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Il 15 gennaio di quest’anno sono stato invitato alla Notte Nazionale del Liceo Classico presso il Liceo Classico Plinio Seniore di Castellammare di Stabia, del quale sono stato alunno. Nel corso della manifestazione ho proposto una riflessione su Il sapere scientifico e il sapere umanistico: dualismo o binomio?, che ho sviluppato partendo da alcune considerazioni sul termine “classico”. Per chi lavora in ambito scientifico il pensiero corre subito alla fisica classica. Questa branca della scienza affonda le sue radici nell’antichità. Si pensi ai primi calcoli astronomici, alla formulazione del sistema tolemaico per calcolare il moto dei pianeti, basata sulla geometria euclidea. Si pensi ad Archimede, che getta le basi dell’idrostatica e dell’idrodinamica e, con i suoi specchi ustori, della termologia, a Talete, a cui si debbono le prime osservazioni sui fenomeni che coinvolgono cariche elettriche, a Leucippo, Democrito, Epicuro, che speculano sull’esistenza dell’atomo e teorizzano che nulla possa esser creato dal nulla. Poi con Galileo la fisica assume la dignità d’una scienza vera e propria, con la nascita del metodo scientifico, fino a conseguire, con lo sviluppo di metodi di calcolo adeguati, la sua veste definitiva con Newton. Possiamo perciò dire che la fisica classica prende questa denominazione perché è sostanzialmente legata a una visione del mondo tipica dell’antichità, pur se più evoluta, in genere fondata sul senso comune, come, ad esempio, l’esistenza dello spazio tridimensionale e di un tempo assoluto, l’idea che le velocità debbano essere additive e che l’energia non possa essere discontinua, la constatazione che esiste una forza speciale alla quale è dovuta la gravità. In questo va distinta dalla fisica moderna, costituita dalla teoria della relatività generale di Einstein e dalla teoria dei quanti di Planck, che mina alla base alcuni capisaldi della fisica classica e dà una visione del mondo spesso distante dal senso comune. Di qui viene l’idea che anche in ambito umanistico la definizione di classico possa avere a che fare con l’antichità. Ed infatti, il vocabolario Treccani recita:

clàssico agg. [dal lat. classĭcus (der. di classis: v. classe) «appartenente alla prima classe dei cittadini», e, riferito a scrittori, «di prim’ordine»] (pl. m. -ci). – 1. Appartenente al mondo o all’antichità greca e latina, considerate come fondamento della civiltà e della cultura: mondo c., civiltà c., poesia, letteratura c., lingue c., pensiero c.; poeti, prosatori c.; autori o scrittori c. (frequente, in queste ultime accezioni, l’uso come sost.: i classici). Arte c., l’arte greca e romana dalle origini fino al sec. 4° d. C. In partic., nella storia dell’arte greca, periodo c., quello che va dalla metà circa del sec. 5° a. C. alla morte di Alessandro Magno (323 a. C.). Educazione c. (o umanistica), quella che ha per base lo studio del mondo classico. Istruzione c., ramo dell’istruzione media o secondaria che ha il fine di fornire una cultura di tipo umanistico, impartita nel ginnasio e nel liceo classico. Lettere c., indirizzo degli studî universitarî che si basa essenzialmente sullo studio del latino e del greco (in opposizione a lettere moderne). 2. a. Per estens. (spesso sostantivato), perfetto, eccellente, tale da poter servire come modello di un genere, di un gusto, di una maniera artistica, che forma quindi una tradizione o è legato a quella che generalmente viene considerata la tradizione migliore; con riferimento ai più importanti autori delle letterature moderne e alle loro opere: i c. italiani; una collezione di c. francesi; lo studio dei c. tedeschi, ecc.; e, per altre discipline: un pittore c.; un musicista c.; i c. della scultura italiana (analogam., nell’uso più recente: un c. dello schermo, un c. dei romanzi gialli, e sim.); un c. è un’esperienza radicale, un incontro che ci modifica, non un ritrovamento di aspetti reperibili in altri (Giuseppe Pontiggia).

