memories



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Magari non è tardi per sostare,
dove più volte in corsa si fermò
la gioventù, tra i resti del teatro
ed oltre, nel camposanto militare,
dov’è sospeso un ponte tra Terra
di Lavoro e la palude e nel mare
si dissolve il Garigliano. Però,
le noci di Minturnae danno fretta,

già prima del solstizio son mature,
son già pronte per la solita ricetta,
che l’amaro lo travasa nel liquore.
Se a lungo non badammo di tornare,
è proprio tardi, adesso, per restare:
la linfa nel gheriglio non aspetta,
nei malli la memoria già si culla.


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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il suo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.


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Da bambino mio nonno mi portava spesso in giro, soprattutto a Napoli, dove andavamo al Teatro San Carlo. Ci spostavamo da Castellammare con la Circumvesuviana, storico treno locale. Tra le tante fermate, una più delle altre mi è rimasta nella memoria, quella di Pugliano, che, dalla piazza principale di Resina, come si è chiamata Ercolano fino al 1969, s’affacciava sul mercato delle pezze. Ricordo che una volta, però, andammo fin sul cratere del Vesuvio, dove vidi perfino, ancora in funzione, l’antica funicolare della canzone Funiculì funiculà, musicata, tra l’altro, dallo stabiese Luigi Denza.

Confesso che le mie idee sull’esistenza di mezzi pubblici che da Resina portassero al Vesuvio sono state sempre un po’ vaghe, nonostante Anna Maria fosse originaria del luogo. Ho creduto che la funicolare fosse l’unico mezzo di trasporto, fin quando un mio fratello geologo, appassionato della storia del Vesuvio, non mi disse, diversi anni fa, che il tratto iniziale della strada che oggi porta al cratere è pressoché coincidente con il tracciato della ferrovia del Vesuvio. Ma anche su questo le mie idee non erano chiare. Solo da quando ho smesso di lavorare ho cominciato ad avere maggiore interesse per la cosa. Ebbene, ora so che dai primi del ‘900 fino a metà degli anni cinquanta, nelle immediate adiacenze della fermata di Pugliano, ci fu il capolinea della Ferrovia del Vesuvio, che da Resina raggiungeva la stazione inferiore della funicolare.

A questo aggiungo che, di recente, è venuta a Ercolano Maria Pace Ottieri, che, per richiesta di un comune amico, Eugenio Lucrezi, ho avuto il piacere di accompagnare nel corso della sua breve incursione nel territorio vesuviano. Abbiamo visitato il parco della Villa Campolieto e il parco sul mare della Villa Favorita. Poi siamo stati sul Vesuvio, nella frazione di San Vito, nei cui pressi pochi anni fa è stata ristrutturata, ma oggi è in stato di completo abbandono, la stazione superiore della Ferrovia del Vesuvio. Da lì aveva inizio il tratto a cremagliera che portava fino alla stazione inferiore della funicolare. Il tema del componimento di oggi è, appunto, la Ferrovia del Vesuvio, sulla quale potrete trovare immagini e notizie esaurienti al link Vesuvioinrete.it, il vulcano Vesuvio.

Il tempo è quello, certo, nel racconto
d’un passante sconosciuto, che il suo
ricordo afflitto mi sciorina, adesso
che la pista ne rincorro tra i palazzi.
Sicché, bambina potresti averla vista,
sgusciante tra le case di San Vito,
binario e cremagliera sulla costa
del poeta, l’antica ferrovia che fu
dismessa, che ardimentosa l’erta
più non sfida. Se ne parlasti mai,
mi sfugge, e adesso più non conto
che lo faccia, perciò la storia ne cercai
per Maria Pace, amica giornalista:
lassù, nel ginepraio d’erbacce, dove
la confidenza nostra fu al debutto,
al primo approccio timida e nascosta,
altra stazione, di cui s’è persa traccia.


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E s’addentrava, dunque, nel basalto,
scrutando al finestrino un buon riparo,
magari nella Villa Favorita,
il vecchio buen retiro bistrattato,
magari la spiaggetta al lido Arturo,
tra Calastro e Granatello un quieto attracco.
Insomma, divagava nel paesaggio,
s’immaginava soste in ogni anfratto

dal vermicaio d’un porto segregato.
Inquieta, ma disposta al lungo ormeggio,
da te già attratta, nascosta calamita,
di te già presa, invisibile sua parte,
così la giovinezza andava in viaggio
lungo una spiaggia di piròsseni e biotite,
sotto al vulcano tentando l’ancoraggio.


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Da tempo, ormai, non c’è nessun bisogno
di combinare il tempo per il viaggio.
Compari all’improvviso, come in sogno,
già pronta per volare alla marina.
Magari un nuovo lungo viaggio in moto,
che rimandammo sempre a miglior ora,
verso rovine ancora da vedere
dentro il frinire uggioso dell’estate.

O incamminarsi, forse, per Resina,
che non avemmo il tempo d’esplorare,
dove lasciasti i giochi di bambina,
dove tornammo adulti a malincuore.
Magari riaffiorato un rendez-vous,
un accordo preso un giorno ormai remoto,
ed ora, giunto il tempo, è solo un sogno,
poco prima del risveglio, di mattina.


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Sulla bacheca all’angolo
nomi in aggiornamento,
come un latente pungolo,
un muto avvertimento.
Non tu, non io, per ora,
siam parte dell’elenco,
ma non ti vedo al fianco,
la mano non ti sfiora.
Inoltre, in questo mondo,
– mi consta per sicuro –
tu non leggesti nulla

di ciò che lessi un giorno
affisso a questo muro.
Pertanto, non m’illudo,
non è richiesto esperto
per quest’idea che frulla:
dei due rest’io, di certo,
che non vedrò in futuro
che i conti sono chiusi.
Da sì sfuggente elenco
per tutti viene il turno
di non restare esclusi.


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Caffè Nefeli, un anno quasi intero
il pranzo a mezzogiorno tutti i giorni,
poi quattro espressi un poco pretenziosi
per fingere di Napoli l’essenza.
Caffè Nefeli, e chi se ne ricorda,
tre sognatori e una giovane signora,
estratti a sorte in quattro con sapienza
per cominciare uguale la controra.
L’anziano morto e gli altri vivi ancora,

ma ritornato ognuno al proprio mondo,
nessun pretesto rimasto per la scienza.
Caffè Nefeli, varcato il North Gate,
un’altra strada scelse la signora,
la vecchia strada prese il forestiero,
ignaro che del prezzo che si paga
per la scienza ben più amaro fosse
il conto che ti chiede l’esistenza.
Rimase Bill McKenzie, il militare.

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