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Mettetelo pure in versi o in prosa,
non c’è, nella sua essenza, una rosa,
nemmeno lontana più della luna:

nel luogo del nulla non v’è cosa alcuna,
niente che valga pur piccola cosa,
il filo nemmeno, pur senza la cruna.

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Imbiancano l’estate le dimore
nei loro viaggi attesi itineranti.
La strada corre, la rincorre il cuore
al dilungarsi noto del paesaggio
nella folla di sogni e villeggianti,
tra mare e cedri valica il passaggio

verso gli ambiti lidi degli Ausoni,
ai giorni che ne vissero il colore,
agli anni che ne furono l’ostaggio.
Ora che indugia a nuove suggestioni,
qui tergiversa il tempo guaritore,
qui si risolve la filza dei rimpianti.


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Ogni frusciar di fronde trova pace
nel bosco che finisce il suo racconto,
un altro indecifrabile tassello,
un’altra resa senza condizioni.
Ma un chiaro segno c’è, provvidenziale,
per chi lo sappia intendere prudente,

che già la notte incombe sull’audace.
Eccolo, quindi, il soffio del tramonto,
il giorno ormai consegna il suo fardello,
un’ultima carezza alle passioni,
che in questi luoghi si ripete uguale,
quando si bagna il sole in occidente.


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Ciò che pubblico oggi è, in realtà, una riflessione in versi scaturita da uno scambio con Bruno Di Pietro. In un suo commento a Non più posso guardarti nel segreto, un componimento del 2013 da me riproposto di recente su Facebook, Bruno dice: «È molto bella. Forse più nell’affrontare il tema dell'”amore altrove” nel modo classico dei Trovatori che nella costruzione formale. Ma è senz’altro molto bella nella scelta del crescendo delle immagini.», richiamando così la tradizione trobadorica, che ebbe origine in Occitania nell’XI secolo. Il tema privilegiato dei canzonieri trobadorici, originariamente stilati in lingua d’oc, fu l’amor cortese, che cantava l’amore impossibile per donne, per così dire, fuori dalla portata del trovatore. Anche se Non piu posso guardarti nel segreto non riguarda esattamente un amore impossibile, tuttavia – come negarlo, e grazie a Bruno per averlo sottolineato – il tema richiama l’amore vissuto da lontano.

a Bruno Di Pietro

Capisco l’occitano trovatore,
poeta dell’amore non tangibile,
che il sentimento visse da lontano,
platonico, agli occhi non visibile,
ma qui l’amore è carne, resta umano,
tradotto nel segreto del tangibile,
che tiene vivo un fremito nel cuore,
di sé lo nutre, sia pure da lontano,
sia pure quando pare irraggiungibile.
Di questo, infatti, volli essere cantore.

 


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E non mi viene in mente che la luna
per una voce giunta da lontano
a dirmi che è esistita Pithecusa
in un tempo che volle la fortuna,
di rosario uno sperduto grano
tra le memorie andate alla rinfusa.
Ora che più non vive cosa alcuna

del nostro inenarrabile passato,
frantumi vani, senza una ragione,
senza filo – il senso s’è spezzato –
soltanto il nulla ancora ci accomuna
e un ultimo granello, un po’ spaesato,
che una ragione vuole alla sua attesa,
che posto accampa in questa processione.


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Questo pensiero emetico
davvero un po’ m’inquieta,
che non mi vuole chimico,
ma improbabile poeta.

Pur se vi pare eretico,
per dirla più completa,
c’è l’ordine alfabetico,
che almeno un po’ m’acquieta.


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Poi del tramonto attendere la brezza.
Il resto si vedrà, da cosa nasce cosa,
a mo’ di fiore sboccia con lentezza,
o repentina spina d’una rosa

della passione vince la sveltezza.
Per cominciare, meglio la scoperta
intrisa negli aromi dell’altezza,
il respiro dello spazio sopra l’erta.