Dalla definizione di “classico” derivano, ovviamente, il termine “classicità”, con il quale si esprimono le qualità di limpidezza, serenità e castigatezza nell’espressione artistica, che vengono ascritte allo spirito classico, e il termine “classicismo”, che si riferisce in genere al complesso di concetti teorici e di norme pratiche desunti dalle opere di epoca classica e applicati alla composizione e al giudizio delle opere letterarie ed artistiche. Tutto questo è servito ad introdurre la lettura di un “classico”. Ho scelto un brano tratto dal I libro del De rerum natura, che può essere considerato un “classico” della letteratura, perché in esso Lucrezio si cimenta con un argomento totalmente nuovo per il genere poetico, ma anche della scienza, perché il tema trattato è conforme alla visione epicurea della filosofia atomistica, nella quale vengono introdotti termini e concetti, che sono alla base della scienza moderna.

Né alla mia mente sfugge che è difficile illustrare
in versi latini le oscure scoperte dei Greci,
tanto più che di molte cose bisogna trattare con parole nuove,
per la povertà della lingua e la novità degli argomenti;
ma il tuo valore tuttavia e lo sperato piacere
della soave amicizia mi persuadono a sostenere qualsiasi fatica
e m’inducono a vegliare durante le notti serene,
cercando con quali detti e con quale canto alfine
io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce,
per cui tu riesca a scrutare a fondo le cose occulte.
Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre,
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l’aspetto e l’intima legge della natura.
Il cui principio prenderà per noi l’avvìo da questo:
che nessuna cosa mai si genera dal nulla per volere divino.
Certo per ciò la paura domina tutti i mortali:
perché vedono prodursi in terra e in cielo molti fenomeni
di cui in nessun modo possono scorgere le cause,
e credono che si producano per volere divino.
Pertanto, quando avremo veduto che nulla si può creare
dal nulla, allora di qui penetreremo più sicuramente
ciò che cerchiamo, e donde si possa creare ogni cosa
e in qual modo tutte le cose avvengano senza interventi di dèi.

A questa lettura ho fatto seguire quella di un mio componimento già pubblicato nel blog, che ha per tema proprio il De rerum natura, dal titolo De rerum natura – Sommario.

Di seguito, mi sono soffermato sulle origini della dicotomia tra sapere umanistico e sapere scientifico (spunti utili in questa tesina di Bianca Garavelli), così come analizzata nel saggio The two cultures and a second look, nella quale l’autore, Charles Percy Snow, fisico e scrittore, individua le cause della mancata soluzione dei problemi nel mondo e del declino della qualità dell’educazione. Tale dicotomia ha segnato profondamente il ‘900 italiano, che ha trovato su sponde contrapposte Federigo Enriques, matematico italiano, attivo anche nel campo della filosofia e della storia della scienza, da un lato, e Giovanni Gentile e Benedetto Croce dall’altro, con l’esito devastante di una irreparabile separatezza fra mondo della scienza e mondo umanistico. Questo dualismo dei saperi, assente nel mondo antico, quando scienza, filosofia e letteratura erano tutt’uno, e perfino nel Medioevo, quando un uomo di buona cultura aveva il dovere di conoscere le discipline del Trivio e del Quadrivio, cioè materie, diremmo oggi, sia scientifiche sia umanistiche (valga per tutti l’esempio di Dante), vede la sua nascita con l’illuminismo, movimento politico, sociale, culturale e filosofico sviluppatosi intorno al XVIII secolo in Europa. Siamo nel pieno della rivoluzione industriale, che introduce profonde trasformazioni sociali. Questo fa sì che gli intellettuali comincino a considerare la scienza, e soprattutto la tecnologia, di cui essa sembra essere al servizio, con uno sguardo fortemente critico. Ma è vero anche che nel corso di questo secolo le tecniche di stampa subiscono profonde innovazioni, sancendo la definitiva autonomia del sapere dal controllo della chiesa o di gruppi elitari, a conclusione di un processo che si era avviato tre secoli prima. Nella seconda metà del Novecento, tuttavia, assistiamo ad un graduale cambiamento della situazione, come se, in una sorta di osmosi, scienza e letteratura riprendessero confidenza reciproca. Va ricordato che due grandi poeti del nostro Novecento, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale, si diplomarono in studi tecnici l’uno e in ragioneria l’altro e che Primo Levi, Leonardo Sinisgalli e Carlo Emilio Gadda, nomi illustri del nostro panorama letterario, furono attivi nella professione di chimico, il primo, ed in quella di ingegnere, i secondi.

