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Vi presento una breve panoramica della conferenza tenutasi il 26 ottobre scorso nell’ambito dallo STABIA TEATRO FESTIVAL, della quale ho avuto già modo di parlarvi in due differenti occasioni e che ho avuto la ventura di coordinare. Nel suo intervento, Bruno Galluccio, fisico, ha introdotto con la lettura di un inedito la sua analisi sulle radici della diffidenza tra poesia e scienza, illustrando anche i livelli attraverso i quali la scienza può interessare la poesia (contenuti, linguaggio metaforico …) mediante le esperienze significative di altri poeti, come Sinisgalli, Borges, Schrott, Sze e perfino Lucrezio, seppure, quest’ultimo, con caratteristiche lontane dal contesto della scienza moderna. Dopo quello di Galluccio, c’è stato un mio contributo, seguito infine dall’esposizione di Gianluca Masi, astrofisico, che ha parlato di un suo studio su La Notte Stellata sul Rodano di Vincent van Gogh, addentrandosi nei dettagli imprevisti, che si celano dietro questo capolavoro e che possono costituire l’occasione per una più profonda comprensione del pittore olandese. La serata si è conclusa con la lettura, da parte delle autrici, di testi poetici di Liliana Arena e Marcella Testa, attinenti al tema della conferenza.

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Nel seguito riporto, pressoché integralmente, il mio intervento, evitando di trascrivere alcune poesie, che ho letto, a mo’ di esempio, nel corso della relazione (Il giardiniere di Occam, Il primo volo, Sogno di fine estate e Le stelle).

In genere suscita una curiosità naturale il fatto che un autore di poesia o di prosa provenga da una formazione scientifica. Intanto, non dimentichiamo gli esempi luminosi che sono presenti nel panorama letterario italiano. Ad esempio, Leonardo Sinisgalli, ingegnere, forse meglio noto per essere l’ideatore del cane a sei zampe, il logo dell’Agip, era autore di poesia noto perfino a Montale. Di Carlo Emilio Gadda, anch’egli ingegnere, si annovera una vasta produzione in prosa e in poesia, che lo portò a lavorare per i servizi culturali della RAI. E che dire di Primo Levi, chimico, ma autore di testi notevoli nel panorama della letteratura italiana del ‘900, come Se questo è un uomo, Il sistema periodico, La chiave a stella, Se non ora, quando?? Senza voler sminuire gli autori che ho testé citato, potrei ricordare anche Luciano De Crescenzo, certo più famoso per le popolaresche incursioni in campo filosofico che per essere stato ingegnere. Per ridere, amo anche giocare su una battuta di Fabrizio De André, che, parafrasando a sua volta Benedetto Croce (Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo quell’età, solo due tipi di persone continuano a farlo: i poeti e i cretini.), diceva d’essersi rifugiato nella canzone. Io, invece, ho trovato più congeniale diventare chimico.

Perciò, per venire al punto, cercherò di rispondere ad alcune domande-chiave: ad esempio, quali sono gli strumenti dei quali un chimico (o, in generale, chi si occupa di scienza) si serve per affrontare temi poetici universali come ‘il mare’ o ‘l’amore’ o ‘il cielo’, ben sapendo che non basta scrivere ‘il mare’ o ‘l’amore’ o ‘il cielo’ per pensare di aver fatto della buona poesia? Credo di ricordare di avere cominciato a scrivere su temi scientifici fin da giovane. In tempi più recenti ho scritto Sperimentale, Physica e Freccia del tempo, che sono tutte presenti ne La ruggine degli aghi, che ho pubblicato l’anno scorso.  E’ quindi accaduto che mi sono lasciato sempre più prendere la mano. E così, lungo questa strada, comincio a riflettere sul fatto che forse c’entra qualcosa il cosiddetto ‘metodo scientifico’. Scopro, riscopro, che il ‘metodo scientifico’ non consiste soltanto di formule, simboli e linguaggio matematico, ma è pure denso di concetti che, pur appartenendo tipicamente ad un ambito filosofico, vengono tuttavia correntemente adoperati quale parte non espressa della pratica scientifica.

