mitologia



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Guardiana dell’ora, in cui fummo attesi
dall’aria, dall’abbaglio che incanta
i neonati, eri lì, premurosa
custode di olivi, di sassi indifesi,
che avemmo sì amati ad alterna dimora.
Tu, già corona, già aroma, l’amico
di Venere, il boschetto pudico,
lì stavi, come un regalo scordato,
incurante del tempo, negletta

addossata al tratturo, la pianta,
il mirto che spera nei santi e nei morti
per essere infine scovato, scartato,
quando diventano i giorni più corti,
svestito della polpa violetta,
quando già d’olio è ricolma la giara,
quando novembre il suo volo ha spiccato,
bevanda ne fa dalle bacche sì cara,
l’infuso, che scalda il cuore alla casa.

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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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Il 23 maggio scorso, organizzata dalle associazioni Achille Basile – Le ali della lettura e Certamen Plinianum di Castellammare di Stabia, si è svolta una conferenza incentrata sul tema del mito in poesia. Nel corso della serata, alla quale anch’io ho partecipato, si sono succeduti interventi di Cinzia Caputo, Floriana Coppola, Giancarlo Cavallo e Carlo Di Legge, che potrete riascoltare integralmente nel filmato. Di seguito vi propongo, in breve, alcune mie riflessioni sul mito.

Nell’affrontare il tema, ho sottolineato come esistano, a mio avviso, forti analogie tra il mito e l’onomatopea. Come è noto, questa figura retorica associa a taluni suoni dei simboli linguistici: bau, miao, be, cra, crac, ciac, drin, e tanti altri, ai quali aggiungerei, perché no, il blabla dell’alta società di montaliana memoria. Da questi sono poi derivati lemmi più complessi, come sostantivi e verbi “onomatopeici”. Rimbombo – rimbombare, cigolìo – cigolare, gracidìo – gracidare, ticchettìo – ticchettare, e così via. In definitiva, l’onomatopea è uno strumento fonosimbolico, attraverso il quale gli elementi fonici di una parola o di una sequenza di parole suggeriscono di per se stessi il senso dell’atto fonetico che intendono esprimere. Ma aggiungerei che dietro ogni espressione onomatopeica c’è una storia. I fonosimboli non sono uguali in tutte le lingue, ma ci dicono che un certo suono è stato sempre e dovunque ciò che il fonosimbolo significa. In proposito, ricordo le parole del mio professore di greco del liceo, Aniello Buono. Nel contestare una tesi in voga all’epoca, che suggeriva che la “η” del greco antico si pronunciasse come la “η” del greco moderno, cioè, “i”, notava che, in base a tale logica, il verso delle pecore nella Grecia antica (βῆ βῆ) avrebbe dovuto essere “bi bi” e non “be be”. In tal modo l’onomatopea svincola un particolare suono dal contesto storico in cui esso ha avuto luogo.

Per analogia con l’onomatopea, il mito riecheggia qualcosa. Non semplicemente un suono, ma una storia realmente accaduta. Il mito è, in origine, storia. Allorché perde la sua dimensione spazio-temporale, la storia, affidata alla tradizione orale e al ricordo, diventa racconto, ammantandosi di un’aura di sacralità che la trasforma in mito. È mia opinione, infatti, che l’uomo, credente o non credente che sia, non possa fare a meno della sacralità, la quale lo pone in contatto con il sovraumano, con il mistero, con il metafisico, identificando la sua appartenenza ad una cultura. L’originale dimensione storica del mito affiora nel corso di ricerche archeologiche, come è avvenuto per Troia o per l’arca di Noè. Pertanto, il mito è storia modificata da una sovrastruttura sacrale, che, nelle sue espressioni più elaborate, può anche diventare strumento terapeutico.

Se riflettiamo sul fatto che il mito è il ricordo di una storia, di un fatto, del quale ha perso la dimensione spazio-temporale, comprendiamo anche come per ognuno di noi il ricordo, nel tempo, possa conferire alle nostre vicende personali una dimensione mitologica, alla quale appartengono fatti e persone della nostra vita. Ricordiamo i Mani dei Latini o la memoria dei defunti della religione cristiana. Il mito, in definitiva, diventa lo strumento attraverso il quale parliamo di noi parlando, apparentemente, di altri, esprimendo, così, il nostro bisogno di appartenenza. Il mito è, a mio avviso, un’esigenza primaria della mente umana, alla stregua della sete di conoscenza e della poesia, al punto che, nel mio caso personale, è tema privilegiato da molti componimenti, che, nel loro complesso, costituiscono un’intera categoria di questo blog, intitolata, appunto mitologia.


