dediche



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Ciò che pubblico oggi è, in realtà, una riflessione in versi scaturita da uno scambio con Bruno Di Pietro. In un suo commento a Non più posso guardarti nel segreto, un componimento del 2013 da me riproposto di recente su Facebook, Bruno dice: «È molto bella. Forse più nell’affrontare il tema dell'”amore altrove” nel modo classico dei Trovatori che nella costruzione formale. Ma è senz’altro molto bella nella scelta del crescendo delle immagini.», richiamando così la tradizione trobadorica, che ebbe origine in Occitania nell’XI secolo. Il tema privilegiato dei canzonieri trobadorici, originariamente stilati in lingua d’oc, fu l’amor cortese, che cantava l’amore impossibile per donne, per così dire, fuori dalla portata del trovatore. Anche se Non piu posso guardarti nel segreto non riguarda esattamente un amore impossibile, tuttavia – come negarlo, e grazie a Bruno per averlo sottolineato – il tema richiama l’amore vissuto da lontano.

a Bruno Di Pietro

Capisco l’occitano trovatore,
poeta dell’amore non tangibile,
che il sentimento visse da lontano,
platonico, agli occhi non visibile,
ma qui l’amore è carne, resta umano,
tradotto nel segreto del tangibile,
che tiene vivo un fremito nel cuore,
di sé lo nutre, sia pure da lontano,
sia pure quando pare irraggiungibile.
Di questo, infatti, volli essere cantore.

 

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a Olimpia

Da te si torna, terra degli Elleni,
antico fine di pellegrine estati,
quando il ritorno stanchi attendevamo
sulla spiaggia di Patrasso, ma chissà
se riconosco volti e strade, se siamo
ancora in esse l’ombra, chi lo sa
s’è ancora uguale la porta dei leoni,
che cosa sull’acropoli è cambiato
e nel teatro dall’acustica perfetta,

e s’è la stessa la danza degli euzoni.
Di fatto è incerto il passaggio d’Istmià,
tinto d’arancio nel coro dei gabbiani,
e mi domando se mai ci siamo stati,
se mai l’abbiamo insieme attraversato,
quando il tempo volava senza fretta.
Si torna alle vicende degli umani,
– ancora è in aria la cronica saetta –
tolti di nuovo agli ansiti terreni!


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Per la disfida col poeta Ioni
il mio cammino muove da lontano,
dalla scienza che conta gli elettroni
ed organizza gli atomi in un piano.
Ma tutto il resto scrivo in italiano
o in altro noto forestiero idioma.
Diversa conoscenza a chi mi legga

non è richiesta, a patto che mi regga.
Ma la lingua del Nostro è ben bislacca,
di stravaganze intrisa e di fonemi,
che a chi l’ascolta imbiancano la chioma,
gli lasciano l’ingegno nei patemi,
se a non tradire adatti manco un’acca
astrusi non decritta i suoi lessemi.


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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.


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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il tuo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.


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a Gabriele e a Emma

Parigi, ci lasciammo un fiore,
e non sai dove. Quest’anno c’è
di nuovo che a Pasqua ci ritorno
e lo sorprendo nel germoglio,
nell’amarezza del sapore.
A fine marzo, adesso, è in boccio
appena schiuso, si fa festa,
l’ora che aspettavi è questa!

Chagall, ‘Paysage Bleu’

Però non resta che sognarti,
e i sogni fanno scherzi strani,
è inutile – lo so – telefonarti,
i sogni ingannano noi umani.
Ti scrivo, quindi, e al tuo stupore
penso, disciolto nell’abbraccio
del boccio che a Parigi è in fiore.


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a Vittorio Esposito

E dunque, che ne sarà
di te, spina riposta
in vaso, che prediligi
i climi caldi e secchi,
raccolta tra gli scricchi
d’un giardino sfigurato
dai nuovi proprietari,
incompetenti e ricchi,
da possidenti ignoti,
irriverenti alla realtà
dei fatti, e l’acqua suggi
che mi resta, che sbocci

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inutilmente sul terrazzo,
dove s’ostinano i gerani
nell’attesa, e i gelsomini,
dove acclamasti il sole,
sui miei ritorni spiazzo
soleggiato, che ne sarà
dell’aloè, amara carne
del passato, se coniugato
il tempo nella flessione
principale, solo il passato
resta, e più manco il futuro
lo coniugo al futuro?


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a Enrico Discolo

Ad ogni nuovo viaggio tra gli altari
è rigorosa la norma del memento:
in tutti i fotogrammi del filmato
s’intravedano minuzie basilari;
nelle steli sacrosante dell’evento

Quattro orologi

il dettaglio dei reperti elementari,
preservati dall’onta del passato.
Nel ralenti va tutto ben curato,
ché pur sbiadito, riviva ciò ch’è stato.


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È falsa l’opinione
che il senno mi scompigli
il chiodo per la scienza,
che la mia vista abbagli
l’idiota incompetenza.
A questa convinzione
oppongo una smentita

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(ovvero il mio tributo
a gioco ormai deciso):
fu trucco della vita
la pura conoscenza,
per disvelarmi il cuore,
motore all’esistenza.

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