Ho poi proposto una mia riflessione sul linguaggio, sottolineando come le lingue “morte”, al pari di quelle “vive”, siano espressione di una ricchezza espressiva tipica dell’uomo, il quale è spinto dalla necessità di comunicare e divulgare, rendendoli fruibili da altri, i concetti formulati dal proprio pensiero. Anche il linguaggio scientifico risponde a questa esigenza, ma con una peculiarità: esso viene elaborato attraverso un complesso esercizio di semplificazione semantica, che consiste nell’adattare ogni singola madrelingua, composta da simboli puramente verbali, ad una forma espressiva, che deve, per sua natura, rispecchiare l’assoluta mancanza di ambiguità del simbolismo scientifico. L’universalità del linguaggio scientifico non può che prender corpo da questo lavoro di cernita nel polimorfismo delle lingue parlate e nella loro intrinseca polisemia, anzi, parafrasando una riflessione di Gustavo Zagrebelsky – poche parole poche idee poca democrazia – in poche lingue poche parole poche idee, possiamo dire che la scienza ne esca arricchita. In questo contesto, i benefici che in genere vengono ascritti allo studio del latino e del greco antichi emergono come prerogativa del poliglottismo, nel quale sono impliciti l’ampliamento del panorama di conoscenze e l’adeguamento del ragionamento alla molteplicità, alla diversità, alla novità. Un vantaggio che forse si amplifica in ragione di quanto più articolata e complessa è la lingua che si studia. Altro è il discorso che le lingue “morte” della nostra tradizione hanno il merito d’essere state i veicoli di diffusione della cultura classica, che è alla base della civiltà occidentale. Per ragioni di tempo, il mio intervento si è concluso qui, ma riporto di seguito altre considerazioni che avrei voluto proporre all’uditorio.

Ritornando su una mia idea fissa, che La metamorfosi del toro possa ben rappresentare il percorso che conduce all’essenzialità del linguaggio poetico, vorrei sottolineare come, parimenti, questa serie di litografie di Picasso ben rappresenti l’approccio riduzionistico della scienza, secondo il quale la complessità dei fenomeni del mondo osservabile viene ridotta all’applicazione di un numero discreto di modelli scientifici o, in altri termini, alla pratica del “rasoio di Occam”, largamente diffusa in ambito scientifico, secondo il principio che, in genere, l’interpretazione di un fenomeno richiede la massima semplificazione possibile.

Infine, è auspicabile che si applichi ai due saperi, l’umanistico e lo scientifico, il concetto di “degenerazione”, così come utilizzato in meccanica quantistica. In questa branca della fisica, che è pure il fondamento della chimica moderna, i possibili stati di un sistema fisico associati con lo stesso valore di una grandezza osservabile vengono detti “degeneri”. Ad esempio, nella costruzione della tavola periodica degli elementi chimici, è fondamentale riconoscere non solo che l’energia è quantizzata – può assumere, cioè, solo valori discreti – ma anche che il moto degli elettroni intorno al nucleo atomico obbedisce a regole che prevedono, per ognuno dei valori che l’energia può assumere, l’esistenza di una molteplicità di stati, immaginabili come distribuzioni di elettroni con uguale energia, ma con traiettorie spaziali di diversa simmetria. Perché non mutuare questo concetto dalla meccanica quantistica e considerare “degeneri” i saperi, caratterizzati sì da simbolismi formalmente differenti, ma rispondenti con pari diritto alla molteplicità espressiva del pensiero umano?