memories



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Eden degli albori, natia cornice,
da te ci separammo a malincuore,
scacciati nell’esilio dell’altrove,
imprigionati a lungo nell’attesa,
malgrado tutto altrove fuggitivi.
Ora ritorno alle tue coste acclivi,
alle tue fonti, alle tue spiagge scure,

alle ville, alla macchia delle alture,
volo da te (presento la sorpresa
delle gemme scordate senza amore).
È l’ora già dei fuochi e dei festivi
spari nella mia terra d’acque, pendice
della storia, dagli arroganti offesa,
mia culla di scoperte sempre nuove.

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Così ci crogiolammo nell’attesa,
rinviando la caduta della neve,
curando quella brace in cuore accesa.
L’indugio di quell’anno scorse lento,
adagio al nostro tempo ci fu resa,

però ce la godemmo quella dote.
Del sospirato incontro la sorpresa,
del tempo che ci attese, forse breve,
noi musicammo allegro l’andamento,
con le dita già sospese sulle note.


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Per la regola dei riti ormai già
pronto, l’autunno infine s’è deciso:
un traffico d’affetti e d’imprevisti,
i sospesi parigini, le piogge
straripanti, di mosto avvinazzate.
Ben presto incalza l’ora dei defunti,
con fiori contraffatti, inadeguati
al rinnovarsi intenso dei trascorsi.

Un dì ne fummo dèi, ma naviganti
sfortunati, in porti ormai divisi,
a un disinganno spiccio infine arresi.
Ebbro di crisantemi e di croccanti,
così novembre smorza d’Ognissanti
le rimanenti chiazze dell’estate.
A San Martino l’ultimo sussulto:
il suo novembre a ognuno, ingeneroso.

 


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Nel gioco giammai riuscii vincitore,
ma non mi dolgo d’aver perso con lei:
la sconfitta più dura fu d’averla
perduta. Al poker giocai per diletto.
Del rilancio non fui mai specialista,
del bluff neanche l’artista provetto,
quel che si dice un gran giocatore;

sentirla rapita al mio sforzo d’inetto
fu di quel gioco la sola conquista,
la grande vittoria, senza profitto,
se ora nemmeno m’è dato vederla.
Insomma, non vinsi neanche all’amore.
Però gioco, insisto, la sfida l’accetto,
ché farne a meno nemmeno saprei.


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A questi occhi potrei dirti invisibile,
sottratta alla vista da una caligine,
se tu fossi al mondo riconoscibile.
Al mio udito ti direi impercettibile,
se fossi gorgoglio di scaturigine,
a questo olfatto fragranza inodore,
per queste papille senza sapore

e sfuggente al mio senso più primordiale,
cioè pure corpo al mio tatto intangibile,
se tu appartenessi al mondo reale.
Di fatto non sei nemmeno possibile,
in quanto miraggio, riflesso ancestrale,
rivolgersi a te rimane infattibile,
per questo m’affido al condizionale.


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Sicché, rimase inviolata la vetta,
furono salve le altezze, i segreti
di vergini pietre, l’audace ricetta,
laddove, da poco iniziata, la vita
esplorò la nostra nuova scoperta
dei gesti che tenemmo discreti.
E venne l’estate, tra muri di case.

E allor che fu tempo, fu benedetta,
quando sorprese l’infanzia avvilita,
la scaltra trovata, la fine invenzione
del corpo. Fu certo per tale ragione
che intatto il monte Soprano rimase,
ancora mistero l’intrigo dell’erta.


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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.


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Ricordi bene. Uscendo c’era un noce,
colto da noi germoglio, uno stentato
boccio, grande ben presto per il vaso,
un briciolo d’Irpinia incantatrice
nello scampolo di terra tra le case.
Gracile stelo, gravido di foglie,
ne provvedemmo subito un travaso
e un altro, infine, dove crebbe giovane

virgulto, all’aria aperta consegnato.
E trasognati il tempo attendevamo,
– la chioma accarezzammo foglia a foglia,
contammo le stagioni ramo a ramo –
finché d’amaro grondasse l’equinozio,
che distilla fin da allora mai cessato
dal nostro noce finito avvelenato.


