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L’altro ieri, in occasione di una lettura pubblica di poesie, alla quale sono intervenuto, mi è stato chiesto di commentare una frase attribuita a Jean Cocteau: “So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa”. Sono completamente d’accordo sulla prima affermazione. Sulla seconda, al contrario di Cocteau, presumo di sapere per cosa la poesia sia indispensabile, almeno se fingiamo di ignorare la pletora di sedicenti poeti, sui quali ho espresso la mia opinione altrove. Ebbene, mi ha colpito il fatto che l’aforisma di Cocteau sembra adattarsi bene alla scienza, in particolare a quella di base. Potremmo riscriverlo pari pari, sostituendo, al posto di “poesia”, l’espressione “scienza di base”. Ma anche in questo caso, non me la sentirei di condividerne appieno la seconda parte. Cercherò di spiegarlo.

Immagino che sia ormai noto che ho avuto l’opportunità di praticare, pur se con risultati poco visibili, la scienza, oltre che la poesia. Per molti anni mi sono dedicato all’oscuro lavoro della ricerca, quasi esclusivamente la ricerca definita “di base”, per differenziarla dalla ricerca “finalizzata”, da quella, cioè, che porta a risultati dalle immediate ricadute di mercato, che, per inciso, ho trovato difficoltà a realizzare a causa delle insufficienze organizzative, economiche e culturali, che affliggono le nostre università o, forse, semplicemente perché non ho operato nell’ambito di un gruppo dal potere accademico consolidato. Devo, tuttavia, riconoscere che, tendenzialmente, le mie preferenze sono sempre andate alla ricerca di base. Sì, proprio quella ricerca, considerata inutile e dispendiosa, sulla quale molti sentono di poter liberamente esprimere critiche. Sì, proprio quella ricerca di base, che solo un folle o un ignorante può pensare di disprezzare e di distinguere dalla ricerca finalizzata, senza riflettere sul fatto che quest’ultima è il risultato più evoluto e moderno della tanto vituperata sorella. Senza di essa, cosa sarebbe del progresso della conoscenza? Cosa sarebbe stato dell’umanità? Non dovremmo forse esser grati al miscredente Galilei e ad altri che, come lui, spinti dalla sete della conoscenza, si sono impegnati in attività apparentemente senza senso, magari pure facendo spendere un sacco di quattrini a chi li finanziava? E che dire della tradizione filosofico-scientifica che costella il passato della nostra cultura? È dunque vero che occorre sottostare al primato dell’economia, come i fatti che di recente hanno riguardato la Grecia sembrano suggerire? Non ho dubbi che l’umanità sarebbe stata succuba dell’oscurantismo, vittima, cioè, del pregiudizio contro il libero pensiero ed il progresso della conoscenza, che preludono al progresso tecnologico.

Galileo Galilei

I tempi che viviamo mi fanno temere l’avvento di un nuovo oscurantismo. Ed è perciò che mi auguro, ed auguro all’umanità, una moltitudine di ricerche “inutili” (ma è importante che siano condotte con onestà), i cui costi, tra l’altro, non è detto che debbano essere necessariamente elevati, a patto che siano gestiti da menti assennate e distanti dagli interessi che gravitano intorno alla ricerca cosiddetta finalizzata. Il cervello è, notoriamente, articolo che costa poco. Magari questo è uno dei veri problemi dello spreco di risorse che spesso viene addebitato alla ricerca scientifica.

Ma, tornando all’aforisma di Cocteau, è mia opinione che analoghe considerazioni possano valere, mutatis mutandis, per la poesia, espressione del libero pensiero che sa parlare allo spirito, a quella parte misconosciuta dell’animo umano, che ne guida ogni azione, compreso l’iter della conoscenza, cercando di comunicare ciò su cui riflette. Naturalmente, occorre, per questo, liberarsi della presunzione, la quale determina l’indistinguibilità e l’indefinibilità della poesia e, quindi, la sua inutilità, che ci si possa autoproclamare poeti, che a tal fine basti pubblicare qualsiasi cosa si scriva, che la poesia sia, cioè, genere alla portata di tutti. Non lo è, come non lo è la scienza. Insomma, chiedersi a cosa servano la scienza o la poesia è come chiedersi a cosa servano il desiderio di conoscenza e di poesia, che sono connaturati nell’animo umano. Se proprio volessimo individuare una differenza, potremmo trovarla nel fatto che la poesia non ha costi per la società. Ne ha, invece, per chi intenda pubblicarla, presumendo che ci sia nell’editoria chi sappia cos’è e a cosa, come la scienza, possa servire. Ma anche a questo proposito va detto che l’editoria a pagamento, quasi a confermare l’analogia che ho fin qui tracciato, è ormai diffusa anche in ambito scientifico, il che non contribuisce alla credibilità della scienza come a quella della poesia.