però, essendo di formazione scientifica, ritengo che mettersi in discussione sia una buona pratica e, con tutti i miei limiti, sono disposto a rivedere ciò che penso. Non che le mie “confutazioni” vadano sempre a buon fine, ma in questo caso sì: mi è stato assegnato il primo premio per la poesia in lingua italiana ex aequo con Giovanni Perri con la seguente motivazione: “Le poesie di Raffaele Ragone sono tutte contenute, e direi persino esibite (anche visivamente), in una loro rigorosa compostezza formale. Poesia, infatti, di struttura centripeta, senza sbavature né eccessi, fatta di versi che puntano alla misura classica dell’endecasillabo, dentro la quale però brulicano le insorgenze della realtà, tenute sotto controllo da uno stile raffinato, non esente, a volte, da sottile ironia”. I testi dei finalisti sono stati raccolti in una piccola antologia, edita, appunto, da Guida editori, che vi invito ad acquistare, in quanto mi pare un bel panorama sulla poesia contemporanea, anche se di autori non notissimi ad un pubblico più vasto. Cosa concludere? La mia idea non cambia – una rondine non fa primavera – ma, almeno in casi selezionati, vale la pena di tentare anche la strada dei premi. Magari in futuro insisterò nel confutarmi.


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Per la disfida col poeta Ioni
il mio cammino muove da lontano,
dalla scienza che conta gli elettroni
ed organizza gli atomi in un piano.
Ma tutto il resto scrivo in italiano
o in altro noto forestiero idioma.
Diversa conoscenza a chi mi legga

non è richiesta, a patto che mi regga.
Ma la lingua del Nostro è ben bislacca,
di stravaganze intrisa e di fonemi,
che a chi l’ascolta imbiancano la chioma,
gli lasciano l’ingegno nei patemi,
se a non tradire adatti manco un’acca
astrusi non decritta i suoi lessemi.


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Nessun esperimento ancora in corso,
mentre bruciava il bosco nel meriggio.
S’aspettava l’autunno già avanzato,
quando il suo bollore ha smesso il mosto.
Però s’ebbe il presagio già d’agosto
del lungo indugio prossimo al viraggio.

E tu, che un tempo antico fosti avverso,
su fronte contrapposto allineato,
preparavi il sereno, di cristalli
un orizzonte adorno, dopo valli
di piombo finalmente il cielo terso.


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Quando la strada pare persa, fermati
a riposare. Cerca, se puoi, la traccia,
torna sereno dove la memoria
s’è confusa. Perdersi è un po’ l’esilio,
ma non rinunciare, mai devi affliggerti,
è necessario tempo alla chiarezza.

Ogni istante ripercorri della storia,
cerca quel filo in fondo alla bisaccia,
scava dentr’ogni scheggia del mobilio.
Tu spera un soffio freddo sulla faccia,
lo schiaffo sordo e gelido dell’aria:
quando vien l’ora, un refolo di brezza.


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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.


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Forse sei queste sere tarde e sgombre
di clamore, sei forse la mattina
sempre in corsa lungo la marina.
Gradito è stato attenderti, dicembre
infreddolito, eppure fosti il mese
del distacco, quando il destino arraffa
le sue cose. Magari in una stanza

sulla spiaggia m’ha consolato un vento
di burrasca, l’eco d’uno spavento
giovanile, che a un tempo di baruffa
mosse il mare, a un clima di contese.
Forse con te vien meno il patimento,
con un distacco, ancora, la mancanza.


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Verso la fine degli anni novanta, durante un’estate in Sardegna, ci recammo a Orgosolo. Ricordo che con noi c’era Ottavio, ottavo di nove tra fratelli e sorelle, attualmente capo-redattore dell’edizione napoletana del quotidiano “La Repubblica”. Ci scambiammo un sorriso d’intesa, quando notammo che dal lato opposto della strada, nel bar in cui eravamo entrati, c’era, debitamente serrato, il portone d’ingresso del Municipio, costellato di fori di pallottole. Ma non basta. Il bar si chiamava “Paradiso”, e queste due cose insieme ci sembrarono un monito sufficiente ad accettare con entusiasmo, quando degli avventori locali ci offrirono da bere per ben due volte, in un perentorio gesto di accoglienza, forse dettato dal fatto che, su loro richiesta, dicemmo di essere napoletani.

Di Orgosolo conservo la riproduzione di un murale, dipinta su pietra, che comprammo in uno dei tanti negozi di souvenir. Oggi, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, mi pare l’immagine adatta – l’ho intitolata Adeste mulieres – da associare a una poesia di Joumana Haddad, Sono una donna, da me tradotta alcuni anni fa dalla versione inglese di Issa J. Boullata. Joumana Haddad è una scrittrice libanese, di cui potrete leggere qui notizie sufficientemente aggiornate. Vorrei, nel contempo, emblematicamente, deprecare ogni genere di violenza esercitata a qualunque titolo contro i propri simili.

Nobody can guess
What I say when I am silent,
Whom I see when I close my eyes,
How I am carried away when I am carried away,
What I search for when I stretch out my hands.
Nobody, nobody knows
When I am hungry, when I take a journey,
When I walk, and when I am lost.
And nobody knows
That my going is a return
And my return is an abstention,
That my weakness is a mask
And my strength is a mask,
And that what is coming is a tempest.
They think they know
So I let them think,
And I happen.
They put me in a cage so that
My freedom may be a gift from them,
And I have to thank them and obey.
But I am free before them, after them,
With them, without them.
I am free in my suppression, in my defeat.
My prison is what I want!
The key to the prison may be their tongue,
But their tongue is twisted around my desire’s fingers,
And my desire they can never command.
I am a woman.
They think they own my freedom.
I let them think so,
And I happen.

Nessuno indovina
Quello che dico quando sono in silenzio,
Chi vedo quando chiudo gli occhi,
Come sono trascinata via quando mi trascinano via,
Cosa cerco quando protendo le mani.
Nessuno, nessuno sa
Quando ho fame, quando viaggio,
Quando cammino, quando mi perdo.
E nessuno sa
Che il mio vagare è un ritorno
E il mio ritorno è rinuncia,
Che la mia debolezza è una maschera,
Che la mia forza è una maschera,
E ciò che verrà dopo è tempesta.
Pensano di sapere,
Così li lascio pensare,
E accado.
Mi mettono in gabbia,
Sicché possa la mia libertà essere un loro dono,
E io debba ringraziarli ed obbedire,
Ma io sono libera prima di loro, dopo di loro,
Con loro, senza loro.
Sono libera nel mio inconscio, nella mia sconfitta.
Sono prigioniera di ciò che io voglio!
La loro lingua può sì essere la chiave della mia prigione,
Ma essa s’avvolge attorno alle dita del mio desiderio,
E non possono mai comandare al mio desiderio.
Sono una donna.
Pensano d’esser padroni della mia libertà:
Lascio che lo credano,
E accado.

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