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Il 12 novembre si è svolta a Castellammare di Stabia l’ormai tradizionale conferenza organizzata dall’Associazione Achille Basile – Le ali della lettura nell’ambito delle iniziative letterarie contestuali allo Stabia Teatro Festival, incentrato sulla figura di Annibale Ruccello, di cui ricorre quest’anno il trentennale della scomparsa. Come nelle occasioni precedenti, nel 2013 Il linguaggio tra rigore scientifico e creazione poetica, nel 2014 Simboli Immagini Suoni: strumenti del vivere in poesia e nel 2015 L’utilità dell’inutile, anche stavolta si è parlato di poesia, in particolare, de La metamorfosi della poesia italiana nel Novecento. Relatore è stato Matteo Palumbo, italianista stabiese giunto quest’anno al culmine del suo lungo percorso accademico, la cui presenza ha determinato un notevole afflusso di pubblico. Nell’introdurre il tema, dopo aver richiamato alcuni degli eventi tecnologici fondamentali che accompagnarono la transizione dal XIX al XX secolo, mi sono soffermato brevemente sulla figura di Giorgio Caproni, leggendo alcuni versi tratti dal poemetto Il passaggio di Enea per evidenziare come vi ricorrano alcune delle novità della poesia italiana del Novecento. Se si considera che il poeta morì nel 1990, proprio l’anno in cui mi sono riavvicinato alla poesia dopo una pausa lunga circa quindici anni, e che Matteo Palumbo me ne regalò l’opera completa nel maggio del 1991, si comprende anche come Caproni sia ben presto diventato un riferimento fondamentale per i miei rinnovati interessi poetici. Della conferenza, all’interno della quale si sono susseguite le sottolineature recitative di Sara Morricone, riporto nel seguito l’ossatura fondamentale, a firma di Matteo. Il filmato completo può essere seguito qui:

Il sunto essenziale di Matteo Palumbo.

Si può provare a raccontare la poesia del primo Novecento utilizzando una forma musicale: tema con cinque variazioni. Il tema è dato da Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel Pineto (1904). L’incipit (Taci) indica che il lettore sta per assistere a un rito. La pioggia avvia un processo di metamorfosi. Gli esseri umani si trasformano in una condizione divina. Dante avrebbe chiamato questo processo trasumanar. Per raccontarlo ci vogliono parole nuove e mai prima ascoltate. Se chi subisce questa esperienza è simile a Glauco (il mitico pescatore che mangiando dell’erba si trasformò in un dio), chi la racconta è un poeta sacerdote, simile a Orfeo. Il poeta è un vate. Dopo D’Annunzio comincia un processo di rovesciamento o di parodia. In un modo o in un altro i poeti successivi attraversano D’Annunzio.

Prima variazione. Guido Gozzano (nato nel 1883).
I tratti caratteristici della sua poesia sono due: rifiuto di grandi parole (Dio, Patria, Umanità) e ridimensionamento del ruolo di poeta; abbassamento della lirica, che si avvicina alla prosa e ricorre a un lessico domestico e quotidiano. Può accadere che termini alti e bassi cozzino l’uno contro l’altro. Si producono così spettacolari rime dissonanti: camicie in rima con Nietzsche. L’io del poeta mette in scena la sua malinconia e il desiderio irrealizzabile di una felicità senza inquietudine, come quella della Signorina Felicita.

Seconda variazione: Marino Moretti (nato nel 1885)
La poesia A Cesena mostra che cosa sia diventata la pioggia di D’Annunzio. Mentre il poeta racconta la visita alla sorella, la monotonia dell’acqua scandisce il tempo che passa. Fa da cornice a una vita piccola e mediocre, mentre l’ombra grigiastra della sera e della malinconia avvolge le cose. La “favola bella” della Pioggia nel pineto è irreversibilmente cancellata.

Terza variazione: Giuseppe Ungaretti (nato nel 1916).
Porto sepolto del 1916 rappresenta una rivoluzione radicale delle forme metriche. Ungaretti spezza il verso in piccolissime unità e lascia che si riduca anche a una sola parola, spesso perfino irrilevante (una congiunzione, un aggettivo indefinito). Queste parole comuni ritrovano un significato più forte proprio attraverso il nuovo rilievo che assumono nel testo. La parola si presenta nuda ed essenziale. Ne nasce quel “recitativo atroce” che resta il cuore della poesia ungarettiana. La poesia è l’illuminazione di verità sepolte che la parola fissa. Questa idea orfica e sapienziale guiderà all’ermetismo.

Quarta variazione: Umberto Saba (nato nel 1883).
Saba sceglie come propria insegna una “poesia onesta”. La polemica è subito esplicita con il modello proposto da D’Annunzio. La poesia di Saba riprende la tradizione, fatta delle parole e delle rime più semplici e universali: per esempio la rima cuore-amore. Il suo obiettivo è trasformare il noto in nuovo. Protagonisti dei suoi versi sono “le creature della vita” (Città vecchia). Le rime trasformano gli umili nell’immagine della “calda vita”. Detriti è messo in rima con infinito e, a loro volta, amore e dolore rimano con Signore. La poesia A mia moglie, che stabilisce continue similitudini tra la donna e animali, esalta l’innocenza di vivere libera da ogni peccato originale.

Quinta variazione: Eugenio Montale (nato nel 1896)
A differenza di Ungaretti e simile piuttosto a Saba, la poesia di Montale racconta storie, sensazioni, avventure dell’io. I limoni sono il manifesto più esplicito di una poesia altra. Montale oppone i “poeti laureati” e il loro amore per parole “poco usate” ai poeti che amano scenari più modesti ed esperienze quotidiane. Il tema della sua poesia è l’opposizione tra la vita come è e la speranza di un “miracolo” che porti “nel mezzo di una verità”. Sono due mondi opposti. Il primo riguarda l’esistenza vissuta, il secondo come potrebbe o dovrebbe essere. Montale definisce questa poesia come “metafisica”, perché mostra il contrasto tra la ragione e “qualcosa che non è ragione”. Il miracolo, che dovrebbe permettere il passaggio da una situazione all’altra, è solo una speranza. La pioggia “stanca la terra” e il tedio rende “avara l’anima”. La tensione tra il mondo della rappresentazione e quello dell’autenticità resta una condizione irrisolta.”