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L’11 dicembre 1996, negli Stati Uniti, acquistai il Random House Webster’s College Dictionary, una delle tante edizioni del Webster, famosissimo Dizionario della lingua inglese, in fondo al quale potei leggere un paragrafo dedicato al linguaggio sessista. Fu per me la prima lezione sul tema, improntata all’equilibrio tipico dei paesi anglosassoni, quando sia in gioco la parità tra i sessi. Il paragrafo comprende un elenco degli accorgimenti linguistici da adottare per evitare termini discriminatori. In esso è suggerito, tra l’altro, di evitare la distinzione tra poeta e poetessa. Ecco, se volessi individuare l’antefatto del mio attuale coinvolgimento in un progetto antisessista, dovrei correre indietro nel tempo di poco meno di vent’anni. L’occasione per un  mio contributo si è concretata l’anno scorso, quando, nel corso di un reading poetico, ho conosciuto Nadia Cavalera, che è curatrice del blog Umafeminità, interamente dedicato al tema. Di lì ha origine l’inserimento di una mia poesia, Terra amissa, nell’antologia curata da Nadia Cavalera, che è stata pubblicata a novembre dell’anno scorso da Joker Edizioni. L’antologia sarà presentata a Castellammare di Stabia sabato prossimo, 7 marzo 2015, presso lo storico Gran Caffè Napoli. Interverranno, oltre a Nadia Cavalera, altri autori di opere in essa presenti. Vi propongo, di seguito, il commento che Carmen Matarazzo, nelle cui iniziative sono spesso coinvolto da quasi due anni, ha scritto per l’occasione.

L’Umafeminità: mero neologismo, utopia o nuova (antica?) visione della società? Umafeminità: in primis un’esperienza nuova, un confrontarsi a distanza, a partire da intenti comuni, di uomini e donne che hanno condiviso la propria vocazione poetica per una visione pacifista della società; uomini e donne che, partendo da contesti diversi, da formazione diversa, da visuali e forme espressive diverse, hanno dimostrato che si può concorrere per un fine comune, per un miglioramento che interessi entrambi i sessi. Quindi un’antologia, Umafeminità, cento poet* per un’innovazione linguistico-etica, simbolo concreto che la collaborazione, l’interazione, la condivisione tra i sessi è possibile, se nessuno dei due vuole necessariamente prevalere sull’altro, o peggio prevaricare l’altro.

“La dimensione dell’umafeminità è all’insegna della complementarietà, dell’equilibrio e della parità tra i sessi. Dimensione che può essere attuata solo col rispetto reciproco, nell’equa effettiva ripartizione dei compiti senza prevaricazioni e soprusi. Nella costituzione di una forma amministrativa nuova che l’avveri. In una società felice. Per la riconquista del Paradiso perduto”.

Così Nadia Cavalera, poeta, saggista, curatrice dell’antologia, nell’introduzione alla stessa.

Copertina Umafeminità

Non si può prescindere da questa propositiva affermazione per rendersi conto di come quella, che sembra in prima istanza essere solo una battaglia linguistica per riaffidare dignità e funzione alla donna all’interno della lingua e della grammatica italiana, sia in realtà l’espressione di una rivisitazione complessiva della relazione uomo-donna a partire dai ruoli istituzionali ed, inoltre, per comprendere come il contributo delle donne debba essere considerato fondamentale per una visione pacifista della società a qualsiasi livello questa venga analizzata. Ecco il Paradiso perduto!

Umafeminità: certamente un neologismo da sostituire al termine umanità, un neologismo che inglobi l’umanità, intesa come espressione dei soli maschi, e la feminità, intesa come espressione delle sole femine (con una sola emme – sostiene la Cavalera – per ripristinare l’eleganza della lingua latina involgarita dal raddoppiamento della lettera ad oltraggio della donna), un neologismo, dunque, coniato e proposto dalla Cavalera sin dagli anni ’90, ma impostosi a lei come profonda esigenza lessicale ed etica nel 2011, quando la situazione storica e sociale la portò a prendere le distanze dalle guerre e dalla violenza presenti nel mondo governato fondamentalmente dagli uomini e a farsi portavoce di una nuova visione delle cose, a partire dalla lingua debitrice anch’essa di millenni di oscurantismo nei confronti delle donne. È indubbio, infatti, il collegamento tra lingua e rappresentazione della società, tra lingua ed affermazione del potere, tra lingua e relazione tra i generi. Studi in tal senso sono sorti sin dagli anni sessanta negli Stati Uniti, ripresi poi in Gran Bretagna e, via via, nelle altre nazioni. In particolare in Italia il sessismo linguistico è stato oggetto di diverse pubblicazioni, nelle quali è stato dimostrato come il graduale predominio dell’uomo sulla donna è proceduto di pari passo con una prevalenza del sesso maschile anche nell’espressione linguistica, prevalenza camuffata spesso sotto la parvenza di un valore neutro ed universale della lingua, che ha comportato l’affermazione di tutto un contesto maschile, a partire dalla rappresentazione della divinità.

Con puntuali riferimenti storici, archeologici, religiosi la Cavalera dimostra, infatti, come le società primordiali furono gestite dalle donne e furono società aperte all’accoglienza, improntate su una visione pacifista del mondo. Questo per millenni, finché lo sviluppo di nuove forme di ricchezza portò l’uomo a spodestare le donne dal loro ruolo, imponendosi spesso con la violenza, come è attestato dalla mitologia riferita alle stesse divinità di cui si parlava prima. Ecco la necessità di ripartire dalla lingua per riparare ai soprusi e per ricostituire uno stato sociale basato sugli antichi valori di accoglienza, di condivisione, di solidarietà.

Per arrivare a tutto questo, Nadia, provocatoriamente, invita gli uomini a ribaltare un concetto su cui si sono basati numerosi equivoci : non sono le donne ad avere “invidia del pene”, bensì gli uomini ad avere “invidia della vulva”, invidia degli organi procreatori della donna, invidia della possibilità della donna di dare la vita. E non è umiliando la donna, escludendola, che si potrà ottenere una rivendicazione di tale funzione; l’uomo parteciperà alla creazione quando darà alla luce la sua parte feminile. Insomma, bisogna che l’uomo prenda coscienza che nel parto di Eva dalla sua costola non è adombrata un’inferiorità della donna (non creata direttamente da Dio, ma estroflessione dell’uomo), bensì la coesistenza del maschile e del femminile, dell’umafeminità appunto, dei due elementi primordiali di cui nessuno dei due può privarsi. In ultima analisi, è un riscatto anche per l’uomo, troppo spesso identificato, costretto da secoli di un certo tipo di educazione ad identificarsi con l’espressione violenta della realtà.

L’umafeminità, complessivamente intesa, è un’utopia? No, speriamo proprio di no; certo un percorso ancora lungo e difficile da compiere, che deve passare necessariamente attraverso un grande atto di umiltà e di riconoscimento reciproco uomo-donna.

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