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Dai nostri monti a quelli dei dintorni,
c’era un frusciar di foglie sulle alture,
tutte le volte nuovo, tutte le volte
lieve, e si spengeva il fuoco nell’ardore
delle ricciaie d’argilla dei castagni,
delle more da serbare in marmellate,

smanioso come sempre, ma l’esistenza
breve, con le restanti schegge dell’estate,
bioccoli vaghi da far sedimentare,
una giacenza d’allegrezza in cuore,
finale ribadito, epilogo invariato,
consueto inizio alla conta delle ore.

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