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Se mai renda uno strascico pietoso
meno amaro il finale di partita,
se sia certo che non ammette replica
ogni gesto che parve consuetudine,
ogni azione privata del futuro,
cui la risposta resta solo il niente,
ingoiata in un punto singolare,
una cesura spazio-temporale,
che non ammette la radice algebrica,
un dì perduta nel campo del reale.
E a volte, dunque, s’apre all’improvviso

– vertigine d’inverno, attrice assente –
del tempo l’immancabile ferita,
alle piante ravviva la memoria,
ai fiori abbandonati di repente.
O forse basta il vortice dell’aria,
il turbine del vento, impetuoso,
sceglie un gesto, un affresco imperituro,
impresso a vivo fuoco nella mente,
l’immagine costringe ad affiorare.
Il vento, a volte, s’ingegna generoso,
e più ribatte il chiodo sull’incudine.