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Qualche giorno fa su Facebook, commentando la mia Non v’è giorno, Maria Pace Ottieri, che ho conosciuto a Ercolano tre anni fa, esattamente il 14 aprile, dice: “Molto bella, il giorno senza sera mi fa pensare all’ora leTale, che non ho mai amato e in questi giorni patisco più che mai. Ti immagino pensare in endecasillabi anche i grafici, che questo passo sia quello del tuo pensiero abituale, un saluto da una città assediata”. È un bel pensiero, che nasce anche dal fatto che, rispolverando i miei trascorsi di chimico, sto proponendo quotidianamente su Facebook dei grafici che illustrano l’andamento della pandemia COVID-19. Ho così pensato di scriverci su qualcosa.

“Molto bella”, com’eri bella tu,
come ti diceva chi non c’è più,
anche se più l’idea fa pensare
all’ora malinconica e fatale
a chi il giorno senza sera lo patisce.
Per me tuttora è un giorno che finisce,

senza te, senza il gioco delle carte,
distratto dalla fiaba dei diagrammi
nel verso del pensiero abituale.
Stasera leggo questo immaginare,
parole a scatto, come fotogrammi,
scarni pensieri d’anima in disparte.


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O tu che verso il fiume tendi il dito,
che disegnasti al mondo il pantarei,
pur se a ritroso si potesse navigare,
o gran sapiente d’Efeso, Eraclìto,
qui l’uomo vuole il tempo inessenziale,
variabile dei sensi non fatale,
lo scorrere degli anni immaginario,
insomma, quel che sa non necessario

che si risolva sempre in divenire,
e che si possa, quindi, dal passato
di nuovo quel che accade infuturare.
Però rammenta agl’inumani dei
che un passo in questo verso già c’è dato
nell’atto deprecato del morire,
che il fiume serve infatti a congelare,
e a quel ch’è stato arresta il calendario.


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Stamani, incuriosito dall’estrema capacità di sintesi, oltre che dalla meticolosità con la quale sono citate le fonti di un suo articolo – il che è la norma in ambito scientifico, ma sui social media è l’eccezione più che la regola – mi sono imbattuto in un tal Galselo Wrapsy, del quale ho visto in questi giorni rilanciato, talvolta anche senza citarne l’autore, un post sull’emergenza climatica. L’articolo è meritorio, per carità, mette a fuoco un tema scottante dell’attualità. Ma Galselo Wrapsy dichiara un alias, Mark V. Shaney, che ho rintracciato su Wikipedia (https://en.m.wikipedia.org/wiki/Mark_V._Shaney). In sintesi, la notizia è che dietro Galselo Wrapsy, alias Mark V. Shaney, potrebbe celarsi un generatore automatico di “notizie”. Molti lettori, tratti in inganno, credono che i post siano opera di una persona “reale”. Si tratta, in realtà, di un programma creato presso AT&T Bell Laboratories. Il nome è un gioco basato sull’espressione “Markov chain”, che è la tecnologia adoperata dal programma. Fatene l’uso che credete. A me certo non farebbe piacere, perché lo esporrebbe alle facili manipolazioni dei social media, se l’inquinamento da plastica fosse il tema di un articolo”di plastica”.


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Quando s’ebbe del vuoto percezione
nel gran marasma del versificare,
ci fu un’interferenza non prevista,
un’inquietante strana circostanza,
– gran disdetta degli autoproclamati,
parapiglia nella cricca del poetare –

un improvviso quanto che compare,
che del niente rinnega la sostanza
e sbigottisce il versiliberista.
Poesia! Benedetta dannazione,
al nulla non sareste condannati,
se con essa foste bravi a fluttuare!


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Lascia stare la pletora dei premi,
se basta un trafiletto di giornale
per dispensare titoli e illusioni
a nomi noti e ignoti messi in lista
con passo quanto men settimanale.
Non è per fare adesso il disfattista,

né per il gusto di fare la morale.
Magari prova ad aggirar gli schemi
– un foglio dall’aspetto culturale –
invece dei concorsi fatti apposta
per soddisfare attese ed ambizioni,
per dare a chi la vuole una risposta.


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C’è un’appendice a Chissaddove, pubblicata la settimana scorsa, che ha ricevuto il commento di Giovanni D’Amiano. “Noi ignoriamo infinite cose… per cui non è detto che così sia…”, egli dice. Eppure, sulla falsariga del materialismo ateo di Leopardi, mi chiedo se la vita, intesa come entità biologica, non implichi necessariamente il fatto che in essa sia codificato il desiderio di sopravvivenza, il delirio di immortalità, la speranza che si continui a vivere oltre la morte. In altri termini, potrebbe la vita contenere in sé un’istanza che sia il suo opposto? Non è nell’ignoranza delle cose che troviamo la risposta alle nostre aspettative esistenziali?