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Prosegue l’assegnazione dei premi Nobel. Un mio amico di vecchia data, Lino Polito, coglie l’occasione per riferire un episodio della sua gioventù, che lo vide a stretto contatto con i tre insigniti del premio Nobel per la Medicina 2017. A mia volta, in occasioni recenti, ho raccontato che nella vita di un ricercatore capita abbastanza spesso di avere a che fare con dei premi Nobel, ma l’esperienza non è sempre gratificante. Io stesso ho conosciuto, per aver interagito con loro in occasione di conferenze o congressi, Quasimodo (Letteratura, 1959; si veda pure Un tributo a Lamberto Maccioni), Perutz (Chimica, 1962), Prigogine (Chimica, 1977), Abdus Salam (Fisica, 1979), Yonath (Chimica, 2009), Karplus (Chimica, 2013), e forse altri, che non rammento, perfino il figlio di uno di loro, Walter Álvarez, che incontrai durante la mia permanenza a Berkeley, tra il 1996 e il 1997. Fu molto gentile con me. Ricordo che un giorno bussò rispettosamente alla porta del mio studio per chiedermi spiegazioni di italiano. Suo padre, Luis (Fisica, 1968), è forse più noto per essere stato tra i fautori dell’uso dell’atomica durante il secondo conflitto mondiale. Ma il mio incontro più significativo con un futuro Nobel avvenne durante un congresso a Siena, nel 1996, quando cenai alla stessa tavola di Kurt Wüthrich, che avrebbe ottenuto il riconoscimento per la Chimica nel 2002. Più che un ricercatore, mi parve un manager, una figura frequente in ambito accademico anche in Italia.

Questi manager della scienza brillano, in genere, per la loro scarsa umanità e, talora, per la loro ignoranza. Badano, soprattutto, a rastrellare finanziamenti, a intessere relazioni importanti e a decidere della carriera dei loro sottoposti, ma la posizione che occupano consente loro curriculum scientifici di tutto rispetto. Sta di fatto che Wüthrich non fu garbato con me, affermando, grosso modo, che non potevo considerarmi un ricercatore perché non ero stato presente ad una conferenza che qualche tempo prima lui aveva tenuto a Napoli. Un tale sfoggio di presunzione irritò il mio amico americano, Harold Helgeson (Hal), che fu nostro ospite a Napoli, tra il 1995 e il 1996, durante il suo anno sabbatico. Nel corso della serata mi trovai letteralmente preso tra due fuochi, con feroci scambi di improperi. Hal si spinse più volte ad apostrofare Wüthrich con un roboante “asshole” (letteralmente, buco del culo), l’ultima delle quali per averci presentato come sua segretaria quella che tutti i commensali capivano essere la sua amante. Tutto si svolse rigorosamente in inglese. Io cercai, timidamente, di mettere pace tra i due, ma i fumi del vino in cui essi erano immersi non mi diedero certamente una mano. Ho raccontato questo episodio nella mia recentissima A congresso (H. Helgeson vs. K. Wüthrich).

Infine, un pizzico d’ironia. Un mio amico e collega degli anni dell’Università mi scrive puntualmente tutti gli anni, in occasione dell’assegnazione del Nobel per la Chimica, confessando la sua delusione per non avermi trovato tra i premiati. Quest’anno gli ho anticipato la notizia. Mi ha risposto con un messaggio che non ho ancora ben decifrato. Forse vuole mangiare una pizza con me.


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Trovato alla stazione il primo anello,
prima di te scomparso quel monile,
della tua eclissi inutile segnale,
le griffe ripiegate sui turchesi,
la frivolezza giusta sul tuo dito
per tre decenni e mezzo e pochi mesi.
Venne subito il secondo, formale,
come d’uso, con un riferimento
inciso, e terzo il celebrato argento,
nomi e date confermati, naturale,
il pegno consegnato alla mia cura,
due cerchi d’oro, un solo anniversario.
Il quarto fu comprato dai Navajo,
argento indiano, a intarsio decorato,
e anch’esso di fattura artigianale,

il quinto, ingemmato col coppale,
modello d’un’estate al Gran Bazar,
visto in vetrina, prezioso lì lasciato,
in memoria d’un viaggio irripetuto,
che non fu il solo, a onor del vero,
vino versato, invecchiato nel boccale.
Il sesto fu un gioiello appassionato,
con gli orecchini in tono, di corallo,
che ad amorose mani fu assegnato.
Ma non conosci il settimo sigillo,
il corindone azzurro in una chiostra
di diamanti – le rose coroné
di taglio antico, in stile novecento –
e una ghirlanda intorno di smeraldi.

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