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Fa tempo che qui tutto m’appartiene,
finanche la campana col presepe,
che viene da un banchetto a San Gregorio
– forse una festa del duemiladue –
(ma è necessario il tempo alla memoria?).
E pure quel che faccio, quel che sono
– quest’aggirarmi spettro sulle scene,

questo spalmare stucco nelle crepe,
raschiando fino al fondo il purgatorio
delle cose che furono le tue,
quest’ufficio che in vita mi mantiene,
un’indulgenza, almeno, transitoria
nel nulla ch’è avanzato all’abbandono –
nemmeno, dopotutto, t’appartiene.