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Tre luglio, e gli anni miei ventuno,
un sabato d’esami, ma non solo,
quattro ragazze, e schiva tu tra loro,
nel millenovecentosettantuno.
Quattro caffè, la festa improvvisata,
così l’appuntamento cadde a caso,

a tradimento, senza alcun preavviso,
la macchina fatale fu azionata.
Ancora pochi mesi a mia insaputa
e l’orbita del caso fu completa.
Così girò Fortuna la sua ruota
e l’anno dopo si chiuse la voluta.


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Qui non ci pare il tempo sia trascorso,
ancor c’invita il varco principale,
dove l’esordio nostro fu sancito,
e siamo oltre, ai piè della Minerva,
tra gli emicicli diva della scienza,
cui stancamente uno scalone sale.
Or risaliamo ancora quelle scale,
ove svetta sui gradini la Sapienza,
sul freddo di sedili improvvisati
di calme tregue al sole di studenti,

Scalone della Minervala-minervaaula-di-chimica

fin dove scura spicca un’iscrizione,
resiste indenne ad ogni indifferenza
sopra il viavai che popola la corte,
di ciò ch’è già successo smemorata,
or che al remoto scorre l’esistenza,
e alla sinistra la chimica dispone,
l’artefice di più di un’esperienza.
Qui ci sorprende – entrati – l’emozione
dei nostri padri seduti negli scanni,
al fianco nostro alla lezione attenti.


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Fosti spigliata e disinvolta a Pilo.
Velata in giacca a vento a malapena,
(colore verde, come la speranza,
che l'indossassi ancora s'era illusa),
le tue grazie le ostentasti generosa,
la meraviglia nuda messa in scena.
Altro che senza braccia e drappeggiata 
la distaccata Venere di Milo,
altro che in freddo marmo l'Afrodite!

donna-nuda-sulla-spaggia-de-chirico

Non c'è sbaglio, l’attestano le foto,
dove ti stagli scolpita nel tramonto,
ritratta nelle immagini sbiadite
d’un testimone attinto da fortuna.
Tu, callipigia diva delle spume,
non osannata in leggendario mito,
non celebrata neanche in un dipinto,
da chi baciasti solo venerata!

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D’orpelli la promessa fu mancante,
concorde un officiante dell’eterno,
discreto e sbrigativo celebrante,
già confidente del palpito paterno.
Un inno di colori alla sua vita
tu, madre, sola, reggevi tra le dita,
bersaglio d’una sorte non felice.
E lei, dell’esistenza mia l’attrice,
con me di libertà bramosa sposa,
di quante inani cure bisognosa
ancora ignara, la candida Euridice!

venafro-ottobre-73

Così si celebrava il nostro patto,
in pochi gesti, per niente ridondante.
E dopo che la festa fu finita,
– dolci, confetti, infine, lo spumante –
la notte già impiombava la salita.
Ci accomiatammo, quindi, su due ruote,
la nostra moto nascosta in un anfratto,
– la nostra giovinezza infine ardita,
irrispettosa, ribelle all’etichetta –
l’assillo di restare a mani vuote,
il dubbio che la vita andasse in fretta!


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Discepoli improbabili d’Euterpe,
lo stilo di Calliòpe arnese inutile,
di Èrato il papiro fatto sterpe.
Accade che per leggere poesiucole
a un uditorio ansioso di strofette,

pablo-picasso-arlequin-tocando-la-guitarra-1918

la setta si riunisce in conventicole,
come in segrete tane di lucertole,
e palpiti mirabili promette.
E dietro lo specchietto per le allodole,
verso e poesia, aperte virgolette…


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Mi dicono ch’è viva,
perché la canto spesso.
Però la vedo schiva,
alle carezze assente,
la lascia indifferente
l’intesa dell’amplesso.
Seppure resta diva,
lo scroscio di sorgente,

Orpheus - Chagall

non più la sento ardente,
mi fugge sulla riva,
che vide amore e sesso,
d’ogni calore è priva
nell’intimo me stesso.
Se non nella mia mente,
non credo che sia viva,
perciò la canto adesso.


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Poi, le scogliere mosse di Koroni,
solarî di bagnanti generose,
di poche incantatrici emancipate,
villeggianti dal fisico procace
da Bouka beach agl’imi di Venétiko,
abitati da cernie ormai scaltrite,

Tritone e Nereide

dai gusci d’alabastro dei tritoni,
che il fondo trasparente non nascose.
E tu, movenze senza esitazioni,
esuberanza nuda d’Afrodite,
fusa d’argento in una lente audace,
incarnazione ardita dell’estate.

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