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Non era al mio risveglio uguale
il principio d’ogni giorno. Bere
la stessa cosa non era l’essenziale.
A me bastava, in fondo, il filo
che s’infiltra tra le doghe, la luce
che tracima nelle case, e un infuso
d’occasione, dal gusto impersonale.
Per te sembrava, invece, di precetto
il fumo che vapora dalla chicchera,
la fragranza che ti satura l’olfatto.
Era il gusto vigoroso d’un espresso

il caffè

l’aroma giusto al rinnovo del trantran.
Dovetti conformarmi a questo culto.
Dovunque risplendesse il nuovo giorno
sulla nostra convivenza, toccava a me
– ricordo – il rito mattutino del caffè,
che tu centellinavi sorso a sorso.
Nel caso, si replicava nel meriggio,
restando spesso accomodati sul divano.
Così, allora che talvolta sorseggio
un buon caffè, il gusto dolce-amaro
m’è conforto, che t’allegrava il giorno.

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