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Nel novembre 2013 fui invitato alla presentazione di un saggio su una famosa ode di Saffo (Ode 31LP) ad opera di Walter Iorio (ne ho già scritto qui: https://raffrag.wordpress.com/2013/11/25/saffo/). In quella data, mi fu suggerito di riproporre nel blog la versione integrale del Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, di cui fu autore mio padre. Pur se con circa due anni di ritardo, oggi pubblico il testo originale del saggio di mio padre, che potrete scaricare cliccando sull’immagine, insieme con un commento, scritto per l’occasione da Walter Iorio.

Saffo

“Nelle mie recenti pubblicazioni specificatamente incentrate sull’Ode 31V (=31LP) di Saffo Salvami Afrodite bench’io non voglia. L’enigma millenario dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013 e Un brivido lungo la schiena. L’arcano insoluto dell’Ode Sublime, DE FREDE, Napoli, 2013, formulavo ipotesi di comparazione letteraria fra testi e opere generate dall’umanità colta sia nelle varie aree del pianeta sia nel decorso storico delle civiltà e raccoglievo il maggior numero possibile di traduzioni e di rielaborazioni del documento eolico.

Mai, però, lo confesso, avrei osato avanzare esplicitamente e formalmente una mia personale interpretazione complessiva del testimone antico: sarebbe già stato infatti un azzardo che di quel frammento, forse mutilo, proponessi una integrazione sperimentale. E con quali rischi!

La lettura, tuttavia, di un testo non proprio recente del defunto professor Melchiorre Ragone, Contributo all’interpretazione di Saffo, fram. 31 Lobel-Page, FEDERICO & ARDIA, Napoli, 1968, ha agito da incentivo propulsore di idee e di pensieri davvero inaspettato: una pubblicazione, in verità, al cospetto della quale non può passare inosservata l’acribia dello studioso diretto dei testi che attinge ad acquisizioni tràdite dal passato – e da quali Maestri, poi! – per procedere con creativa originalità di intuizione e avviare lo studio della monodia a soluzioni almeno in certa misura inedite; una fatica del genere, inoltre, di per sé ricca di annotazioni bibliografiche e spunti fecondi e perciò stesso, anzi, capaci di sospingermi a infrangere gli indugi della prudenza e a rappresentare più compiutamente una mia ipotesi interpretativa, nella speranza di trarre elementi comuni di giudizio ma pure suggerirne altri possibili.

Se mi fosse capitata tra le mani prima che venissero licenziati i miei due volumi, avrei avuto altro materiale prezioso di indagine!

Nella sua opera originale e occorsa alla mia lettura per mediazione e impulso della professoressa Carmen Matarazzo, entusiasta animatrice culturale, il Collega Melchiorre Ragone esegue uno studio critico sulle tendenze esegetiche a lui precedenti o contemporanee, confutando già le origini epitalamiche del componimento (e la logica moralistica nella lettura del Wilamowitz e di numerosi altri), la motivazione pulsionale del medesimo (cioè l’esplosione di un sentimento di gelosia nel cuore della poetessa) e la teoria dell’Abschiedslied (che rappresenterebbe una scena di saluto definitivo a una allieva del tiaso).

Ma l’indagine del Collega inizia con lo scioglimento preliminare di un dubbio intorno al numero dei personaggi coinvolti nel ménage relazionale.

Egli sostiene infatti che essi, esclusa la figura solo eventualmente maschile – e già questo elemento identificativo non credo trovi precedenti significativi nella tradizione esegetica precedente – adombrata nei primi due versi, siano propriamente due: lei, Saffo, l’educatrice, e l’altra, l’educanda. Né manca un’analisi accurata di quei ter-mini che giocano un ruolo importante nell’interpretazione globale del testo.

Personalmente ritengo condivisibili alcuni spunti delle argomentazioni del Professore, ma tendo a dissociarmene rispetto a due.

In primo luogo, infatti, permanendo la difficoltà di inquadrare il frammento in una tipologia propria e in un contesto materiale-motivazionale specifico, verrebbe da pensare che questo componimento fosse giudicato sublime proprio per la raffinatezza immediata dell’ispirazione saffica e per la sua elementare consistenza e che esso costituisse altresì l’originario nucleo lirico intorno al quale ruotassero figure reali e immaginarie o elementi rappresentativi di voci, sensi, affetti di interiorità quali si susseguono nell’esperienza concreta del tiaso.

Per questo non ha senso, forse, indagare molto intorno all’uso generico del pronome dimostrativo-relativo KENOS/OTTIS né alla valenza identificativa del personaggio appena adombrato all’inizio della lirica: questi, infatti, potrebbe essere uno dei tanti pretendenti di una delle tante allieve di quella cerchia pedagogica ma pure, per converso, quello che al momento corteggia quella ragazza a lei cara. Il pronome KENOS, del resto, come opportunamente, credo, suggerisce il professor Ragone, può forse indicare distanza temporale rispetto al presente oppure l’estraneità affettiva di quel giovane ignaro della concorrente passione della poetessa.

Mi permetto altresì di dissentire dall’interpretazione ragoniana in merito all’interpretazione dell’aggettivo comparativo CHLOROTERA, cui il Collega attribuisce una significazione positiva con una originalità di percezione e una spregiudicatezza esegetica degna della sua tempra intellettuale ma che, pure, a onor del vero, fatico a sostenere: è infatti vero che una capacità di reazione plurisensoriale sia indice di un organismo forte e sano; ma è pure incontestabile che la sindrome clinica serva ad accentuare il contrasto tra la serenità precedente dello spirito e lo sconvolgimento organico-funzionale del momento. Peraltro, a quanto è dato di sapere, non disponiamo di elementi biografici capaci di precisare l’età di Saffo né è necessario verificare di quali strumenti mai si debba avvalere la poetessa quando annoti su di sé i segni di questa improvvisa, momentanea desistenza psico-sensoriale. E non si comprende neppure per quale motivo essa debba immaginare una tonalità intensa di verde a significare, con un ulteriore dettaglio cromatico, il suo stato deliquiale: ritengo, invece, sia lecito pensare a una tinta flebile, prossima a stemperarsi, come, peraltro, suggerirebbe l’erba patita che scolora dell’interpretazione quasimodea. C’è infatti motivo di credere che l’immagine evocata dall’interprete novecentista ponga in evidenza lo stato di consunzione e di deperimento della creatura vegetale esposta alle insidie del tempo e all’inclemenza delle stagioni avverse. E lo stesso poeta inglese William Shakespeare, nella rappresentazione del demone della gelosia che corrode il senno degli uomini, la descrive come un mostro dagli occhi verdi (Otello, Atto III, scena III, v. 167): certamente non si allude, in Saffo 31V al colore verde degli occhi ma a quello del volto, che li comprende, nella reazione prosopocromatica alla scena fatale dell’inizio dell’ode.

Al di là, comunque, di simili dettagli, io ritengo, piuttosto, che l’ode voglia rappresentare una condizione dell’esistenza complessa e articolata, benché non compiutamente definibile: come, ad esempio, di un senso tenace di possesso che esploda d’un tratto nel presentimento di un congedo lacerante: sentimenti intimi, dunque, colti nella loro eccessiva energia di devastazione e capaci di generare una momentanea desistenza organico-funzionale: questa, cioè, che mobilita un’energia improduttiva e perdente, ma che non necessariamente per questo scaturisca da un organismo ancora fisiologicamente giovanile.”

Walter Iorio