mitologia



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Ascolta, allor che s’alza sul crinale
il giorno e ad esso alludono barlumi
tra i cespugli, rompendo ai porcospini
il primo sonno, tu guarda il cratere,
a settentrione, indugia sulla fascia
della costa, la battima scandaglia,

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come se fosse l’orizzonte il litorale.
Indaga alle pendici, sotto i pini,
dove s’incarna tra ruderi e cimase
la Morgana. Lì votati alla scienza,
conforma al suo disegno l’esistenza.

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Bada, quando guardi verso il mare,
torvo alle spalle tenendo il cratere,
se scorri l’orizzonte col pensiero,
c’è verde a meridione, che si mischia
a foschie, sopra una costa d’albatri

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e calcare. Passa oltre, non indulgere
alla brama, di scrutarne la Morgana
non tentare, ché infida vi s’intana
e il suo piano solerte vi architetta.
Col Fato il tuo destino vi progetta.


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Non ragionammo mai del dopo. Forse,
com’è giusto, ci soggiogò l’eterno,
il finale non rientrava nella trama.
Ultimamente è chiara la cupezza
dell’arcano, s’è fatta costumanza,
reincarnata nell’assenza, la certezza

Matese

d’averti pure in questo fiume persa
nell’eterno, nel Lete dove fummo
di passaggio, che linfa di salvezza
ora ti disseta. Qui, sulla sponda
d’Eunoè, mi sporgo mai sfinito, corso
del ricordo che placa la secchezza.


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C’è chi corre a Marzamemi,
troppa fretta, meno male,
non ha tempo per sostare,
per sbirciare dal groviglio
che s’affaccia sulla spiaggia
della strada provinciale,
dove danzano gli amanti,
dove s’amano nel mare.

Or che il viaggio s’interrompe
sotto il sole di controra,
c’è chi s’ama a Portopalo,
sulla sponda c’è chi danza,
c’è Dione col suo amante
dove schiumano le onde,
e s’abbracciano nel mare.


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Aria non volli al culmine dell’erta,
chiesi la coltre, la pallida carezza,
il respiro della terra che vapora,
dove si fa vago il passo, la cura
d’ogni pena sta sospesa, e la coscienza
è nuda, attenta a ciò che vi si cela.
E se vi fui, perciò, disposto all’arditezza,
tu fosti, invece, incline alla prudenza,
non ti convinse ad essa la saldezza

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del mio braccio. E pur così fosti perduta,
l’intangibile Euridice, reale,
ma sfuggente, dissolta nella nebbia,
dove non cerco adesso che la coltre,
la pallida carezza, il tuo respiro
che vapora, or che svanisce in tenebra
il ricordo, or che si sfalda nell’oblio
l’inconsistente scialle del distacco.


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Di qui portava un varco nell’ignoto,
la scienza che riecheggia nella lava,
la sapienza che s’incava nel piperno.
La guida, certo, n’ebbe conto, ma
se ne finse ignara. Aveva il piglio
del padre, che conforto reca al figlio,
quand’oscuro s’intravede il suo futuro.
Poi, giunse il viatico, quindi fui perso.

Istituto chimico

Dopo m’attese il dardo già scoccato,
che sulla scena irrompe degli astanti
e segna al tempo il verso, scandendo
all’universo la durata. Le tue fattezze,
insomma, e manovrato da Cupido
un marchingegno, che contrassegna,
pare, il passo in questa vita dei mortali.
E noi ne fummo intento incontroverso.


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E finalmente l’ho vista arrivare, volare,
memoria svanita, rapita alle acque
segrete del fiume, al suo fiume tornare.

Guardiana del tempo negletta, tornare
l’ho vista, guardare la vita, la storia
di tutti negli occhi l’ho vista fissare.

Nilo e Sfinge

Scomparsa da cinque decenni, scrutare
l’ho vista d’incanto la vita dispersa,
la storia scolpita, la nostra, osservare,
come di vista non l’avesse mai persa.

Ghirlanda sul capo, l’ho vista volare,
cantare ammantata di seta l’ho udita,
la Sfinge del Nilo, intenta a vegliare,
inventare – m’è parso – guardarci la vita.


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Privo dell’Etere, respiro dei Celesti,
che cosa d’un astro consumato resti
è la questione, occorso il suo collasso
nel cosmo dove vivono le stelle.
Di certo, un nuovo inerte ammasso
di questo planetario, dalle cui leggi
ogni materia afflitta si disgrega.

figure volanti

E forse ancora un grave, un altro, vaga
tra le sue stelle fisse, coda di cometa
che sparge i suoi cristalli, una macchina
mortale in necessaria attesa, satellite
che annaspa e nessun’Aria appaga.
Se avanzi qualcos’altro resta incerto.


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Poi ci ritrovammo d’acqua,
quasi l’amplesso terra mare
sdraiato alla battigia, avvolto
nella spuma lo sciabordare
dell’abbraccio. Così luglio

La nascita di Venere - Sandro Botticelli

si discioglie in una turbolenza
liquida, primizia del novilunio
dentro una striscia d’arenile,
allor che Citerea rinasce
effervescenza di conchiglia.


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Siamo a Scutàri, calma azzurra
e piatta, ma si affretta l’ora di tornare.
Si sbava l’onda, si torce il mare,
ai soffi si dimena bruschi, Velona sbuffa
oltre la bonaccia, e di ghermirti trama
la sentinella di tempeste. Ti allarma
più di me, che strega la burrasca. Persi
approdiamo in questo incolto anfratto
d’acqua, al di qua della palude, dove

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alloggia la murena tra le serpi di Kalivia
alla presenza schiva d’un tempietto.
In questo porto diva risorgi dalle spume,
ed è l’intero giorno requie. Di nuovo,
un dì, ci culleremo all’onda del riflusso.
Faremo festa al mare, al dono schietto
d’esso. Nel giorno del ritorno sarà festa,
ancora nostra, nuda del ritegno, la stessa
sfrontatezza d’un giorno di tempesta.

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