memories



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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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Poi ci sorprende sempre lo stupore,
se tra le more, ancora, generosa,
tra i puntuali addobbi dell’estate,
nel lilla dei garofani montani,
insinuati nelle rime del calcare,
nei gigli rosso-arancio a fine giugno,
nel verde coraggiose pennellate,
nella toccante argilla dei castagni,
del ristoro dei fuochi pure accesa,
tra i gigli delle spiagge più infuocate,
dove indistinti stemmo nel bagliore,

che d’albe e di tramonti veste il cielo,
– ahi, illusi quanto fummo, di carpire
quel segreto invano quanto ardimmo!
(o n’eravamo, forse, primi attori,
o addirittura, ignari, proprio artefici?) –
delle emozioni, insomma, accantonate
allora che un ritaglio ricompare,
si ripropone nuova, come prima,
la rosa che cogliemmo silenziosa,
con l’anima d’un fiore antica rima.


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Non rilassante, neanche duratura,
vacanza in tenda ed aria di tempesta,
le code, l’acqua gialla di Vignola,
Caprera, Maddalena e Capo Testa,
e fu conclusa presto l’avventura.
Così fu quell’estate di Gallura,
proposta da un compagno della scuola,
e poi servì del tempo a digerire,
a far placare il senso di sventura.
Ci occorsero vent’anni per scoprire,

lungo la stessa costa, Valledoria,
propaggine marina dell’Anglona,
e i tronchi fatti pietra, il paleolitico,
le selci lavorate di riu Altana,
che abbandonammo forse a peggior gloria.
Sarebbe stata ancora una memoria,
il giusto souvenir della stagione,
lasciato lì per zelo, un gesto illogico,
compiuto per eccesso d’attenzione.


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In fondo mai l’avremmo fatta insieme
la pista che traguarda la penisola,
partendo dalla piazza a Bomerano
fino ai gradini bianchi di Nocelle,
la scarpinata al sole a Positano.
Sicché, fu solamente un sopralluogo,
uno degli anni di Castellammare,
per l’escursione nel corso d’un’estate,

messa in lista tra quelle da rubare,
una licenza delle nostre concordate,
di cui farti gustare il resoconto
scorrendone le foto ad una ad una.
Magari col compagno di tanti anni,
che ciò che si può solo ormai sognare
nella nenia del rimpianto ben l’intenda,
lo sappia nel ricordo indovinare.


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Un posto d’acque afflitto dal disuso,
poi la piazzola lungo la costiera,
dove una pista serpeggia negli ulivi,
tra i rovi ardita fino alla scogliera;
e il tempio dell’infanzia ritrovato,
i resti sconsacrati tra i corbezzoli,
altro altare d’un privato antiquariato;
e poi, protratta, la sfida dei declivi,
il solito sentiero per la vetta,
dove la solitudine fu l’uso

(ma tu restavi in basso di vedetta).
Tra i reperti rimasti alla portata,
– si legga su l’elenco a mo’ d’esempio –
disseppelliti i minimi dettagli,
c’è un tuffo senza tempo nella storia,
nel lesinar di forze ad ogni passo
un nuovo scavo dentro la memoria.
Così più volte si ripete la vicenda,
cristallizzata uguale all’infinito,
da consegnare infine alla leggenda.


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Magari non è tardi per sostare,
dove più volte in corsa si fermò
la gioventù, tra i resti del teatro
ed oltre, nel camposanto militare,
dov’è sospeso un ponte tra Terra
di Lavoro e la palude e nel mare
si dissolve il Garigliano. Però,
le noci di Minturnae danno fretta,

già prima del solstizio son mature,
son già pronte per la solita ricetta,
che l’amaro lo travasa nel liquore.
Se a lungo non badammo di tornare,
è proprio tardi, adesso, per restare:
la linfa nel gheriglio non aspetta,
nei malli la memoria già si culla.


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Sicché al recente appello sei mancata,
pure tu, dell’altrui beghe spettatrice
riservata, testimonianza nera
della colpa dell’America, del sangue
pellerossa già bagnata, pure tu,
di Ann Goolsby deliziosa mediatrice.
Di te mi sfugge l’abbraccio del commiato,
forse già in viaggio per l’America a me

oscura, o forse in quel frangente avvolta
nella tua nuvola di fumo. Ma certo,
all’occorrenza, fosti la chance estrema,
per un collo dal recapito sbagliato,
pegno lontano d’una vicenda chiusa,
retaggio inessenziale d’una storia
americana. Sharon Hurd, a farmi
certo è questo d’averti salutata.


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Amore vecchi tempi ed un giaciglio
a terra, abbiam rifatto il viaggio in giro
per l’America, soltanto quattro passi
anca ad anca, il solito refrain al suono
della banda, di quando non sognasti,
ma fosti il sogno stesso, allor che fosti
giovane, ed ora sei racconto, segni
di vita spersi nella rinfusa delle carte.

Intanto passo il tempo a domandarmi
se abbia il giusto senso ogni frammento,
ogni coccio d’esistenza stropicciato,
accordo esatto, adeguato contrappunto
ogni sosta nel fuggifuggi dei ricordi,
dove s’affaccia pure in negativo
lo sguardo d’una bimba imbambolato.
Se non ti stanca, puoi telefonarmi.


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Pensarti non è il pensiero della viola,
il souvenir che ripropone il viaggio
sulla luna, la trama d’una storia
definita, e poco ancora, ammesso
che sia degno, da consegnare pure
alla memoria. Pensarti è l’atto stesso
del pensiero, d’immagini una bolgia,

una spirale assorta in congetture,
fin quando il filo logico non colga,
il bandolo che ne decifri il nesso,
che dall’infinitarsi lo distolga.
Ahimè, lascia irrisolte le sventure
quest’odissea ch’è priva d’ancoraggio,
che d’Itaca l’approdo non consola.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il tuo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.

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