memories



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Imbiancano l’estate le dimore
nei loro viaggi attesi itineranti.
La strada corre, la rincorre il cuore
al dilungarsi noto del paesaggio
nella folla di sogni e villeggianti,
tra mare e cedri valica il passaggio

verso gli ambiti lidi degli Ausoni,
ai giorni che ne vissero il colore,
agli anni che ne furono l’ostaggio.
Ora che indugia a nuove suggestioni,
qui tergiversa il tempo guaritore,
qui si risolve la filza dei rimpianti.

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Si sa, non basta intensamente ambirla,
non è come in montagna arrampicarsi,
avere testa e membra e nelle mani
presa forte, che serva ad agguantarla.
Occorre pure un po’ d’appariscenza,
e giusti tempo e luogo, ad afferrarla.
Vidi, così, la vetta, e la raggiunsi,

a volte, quasi, per accidenti umani,
da fortunato alfiere della scienza,
non illustre, non visibile, ma quasi.
Vivendo, eppure la gustammo, in fondo,
– a volte tocca questa contingenza –
giovani non fummo, né vecchi, al mondo.
Cosi la vita accadde tra due quasi.


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E non mi viene in mente che la luna
per una voce giunta da lontano
a dirmi che è esistita Pithecusa
in un tempo che volle la fortuna,
di rosario uno sperduto grano
tra le memorie andate alla rinfusa.
Ora che più non vive cosa alcuna

del nostro inenarrabile passato,
frantumi vani, senza una ragione,
senza filo – il senso s’è spezzato –
soltanto il nulla ancora ci accomuna
e un ultimo granello, un po’ spaesato,
che una ragione vuole alla sua attesa,
che posto accampa in questa processione.


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Eccoti, finalmente, a me di nuovo
accanto, in un ritorno sospirato.
Non è finito, dunque, il nostro viaggio,
non il mistero antico del tuo sguardo,
del nostro accompagnarsi ancora illuso,
la strada a te davanti, ed io rinchiuso

nell’enigma, se covi infido il male
o invece se sia vinto. Uguale trovo
il tuo sorriso in questo dì beffardo,
la strada a me davanti, un autunnale
appuntamento col viale del paesaggio.
Il tempo del commiato è rimandato.


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E quando infine Apollo aspetta il sonno,
quando di nuovo della luce stanco,
con il fardello accanto del trascorso
giorno, assapora del riposo il primo
istante, è lì che la mia mente affranco,
volteggiano i pensieri nell’inganno
fuori da spazio e tempo, in un percorso

che profuma di regamo e di timo.
La mano disillusa stendo al fianco:
che non ci sei lo so, ma tento il gesto
uguale di riplasmare le tue forme;
così nel sogno mi lascio andare lesto,
ove del passo tuo già sfumano le orme.


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Il 5 maggio di quest’anno ho ricevuto su un gruppo WhatsApp di famiglia un ritaglio di giornale che riporta una poesia in napoletano dal titolo “Incubo”. Da quanto si legge  in coda ai frammenti di un articolo nello stesso ritaglio, la poesia potrebbe essere del novembre 1943. Ma la cosa di maggior rilievo per me è che il suo autore è Melchiorre Ragone, mio padre, morto nel 1970 a 49 anni non ancora compiuti. Melchiorre Ragone ebbe un’infanzia e una giovinezza alquanto travagliate. Il 28 agosto 1923 – aveva compiuto due anni alla fine di luglio – morì a nove mesi l’unico suo fratello, Vincenzo. Il 5 dicembre di quello stesso anno perse, in un tragico incidente domestico, la madre, Maria Gentile. Rimase solo con il padre, Aniello, il quale si risposò. Per dissapori con la matrigna, fu poi affidato alle cure della nonna materna, Raffaela Landolfi, di cui io porto il nome. Credo avesse poco meno di diciotto anni quando perse anche il padre, che si trovava in Africa per una delle campagne di colonializzazione dell’epoca fascista. Nel 1943, dunque, aveva 22 anni. Nel 1949 avrebbe sposato mia madre. Immagino che la poesia, intrisa di solitudine, sia stata scritta per il padre morto da poco, al quale anch’io ho dedicato qualcosa ne “La ruggine degli aghi”. Ve ne propongo la mia traduzione.

Nell’oscuro silenzio della notte
il passo d’un uomo che non si vede mai,
l’affanno d’una voce che non si sente mai,
e una strada lunga, senza fine,
e quanto più cammino più s’allunga,
corro, m’affanno, non riposo mai,
cado e una tenaglia mi stringe la gola,
mi tremano le braccia; di piombo i piedi
sono diventati e solo il mio cuore
in petto batte e non si ferma mai;
mi rintrona nelle orecchie e in fronte
questo rumore senza fine, che mi fa
impazzire, come una mazza, rintrona,
sul ferro: e se, mentre l’ascolto, mi distrae,
mentre d’un colpo dopo l’altro sto in attesa,
sempre, fra l’uno e l’altro mi martella
una voce, che da dove viene non si sente,
un passo che dove porta non si sa.


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a Olimpia

Da te si torna, terra degli Elleni,
antico fine di pellegrine estati,
quando il ritorno stanchi attendevamo
sulla spiaggia di Patrasso, ma chissà
se riconosco volti e strade, se siamo
ancora in esse l’ombra, chi lo sa
s’è ancora uguale la porta dei leoni,
che cosa sull’acropoli è cambiato
e nel teatro dall’acustica perfetta,

e s’è la stessa la danza degli euzoni.
Di fatto è incerto il passaggio d’Istmià,
tinto d’arancio nel coro dei gabbiani,
e mi domando se mai ci siamo stati,
se mai l’abbiamo insieme attraversato,
quando il tempo volava senza fretta.
Si torna alle vicende degli umani,
– ancora è in aria la cronica saetta –
tolti di nuovo agli ansiti terreni!


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Cessarono di colpo i giorni belli,
quando l’autunno quasi perse il senno,
ferito al cuore, canuto nei capelli,
allora che l’indugio fu sospeso.
Fu tempo di raccogliere i brandelli,

appena dell’inverno ci fu cenno,
senza più dubbi, senza indovinelli,
di cominciare un viaggio già intrapreso,
ricongiungendo insieme vecchi anelli.


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Distratto chissà quando dal suo gesto,
sta smemorato l’ago del barometro,
rimasto fatalmente senza cura.
Ancora un segno fisso, una cesura,
che senso non ha più la tua premura
per il sereno, meglio se d’agosto,
o se il maltempo troppo a lungo dura.

Se dunque dentro i tuoi cerco i miei occhi,
riflessi in uno specchio li ritrovo.
Così, se dei ricordi al cielo un astro
ancora viene affisso, al tuo consunto
sguardo oso prestarli, ché tu del nuovo
sappia dalle pupille mie riassunto
del tempo nella cronica misura.


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Sottratta al tempo sei chimera, o rosa,
spoglia dei petali, misera corolla,
un dì di brama alcova generosa,
la gemma della vita, la sua culla.

Eppure fosti un giorno la mia sposa,
d’un’amorosa linfa fresca polla,
l’ambrosia un dì che mi saziò copiosa,
rimasta ignudo calice del nulla.

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