dediche



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a Davide e a Gabriele

M’invento, adesso, strane filastrocche,
tiritere surreali a piene mani,
insomma, versi che non avrei mai scritto,
rime insistenti, immagini bislacche,
bizzarri ritrovati d’artigiani,

parole che nel senso sono fiacche,
ma sono quelle che tu m’avresti detto,
da radunare come viole in ciocche,
studiate per l’incanto dei bambini.
Questo si può, ora che il danno è fatto.

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ad Anna Spagnuolo

Di tutti quelli persi, messi in lista,
ancora un altro appuntamento c’era,
fissato per ottobre, accanto a un fuoco,
segnato tra le foglie, sotto il gelo
dei castagni, in una mente salda
confidando, volato via nel cielo,

di ceneri e faville fatto gioco.
Però d’agosto, passata la bufera,
si svelle dall’oblianza d’un’agenda,
ché d’essere ascoltato ancora spera.
Il canto che perdemmo quella sera
la memoria dissipata riconquista.


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a Caterina Como

Corsa in corriera su per la collina,
Poseidonia, le alture di Capaccio,
tutte le estati un orto di pannocchie,
per grazia di comare Caterina.
Di questa terra giovane figlioccio
conobbi la campagna e la marina,
un ruscelletto alloggio di ranocchie,
culi di donne a sera e di mattina.
Però con lei si dilatò lo sguardo
fino alla costa di Palinuro,

dove sboccano il Lambro ed il Mingardo,
il porto sospirato, ma insicuro.
Ne respirammo l’aria contadina,
ov’è rimasto perso il tuo spavento,
ove all’idillio successe la rovina
dei fichi d’India, del mirto del Cilento.
Ora s’intride il mio solingo albergo
d’una tintura d’oro e di fragranza,
con il suo olio la mente mi cospargo,
con il suo unguento curo la mancanza.


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a Gabriele e a Emma

Parigi, ci lasciammo un fiore,
e non sai dove. Quest’anno c’è
di nuovo che a Pasqua ci ritorno
e lo sorprendo nel germoglio,
nell’amarezza del sapore.
A fine marzo, adesso, è in boccio
appena schiuso, si fa festa,
l’ora che aspettavi è questa!

Chagall, ‘Paysage Bleu’

Però non resta che sognarti,
e i sogni fanno scherzi strani,
è inutile – lo so – telefonarti,
i sogni ingannano noi umani.
Ti scrivo, quindi, e al tuo stupore
penso, disciolto nell’abbraccio
del boccio che a Parigi è in fiore.


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a Vittorio Esposito

E dunque, che ne sarà
di te, spina riposta
in vaso, che prediligi
i climi caldi e secchi,
raccolta tra gli scricchi
d’un giardino sfigurato
dai nuovi proprietari,
incompetenti e ricchi,
da possidenti ignoti,
irriverenti alla realtà
dei fatti, e l’acqua suggi
che mi resta, che sbocci

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inutilmente sul terrazzo,
dove s’ostinano i gerani
nell’attesa, e i gelsomini,
dove acclamasti il sole,
sui miei ritorni spiazzo
soleggiato, che ne sarà
dell’aloè, amara carne
del passato, se coniugato
il tempo nella flessione
principale, solo il passato
resta, e più manco il futuro
lo coniugo al futuro?


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a Enrico Discolo

Ad ogni nuovo viaggio tra gli altari
è rigorosa la norma del memento:
in tutti i fotogrammi del filmato
s’intravedano minuzie basilari;
nelle steli sacrosante dell’evento

Quattro orologi

il dettaglio dei reperti elementari,
preservati dall’onta del passato.
Nel ralenti va tutto ben curato,
ché pur sbiadito, riviva ciò ch’è stato.


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È falsa l’opinione
che il senno mi scompigli
il chiodo per la scienza,
che la mia vista abbagli
l’idiota incompetenza.
A questa convinzione
oppongo una smentita

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(ovvero il mio tributo
a gioco ormai deciso):
fu trucco della vita
la pura conoscenza,
per disvelarmi il cuore,
motore all’esistenza.


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Questo non è il suggello,
il verso che mi chiedi,
forse cercando il bindolo
che aggomitoli lo spago.
Meglio, per tale scopo,
l’esercizio della scena,
lo zingaro che reputi
conforme al tuo dilemma.

Luca Nasuto

Io servo, all’incontrario,
la parola che dipana
la matassa, che poco
si sofferma, presupponendo
troppo. Fin qui mi consta
questo: non corre in tale
verso la strada al paradiso.


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a Elvia

Dove sei, Leda, in quale pania,
in quale trama di giuncaia,
ove t’insidia ogni questione
ed irrisolta resta l’esistenza?
Dove s’offusca il tuo candore?
Mi muto in cigno a maggio,
onde conchiuda la contrazione
dello spazio la lontananza
che ci estrania, fino all’unione
che annichilisce le parole,
costringe nel silenzio la distanza,
e alla tua pelle indugi il nitore
di questo plenilunio, il timore
si dilegui come la nebbia vago.


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La settimana scorsa è morto a 76 anni Aniello Buono, mio insegnante di Latino e Greco in terza liceale, a sua volta alunno di mio padre negli anni cinquanta. Quando venne nel nostro liceo, era fresco vincitore del concorso nazionale a cattedre, nel quale si era classificato quarto in Italia. Nel corso di quell’anno, secondo i piani ministeriali, dovemmo sostenere in classe la traduzione in latino di tre brani d’italiano, uno per trimestre. Nonostante le mie traduzioni fossero, per suo riconoscimento, perfette, tranne che per piccole imperfezioni linguistiche dovute all’uso di ‘neologismi’ non ancora noti al tempo dei Latini, perché riferiti ad oggetti ideati in epoche successive, Aniello Buono non mi assegnò mai un voto superiore ad otto, motivandolo con l’eccessiva differenza con i miei compagni di classe, i cui voti erano, in genere, inferiori al sei. Sovente, per richiamare la nostra attenzione di studenti troppo spesso distratti dalla presunzione d’essere prossimi al diploma, egli era solito far tintinnare le chiavi di casa, reggendole sospese tra il pollice e l’indice.

Vivo nella sua città d’origine, della quale era nativa anche Anna Maria, da oltre vent’anni, ma non ci siamo mai incontrati, né mai sono andato a fargli visita. Sono, però, andato dai suoi familiari, la moglie e quattro figlie, il giorno dei suoi funerali. Quando ho raccontato loro che mio padre era stato insegnante di Aniello Buono, la moglie ne ha ricordato il cognome, essendo a conoscenza del fatto che il marito era legato a mio padre da forti legami di stima e di affetto.

liceo (2)

Vent’anni e forse più, e tu, retaggio
in gioventù della paterna vita,
sospeso qua come per sempre,
proteso al gesto del commiato.
Non t’ho giammai incontrato,
distratto dall’inganno quotidiano,
nell’antica gravità di queste strade,
né mai la tua dimora vi rinvenni,
svogliato ad ogni senso umano.
Mi muovo qui, tra le terrene cose,
che furono negli occhi d’una donna
e sono, adesso, le spine delle rose,
dove tardivamente t’ho cercato,
e tardi, finalmente, qui m’accoglie,
or che rivivo quel gesto di richiamo,
l’impensato ricordo d’una moglie.

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