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Qualche mattina fa una cara persona di famiglia mi ha fatto omaggio di un piatto di fichi. Nel dispormi a un’estemporanea, quanto gradita, colazione, ho in cuor mio benedetto chi me li ha regalati, per avermi fatto dono, con essi, del loro bagaglio di sapori antichi e di aria di vacanza. Ne mangiavamo spesso nei nostri viaggi estivi, anche accompagnandoli con il pane, dopo averli raccolti dovunque ne avessimo trovati.

Un anno – era il 1994 – comprai su una bancarella nei pressi dell’università la ristampa di un Vocabolario botanico napolitano, autore, nel 1887, un misterioso Federico Gusumpaur, che scopro essere lessicografo e naturalista (seguire il link alla pagina di Wikipedia per saperne di più). Il dettaglio non è trascurabile, in quanto quell’estate portai il libro con me per intrattenere gli amici, dopo la colazione mattutina a base di fichi, con la lettura, a mo’ di litania, di un suo stralcio, dedicato, manco a dirlo, alla voce fico o, meglio, fica, che, carico di inevitabili doppi sensi, è il lemma napoletano per questo gustosissimo frutto.

L’estate si è ormai avviata per la china dell’equinozio, colma d’amarezza per gli incendi che hanno devastato le nostre montagne, ma mi auguro che la lettura di questa “litania” e, perché no, anche dei versi da me ironicamente dedicati al tema, possa lasciarvi un po’ di dolce in bocca.

Stamane, a colazione, gusti antichi,
verdi, violetti e neri, zuccherini,
troviamo ferragosto in bocca ai fichi,
aperti in valve, pigiati nei panini,
sapore denso di momenti aprichi,
mangiati svelti, in men che non si dica,
nel crocchiare sensuale dei semini,
e un’altra volta, iddio li benedica,
labbra impudiche, fremiti divini,
goduti lenti, come la tua fica.

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