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Come negli anni precedenti, un mio componimento in lingua inglese è stato pubblicato di recente nell’e-book di quest’anno del movimento artistico-letterario Immagine & Poesia. L’e-book, curato, come tradizione, da Lidia Chiarelli e da Huguette Bertrand, è scaricabile gratuitamente da Immagine & Poesia (e-book 2018). La caratteristica della pubblicazione è che i testi sono accompagnati da immagini, che possono essere o del medesimo autore o di un autore diverso. Come è già accaduto nel 2015, quest’anno ho chiesto la collaborazione dell’artista Stefania Sabatino, che ha realizzato il dipinto Il bacio – omaggio a Rodin in acrilico e foglia d’oro su tela per la versione inglese  de Un bacio. Qui di seguito potrete vedere poesia e dipinto, che sono a pagina 60 dell’e-book.


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“Ogni volta che uno scienziato pretende che la sua teoria sia sostenuta dall’esperienza e dall’osservazione dovremmo porgli la domanda seguente: puoi descrivere una qualsiasi osservazione possibile che, effettivamente compiuta, confuterebbe la tua teoria? Se non lo puoi, allora è chiaro che la teoria non ha il carattere di una teoria empirica; infatti, se tutte le osservazioni concepibili vanno d’accordo con la tua teoria, allora non hai il diritto di pretendere che una qualsiasi osservazione particolare offra sostegno empirico alla tua teoria. Oppure, per dirla in breve: solo se puoi dirmi in che modo la tua teoria può essere confutata o falsificata, possiamo accettare la pretesa che la tua teoria abbia il carattere di una teoria empirica.”

Questa è la summa del pensiero di Karl Popper, filosofo austriaco del secolo scorso, secondo il quale ogni teoria, per essere considerata “scientifica”, deve rispondere al principio di confutabilità. In altri termini, quando si voglia affermare la scientificità di una teoria, non serve escogitare esperimenti che possano confermarla, in quanto se ne troverebbero a volontà, bensì occorre ideare almeno un esperimento che possa dimostrarne l’erroneità.

Perché vi dico questo? No, non per annoiarvi con un’ulteriore discussione su cosa sia scienza e su cosa non lo sia. Lo faccio, invece, per esporre scherzosamente una delle ragioni che di recente mi hanno indotto a partecipare alla prima edizione del concorso “Poesia a Napoli“, indetto da Guida editori. Chi mi segue sa già che in più di un’occasione ho preso le distanze da premi e concorsi. Però, essendo di formazione scientifica, ritengo che mettersi in discussione sia una buona pratica e, con tutti i miei limiti, sono disposto a rivedere ciò che penso. Non che le mie “confutazioni” vadano sempre a buon fine, ma in questo caso sì: mi è stato assegnato il primo premio per la poesia in lingua italiana ex aequo con Giovanni Perri con la seguente motivazione: “Le poesie di Raffaele Ragone sono tutte contenute, e direi persino esibite (anche visivamente), in una loro rigorosa compostezza formale. Poesia, infatti, di struttura centripeta, senza sbavature né eccessi, fatta di versi che puntano alla misura classica dell’endecasillabo, dentro la quale però brulicano le insorgenze della realtà, tenute sotto controllo da uno stile raffinato, non esente, a volte, da sottile ironia”. I testi dei finalisti sono stati raccolti in una piccola antologia, edita, appunto, da Guida editori, che vi invito ad acquistare, in quanto mi pare un bel panorama sulla poesia contemporanea, anche se di autori non notissimi ad un pubblico più vasto. Cosa concludere? La mia idea non cambia – una rondine non fa primavera – ma, almeno in casi selezionati, vale la pena di tentare anche la strada dei premi. Magari in futuro insisterò nel confutarmi.


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Il mondo attorno non conterebbe un fico,
se non ne fossi saldo il baricentro,
se non avesse me per ombelico.
Quindi sull’io del tutto mi concentro,

il solo dio di cui mi senta amico.
In tale guisa mi ci sistemo dentro,
guardandomi allo specchio me lo dico:
dell’universo mondo sono il centro.

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