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Che voi l’abbiate scelto per pigrizia
o per premura davvero poco importa,
però vi devo proprio ringraziare
per non avermi accolto nel consesso;
d’avermi dato l’agio di volare
senza sentirmi parte del complesso,
senza potermi, al caso, consultare,
conoscere la chimica ed il sesso.

In tanta diligenza mi conforta
d’avere burattato l’amicizia
– o ciò che ad essa simile m’appare –
tra chi, sua sponte, m’ha invitato spesso
a navigar montagne oppure il mare,
tra l’alba ed il tramonto antico nesso,
mistero dell’umano trapassare
dall’apice al fittone del cipresso.


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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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Ho letto di buon grado tante formule.
Di fatto non conosco che teoremi
e postulati. Sicché mi pare futile,
spaccio di bagattelle sconvenevole,
a conti fatti, poiesi di blasfemi,

lo smercio a basso prezzo di parole
sul volo ammaliatore di libellule.
Via dai cliché, scansatele le trappole,
ancora esiste l’odore delle viole
oltre gli specchi che adescano le allodole?


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Stamani, nella mia quotidiana e ristoratrice passeggiata nei pascoli di Facebook, incappo nella pagina, di cui sono, a tempo perso, un lettore, Poesia, di Luigia Sorrentino (sito ufficiale), che rimanda all’omonimo blog. L’amministratrice, che presumo essere la suddetta signora, in occasione di non so quale ricorrenza, propone un articoletto. In esso, tra l’altro, invita i lettori e, tra questi, coloro che sono stati, a suo insindacabile giudizio, reputati degni di attenzione nel suo blog, a rendere noto l’incremento di felicità che hanno sperimentato nel corso degli anni di esistenza della pagina, per festeggiare, appunto, la succitata ricorrenza. Nel passo finale si legge: “Forse è venuto il momento di chiedere a chi legge questo post, a chi è transitato sul blog, con un post a lui / lei/ voi / dedicato, con dedizione da parte di chi ci ha lavorato, come è diventata la vostra vita, come è cambiata…. chi siete oggi? Insomma, vi chiedo di dirmi se questo blog ha contribuito a rendervi un po’ felici.”
Ho commentato: “Solo tanta infelicità”, rimandando alla mia recente Se mai, di cui credo siano comprensibili il senso e l’ironia. Dopo alcuni minuti il mio commento è stato cancellato. Ho ulteriormente commentato: “Si può essere solo felici per non vedere cancellati i propri commenti?”. Il risultato è stato che la nostra procreatrice di felicità, della quale, evidentemente, non si può dire che pecchi di 
autostima, ha reso invisibile quanto da lei scritto. A me, non ai felici che possono ancora leggere, coloro ai quali la signora ha fatto cambiare la vita, insomma. Ecco, Luigia Sorrentino appartiene decisamente al genere di persone, alle quali, anni fa, indirizzavo I poeti di cui sopra e, più recentemente, Lo strale. Lo so, adesso direte che sono un provocatore.


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Se mai dovesse essere premiata,
meglio se lo fosse che son vivo.
Idea garbata, certo, non lo nego,
ma mi parrebbe proprio una disdetta,
dal punto mio di vista, un’occasione
persa, un’altra, un pizzico sprecata,
per come la considera il mio io,
se fossi morto in quella data.
Se fossi assente, meglio, magari
a fare compere al mercato, olive,
melanzane, peperoncini verdi

– i friggitelli – in rosso-pomodoro,
e mozzarella fresca di giornata,
il pranzo per la festa, insomma,
ma d’estate, oppure, addirittura
meglio, per una pista non battuta
perso, all’ennesimo orizzonte
divagante, ubriacato dal profumo
delle essenze, e silenziosa, lieve,
in pari modo in aria fluttuante,
– se mai dovesse essere premiata –
la parola – che sorpresa! – ripagata.


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Lasciateli stare!
Lasciateli andare
gli armenti che trasmigrano,
le greggi sofferenti
in transumanza al mare,
che cambiano vestito
come cambiano i venti,
che pascolano nel mito
(il che non è campare),
che i loro versi effondono
richiami onnipresenti,
che i loro gridi versano
nei fiumi e attingono
dai pozzi mirabilie,

su fogli di papiro
impresse a peso d’oro,
e un tuffo a piedi uniti
è il miglior volo.
Lasciateli andare!
Non v’interessano
i cantori che tacciono,
che nella vita perdono
(pure a briscola, garantito!),
che affidano al fato
i monumenti cari,
che lasciano che si sfacciano,
mentre parlano ai muri?


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Il 23 maggio scorso, organizzata dalle associazioni Achille Basile – Le ali della lettura e Certamen Plinianum di Castellammare di Stabia, si è svolta una conferenza incentrata sul tema del mito in poesia. Nel corso della serata, alla quale anch’io ho partecipato, si sono succeduti interventi di Cinzia Caputo, Floriana Coppola, Giancarlo Cavallo e Carlo Di Legge, che potrete riascoltare integralmente nel filmato. Di seguito vi propongo, in breve, alcune mie riflessioni sul mito.

