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Lo spunto per la riflessione odierna mi viene da un articolo recente, La Buona Scuola è quella di Giovanni Gentile. Esso si dilunga sul tema de “il Liceo classico, la migliore scuola del mondo“, non senza accendere dibattiti, come, ad esempio, su Facebook. Il punto cruciale è che, come è noto, il liceo classico si caratterizza per lo studio del latino e del greco antico. L’utilità che in genere gli addetti ai lavori ascrivono a queste lingue “morte” consisterebbe nell’affinamento, in primis, della capacità di analisi, in secundis, delle facoltà dialogiche, della proprietà del linguaggio, dell’abilità nell’orientarsi nell’inevitabile polisemia propria di ogni lingua, e via discorrendo, il che suscita, a ragione, il risentimento di chi si sente declassato tra i minus habentes. È così? Davvero pensiamo che siffatte considerazioni possano valere a discapito di coloro i quali, ammesso che ce ne siano, non studiano il latino e il greco antichi, bensì il sanscrito, l’ittita, l’accadico, tanto per restare ancorati alle nostre tradizioni, o altre lingue o forme di linguaggio, morte o vive che siano, ma che non appartengono strettamente al retaggio della nostra cultura? Non stiamo attribuendo un po’ troppo estensivamente la ricchezza del nostro patrimonio culturale al latino e al greco, che ne sono (stati) semplicemente lo strumento di comunicazione e di divulgazione? Non dimentichiamo che due grandi poeti del nostro novecento, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale, pur conseguendo da autodidatti una formazione umanistica e facendo della letteratura il loro interesse primario, per ragioni diverse, si diplomarono in studi tecnici l’uno e in ragioneria l’altro. E non dimentichiamo, per converso, che nomi insigni nel nostro panorama letterario sono Primo Levi, chimico, Leonardo Sinisgalli, ingegnere, Carlo Emilio Gadda, anch’egli ingegnere.

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Di recente, per ragioni legate a ciò che attualmente è il mio interesse principale, la poesia, ho riflettuto a lungo su questo tema, cercando spiegazioni che sfuggissero all’ovvia difesa del proprio vissuto, gli umanisti trincerandosi dietro la “superiorità” degli studi classici, i detrattori sostenendone l’inutilità. Ho cercato, cioè, di orientarmi secondo la regola prima della scienza, ovvero, la necessità di svincolarsi dai falsi concetti, che possono essere generati dall’esperienza sensoriale e/o dall’orientamento personale, e di descrivere un’osservazione secondo criteri obiettivi e generalizzabili. La mia conclusione è che lo studio della grammatica e della sintassi di qualsiasi lingua, morta o viva che sia, possa sortire l’effetto di affinare l’insieme delle facoltà che molti umanisti attribuiscono esclusivamente allo studio del latino e del greco, incorrendo in un errore analogo a quello che fece Croce nel riaffermare la superiorità dell’umanesimo rispetto alla scienza. Quanto più si pratica lo studio delle lingue, intese come sistemi simbolici attraverso i quali si attuano la comunicazione e la divulgazione del pensiero, prescindendo dal fatto che esse siano “vive” o “morte”, tanto più quelle qualità si esprimono al meglio, perché il panorama di conoscenze si amplia ed è necessario adeguare il ragionamento alla molteplicità, alla diversità, alla novità. Un vantaggio che forse si amplifica in ragione di quanto più articolata e complessa è la lingua che si studia. Nella tradizione classica questo esercizio si pratica, in buona parte, attraverso lo studio del latino e del greco antichi, ma non affermerei che la regola sia generalizzabile, vincolabile, cioè, esclusivamente a lingue che fanno parte del nostro patrimonio culturale. Altro discorso è che lo studio del latino e del greco si integra e si armonizza con il patrimonio di idee che hanno avuto origine e si sono sviluppate nel mondo classico, in campo umano come in campo scientifico, e che sono alla base della nostra attuale modernità. Ben venga, dunque, lo studio delle lingue “morte”, quali che esse siano, e del patrimonio di idee ad esse associato, ma ben venga anche l’ampliamento delle conoscenze alla tecnica e alla scienza, il cui linguaggio, lungi dall’essere “minore”, deve rispondere al particolarissimo requisito di non lasciare spazio alla polisemia, non deve, cioè, prestarsi ad ambiguità, in questo restringendo drasticamente il campo d’azione – i gradi di libertà, si direbbe in gergo scientifico – delle lingue tradizionalmente intese.