Però qualcuno dice “Non è detto”,
già che sono oscure infinite cose,
nemmeno si sa per quale ragione
non rendano spine eterne le rose
ed abbia fine la bella stagione,
per cui sembrerebbe che tale sia

il chissaddove tradotto in poesia.
Eppure insisto, lasciatemi dire,
non meno illuso è l’umano sentire,
per la speranza che c’arde nel petto,
non meno ambiziosa l’acrobazia
che dire ignorare sia non morire.


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Or dire che chimico,
se pur par normale,
sia sempre tossico,
sia padre del male,
non è assiomatico,
è superficiale.
Se temi il sintetico,
ma vuoi il naturale,
e punti al biologico,

che credi speciale,
devi essere critico
questione essenziale,
il senno scientifico
è il solo che vale.
Non devi esser mistico,
bensì razionale,
non devi esser ostico
a quel ch’è banale.


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Come già accadde nel 2016, quando fui invitato a un’analoga manifestazione presso il Liceo Classico “Plinio Seniore” di Castellammare di Stabia, quest’anno sono stato tra i partecipanti alla tavola rotonda della V edizione della Notte nazionale del Liceo Classico presso il Liceo Classico “Quinto Orazio Flacco” di Portici in rappresentanza dell’Associazione Italiana di Cultura Classica. Secondo la consuetudine che ormai caratterizza questo evento, nel quale si accavallano, spesso in maniera farraginosa, le diverse iniziative, non ho avuto lo spazio necessario per un intervento “completo”. Dalla locandina si capisce anche che sono stato, per così dire, una nota “stonata” tra i tanti illustri intervenuti – una situazione tipo papaveri e papere, per intenderci. Infatti, in premessa mi sono presentato come la “voce del territorio” di un chimico che ha lavorato nell’ambito della ricerca accademica, un “cultore della materia”, per adoperare un termine ben noto a chi frequenta l’Università.

Ho cominciato parlando del Parco della Reggia di Portici, che ho avuto modo di visitare in diverse occasioni e al quale mi legano diverse ragioni: dei miei ex-colleghi lavorano nel Dipartimento di Agraria, dove qualche anno fa ho tenuto un seminario sulle atipicità strutturali di talune proteine; inoltre, un mio zio si laureò in Agraria subito dopo la seconda guerra mondiale, essendo allievo di Filippo Silvestri, uno dei padri fondatori dell’entomologia italiana, il cui busto è esposto nell’annesso museo. Ho poi letto un brano dedicato al Parco della Reggia borbonica di Portici, tratto dal recentissimo “Il Vesuvio Universale” di Maria Pace Ottieri (giornalista milanese, figlia, tra l’altro, di un pioniere della cosiddetta letteratura industriale, nonché dirigente, a Pozzuoli, della locale fabbrica Olivetti di Adriano Olivetti, illuminato industriale degli anni cinquanta), al quale ho avuto il piacere di dare un piccolo contributo, come attestato da un paio di passaggi del libro, accompagnando l’autrice in una veloce visita a Ercolano nel maggio del 2017. “Il Vesuvio Universale” è uno spaccato sul territorio vesuviano, basato sostanzialmente su interviste e incontri, in parte occasionali, in parte prefissati, e organizzato in una serie di capitoletti, che disegnano a loro modo il percorso di Maria Pace nelle sue visite. La nota saliente de “Il Vesuvio Universale” è il continuo alternarsi di attualità e storia, che rende il libro un esempio di quanto sia importante, non solo per noi che ci viviamo, la memoria dei luoghi, di quanto sia importante la loro storia per ricostruire il percorso attraverso il quale siamo arrivati fino ai giorni nostri.