Nell’affrontare il tema, ho sottolineato come esistano, a mio avviso, forti analogie tra il mito e l’onomatopea. Come è noto, questa figura retorica associa a taluni suoni dei simboli linguistici: bau, miao, be, cra, crac, ciac, drin, e tanti altri, ai quali aggiungerei, perché no, il blabla dell’alta società di montaliana memoria. Da questi sono poi derivati lemmi più complessi, come sostantivi e verbi “onomatopeici”. Rimbombo – rimbombare, cigolìo – cigolare, gracidìo – gracidare, ticchettìo – ticchettare, e così via. In definitiva, l’onomatopea è uno strumento fonosimbolico, attraverso il quale gli elementi fonici di una parola o di una sequenza di parole suggeriscono di per se stessi il senso dell’atto fonetico che intendono esprimere. Ma aggiungerei che dietro ogni espressione onomatopeica c’è una storia. I fonosimboli non sono uguali in tutte le lingue, ma ci dicono che un certo suono è stato sempre e dovunque ciò che il fonosimbolo significa. In proposito, ricordo le parole del mio professore di greco del liceo, Aniello Buono. Nel contestare una tesi in voga all’epoca, che suggeriva che la “η” del greco antico si pronunciasse come la “η” del greco moderno, cioè, “i”, notava che, in base a tale logica, il verso delle pecore nella Grecia antica (βῆ βῆ) avrebbe dovuto essere “bi bi” e non “be be”. In tal modo l’onomatopea svincola un particolare suono dal contesto storico in cui esso ha avuto luogo.

Per analogia con l’onomatopea, il mito riecheggia qualcosa. Non semplicemente un suono, ma una storia realmente accaduta. Il mito è, in origine, storia. Allorché perde la sua dimensione spazio-temporale, la storia, affidata alla tradizione orale e al ricordo, diventa racconto, ammantandosi di un’aura di sacralità che la trasforma in mito. È mia opinione, infatti, che l’uomo, credente o non credente che sia, non possa fare a meno della sacralità, la quale lo pone in contatto con il sovraumano, con il mistero, con il metafisico, identificando la sua appartenenza ad una cultura. L’originale dimensione storica del mito affiora nel corso di ricerche archeologiche, come è avvenuto per Troia o per l’arca di Noè. Pertanto, il mito è storia modificata da una sovrastruttura sacrale, che, nelle sue espressioni più elaborate, può anche diventare strumento terapeutico.

Se riflettiamo sul fatto che il mito è il ricordo di una storia, di un fatto, del quale ha perso la dimensione spazio-temporale, comprendiamo anche come per ognuno di noi il ricordo, nel tempo, possa conferire alle nostre vicende personali una dimensione mitologica, alla quale appartengono fatti e persone della nostra vita. Ricordiamo i Mani dei Latini o la memoria dei defunti della religione cristiana. Il mito, in definitiva, diventa lo strumento attraverso il quale parliamo di noi parlando, apparentemente, di altri, esprimendo, così, il nostro bisogno di appartenenza. Il mito è, a mio avviso, un’esigenza primaria della mente umana, alla stregua della sete di conoscenza e della poesia, al punto che, nel mio caso personale, è tema privilegiato da molti componimenti, che, nel loro complesso, costituiscono un’intera categoria di questo blog, intitolata, appunto mitologia.


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Del movimento artistico letterario Immagine & Poesia vi ho già parlato nel 2015. Tra le sue attività, ogni anno, per iniziativa di Huguette Bertrand, rappresentante del movimento per il Canada, viene pubblicata un’antologia in formato e-book, che raccoglie immagini associate a poesie in inglese o francese di autori di tutto il mondo. Come per gli anni precedenti, anche gli e-book 2016 e 2017 sono scaricabili gratuitamente da Immagine & Poesia (e-book 2016 ed e-book 2017). È degno di nota che in entrambi gli e-book sono presenti opere di Lawrence Ferlinghetti e di Agneta Falk, quest’ultima moglie, tra l’altro, di Jack Hirschman, un’altra grande voce della poesia americana contemporanea.

Per quanto riguarda i miei contributi, essi consistono in April (2016) e (Palin)genesis (2017), che sono le versioni inglesi di Aprile e (Palin)genesi, rispettivamente. L’immagine dell’anno scorso è una rielaborazione grafica de La Naissance de Vénus [La nascita di Venere], di Alexandre Cabanel, ed è opera di Paolo Maria Innocenzi. Quest’anno, invece, mi sono cimentato in una rielaborazione personale della Space Venus, una scultura di Salvador Dalì, che ebbi modo di fotografare qualche anno fa a Sorrento. Che ve ne pare? Qui di seguito potrete vedere le pagine che mi riguardano, estratte dai due e-book.


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Certo non ha consenso di giuria,
nemmeno dei banchetti del mercato,
né si fregia di preziosa recensione;
esposta nei consessi digitali,
d’accattivanti immagini istoriata,
per libera sua scelta, non disprezzo,

ch’è zero ben sapendo il prezzo,
non si converte in rara mercanzia,
che gira nei salotti degli adepti:
accesso aperto, di libera opzione.
Se arrischia la grandezza d’immortali,
confida nella vostra comprensione.


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Per favore, non chiamatelo poesia,
se all’ovvio il verso è senza esitazione
ed incede un po’ scontato, se è affatto
sordo all’estro ed agognante il mare,
per il ristoro da non dimenticare,
il cielo, per l’azzurro tanto al chilo,
il tramonto, per il rosso bell’e pronto,
e la sequenza fiore cuore amore,

per il trasalimento midollare.
Se banale rimane la sostanza,
non affiora dalla penna l’emozione,
– per decreto non s’impone il sentimento –
il verso non decolla, resta spento,
se svolazza senz’alcuna riflessione,
e s’inganna chi lo scrive, se con fare
compiacente presuppone ch’è poesia.

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