In questo contesto, è stato significativo parlare dell’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization) e dei beni che diventano suo patrimonio. L’UNESCO è un organismo che opera sotto l’egida delle Nazioni Unite, promuovendo la pace e la fratellanza tra le nazioni mediante l’istruzione, la scienza e la cultura. Il Parco e la Reggia di Portici sono inseriti nel cosiddetto Sistema delle Residenze Borboniche, proposto per il riconoscimento UNESCO come patrimonio dell’umanità. Delle tredici residenze, sono già patrimonio UNESCO la Reggia di Caserta, la cui costruzione è successiva a quella della Reggia di Portici, e il Belvedere di San Leucio, congiuntamente con l’Acquedotto Carolino. Per inciso, la candidatura è stata avanzata da un’associazione, ma è importante che non siano solo le associazioni o altri enti a promuovere e a sostenere la cura e la diffusione del nostro patrimonio culturale ed ambientale, non solo per un’attenzione, pur dovuta, al nostro passato, ma anche per i benefici che questo può comportare per l’economia, oltre che per le finalità dell’UNESCO. Ognuno di noi deve essere consapevole del fatto che i beni comuni sono anche di sua proprietà, ed ha perciò il dovere di contribuire alla loro cura, in termini di conoscenza e in termini fattivi. Ci sono professionisti nel settore dei beni culturali e ambientali che lavorano spesso nell’anonimato e nell’indifferenza delle istituzioni. Noi potremmo aiutarli a svolgere il loro lavoro, sostenendoli e pubblicizzandone lo sforzo.

Avrei voluto concludere il mio intervento con un’ultima riflessione, per stigmatizzare quanto siano importanti i toponimi per la memoria di un luogo. Come ho già scritto altrove ragionando sul mito, un parallelismo con l’onomatopea – la figura retorica che cerca di riprodurre nelle parole i suoni della natura o i versi degli animali o i rumori artificiali – mette bene a fuoco come i nomi dei luoghi, i toponimi, se conservati, raccontino la storia di quei luoghi e siano un utile strumento della memoria. Ad esempio, sapete che al confine tra Portici ed Ercolano un piccolo basolo riporta incise le lettere P ed R? Bene, P sta per Portici, R per Resina, e l’incisione sta dunque a contrassegnare la linea di confine tra le due città. Resina è il nome medievale di Ercolano, il cui uso prese piede nei primi secoli successivi all’eruzione del 79 d.C.. Tra le tante ipotesi, è notevole che il nome Resina deriva probabilmente dal fatto che in epoca medievale fu importata nel posto la consuetudine greca di aromatizzare il vino con la resina di pino. In greco un tal vino si chiama, appunto “Retsina”. E ancora, a Ercolano c’è una strada che si chiama via Doglie. Il nome non ha niente a che vedere con il dolore. È, invece, il nome attuale di una zona, forse un torrente, di Ercolano che nel 1800 si chiamava Adoglia. In tempi più antichi il nome derivava forse dai recipienti adoperati, tra l’altro, per conservare il vino, i “dolia”. E ancora, a Torre del Greco esiste una strada che si chiama via Fiume Dragone. Il nome ci ricorda che in quel luogo, diversi secoli fa, scorreva un fiumiciattolo chiamato, appunto, Dragone, di cui si sono perse le tracce, probabilmente per gli sconvolgimenti del territorio successivi alle eruzioni di epoca medievale. E così potremmo dire di Portici, di Pugliano – il mercato delle pezze – di San Giorgio a Cremano e di tanti altri toponimi delle nostre zone. È talmente diffusa la citazione che “senza memoria non c’è futuro” che non so più di chi fosse in origine, ma non importa, è così, e gli adulti, la scuola, hanno il dovere di trasmettere questa memoria e gli studenti hanno il dovere di esserne in futuro i depositari, diventando i curatori dei luoghi.

 


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Scusate se m’induce in tentazione
l’evento leggendario da curare,
del grande avvenimento l’illusione,
che chi che sia non osi trascurare.
Ma quattro gatti sono intervenuti,
non hanno rinunciato all’occasione,

ha disdegnato lo storico momento
finanche chi giurò di non mancare.
Altra serata, identico copione,
nella saletta tutti benvenuti,
noncuranti d’un noto appuntamento,
erano in otto in tutto i convenuti!


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A oltre sei anni di distanza da La ruggine degli aghi, una seconda raccolta di poesie è stata nei giorni scorsi pubblicata da Guida Editori, con la prefazione di Matteo Palumbo. Matteo è anche intervenuto alla prima presentazione, che si è tenuta il 18 dicembre presso la casa editrice in via Bisignano 11 a Napoli. Vi invito a seguire il link di Facebook, al quale si può leggere la Prefazione.

Se foste interessati ad ottenere una copia del libro, siete pregati di mettervi in contatto con me lasciando un breve messaggio tra i commenti. Sarà mia cura ricontattarvi tramite il vostro indirizzo di posta elettronica (che non sarà visibile, ma dovrà essere inserito perché lasciate un commento). Sarà anche possibile contattarmi tramite l’apposito pulsante, in alto a destra nella pagina di Facebook dedicata a L’amaro delle noci. A Natale regalate poesia!

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