Ricordate Epicuro, il filosofo che tutti conoscono come teorico dell’idea di piacere? Epicuro è in realtà l’ordinatore della tradizione atomistica di Leucippo e di Democrito, al punto da poter essere considerato uno dei precursori del pensiero scientifico moderno. Uno dei concetti chiave della sua filosofia è quello di ‘atarassia’, cioè, la condizione attraverso la quale l’uomo può conseguire il distacco dalle passioni terrene. Ebbene, l’atarassia è un concetto che, a mio avviso, appartiene interamente alla pratica scientifica. Si pensi, ad esempio, che lo strumento adoperato nella scienza moderna per rendersi indipendenti dall’esperienza sensoriale, che può, appunto, essere influenzata dalle ‘passioni’ umane, è la misura delle grandezze, che servono a descrivere i fenomeni, intorno alla quale è stata costruita addirittura un’intera teoria scientifica, che è, appunto, la teoria della misura. E ancora, ricorderete il rasoio di Occam, che è l’espressione adoperata per indicare un concetto elaborato, appunto, dal filosofo inglese Guglielmo di Occam per esprimere la necessità di non complicare ciò che è spiegabile in termini semplici e sintetici. Questo concetto è alla base del ‘metodo scientifico’, ed io, nel corso della mia attività di ricerca, mi sono trovato più volte ad adoperarlo in maniera meccanica, salvo poi riscoprirlo come patrimonio degli anni del liceo. Infine, sul ‘metodo scientifico’, il cui scopo è alla fine l’elaborazione di un modello, che in qualche modo razionalizzi le osservazioni sperimentali, come non ricordare il De rerum natura, in cui Lucrezio compendia le teorie epicuree sulla natura? O, per inoltrarsi in un tema più pertinente alla chimica, come non ricordare l’atomismo di Leucippo, Democrito, Epicuro?

Ma c’è da fare anche un lungo discorso sul linguaggio. Per rintracciare i codici del linguaggio poetico, spesso faccio ricorso alla Metamorfosi del toro di Picasso, che esprime simbolicamente la metamorfosi del linguaggio dell’artista nel perseguire l’intento di andare alla sostanza delle cose. Cosa c’entra la chimica con il linguaggio? La chimica è una scienza ‘dura’, cioè, è basata su simboli, formule, equazioni, che ne costituiscono gli elementi del linguaggio, organizzato in precise regole ‘grammaticali’. Per esempio, ricordiamo la tavola periodica degli elementi e come da essa si possa risalire alla configurazione elettronica degli atomi che costituiscono gli elementi chimici e successivamente costruire le formule dei composti chimici. Tuttavia, per rendere la chimica intelligibile, per spiegarne il significato anche a chi non ha una formazione chimica, occorre ‘tradurre’ la sua ‘grammatica’ simbolica nel linguaggio parlato. Per inciso, ho potuto riscontrare che le difficoltà incontrate dalla maggioranza degli studenti nello studio della chimica sono legate appunto a questa ‘traduzione’, il che denota difficoltà connesse non tanto con la chimica, ma con la comprensione del linguaggio che si adopera per renderla intelligibile. E siamo al punto. Il linguaggio è anch’esso una maniera simbolica di esprimere le sensazioni che suscita il mondo sensibile, cioè, la materia, di cui tutto è fatto, prima, sotto forma di suoni, e poi, sotto forma di segni, in una struttura linguistica accessibile a tutti. Solo che in chimica e, in genere, in campo scientifico ai simboli vengono prima associate le parole e successivamente si passa all’articolazione delle parole in un linguaggio compiuto. Invece, in letteratura i simboli sono le parole stesse, che a loro volta possono essere adoperate in un contesto simbolico più articolato, cioè, costruendo simboli e immagini più complessi a partire da simboli elementari, il che può avvenire, anche se non esclusivamente, attraverso l’uso delle figure retoriche.

Ora, dando per scontato che tutta la materia è organizzata secondo le leggi della chimica, ecco che per chi le conosce e le applica è pressoché naturale considerare ogni più piccola parte del mondo come espressione della loro ‘grammatica’ simbolica. Quindi, il sapore delle cose diventa ‘sale’, il frusciare dell’acqua diventa ‘argento’, le nubi cariche di pioggia diventano ‘piombo’, l’azzurro del mare diventa ‘cobalto’, l’attrazione tra due persone diventa ‘chimica’. Molte di queste immagini ricorrono anche nel linguaggio comune: sale, acqua, acido, ruggine, argento, ferro, piombo, cobalto, oro, disordine, equilibrio, calore, energia, lavoro, zucchero, alcool, marmo, esplosivo, ossidiana, vetro, e via discorrendo. Tuttavia, per un chimico questi termini assumono un significato pregnante, perché vengono implicitamente considerati come espressione delle leggi della chimica, che poi appartengono, più in generale, al mondo della scienza. Ognuna di queste parole ha una sua storia ‘chimica’ precisa, che svolge una gran parte nell’immaginario di un chimico e nel suo linguaggio, non solo verbale, ma anche scritto. Ma questo non basta. Un chimico ‘sa’ che anche le cose che sono inanimate hanno una loro ‘vita’ fatta di moti non percettibili ad occhio nudo. Dunque, tutto diventa animato, non solo ciò che ha una ‘vita’. Sicché, riesce quasi naturale attribuire anche alle cose, agli oggetti, comportamenti e azioni che sono tipici degli esseri viventi, e la chimica diventa un serbatoio pressocché inesauribile di metafore. Inoltre, a loro volta, i termini del linguaggio parlato, quelli che tutti adoperiamo per descrivere, ad esempio, i fenomeni naturali, si addensano di significati ‘chimici’, che vanno al di là delle sensazioni espresse dalla semplice grammatica dei cinque sensi. C’è, insomma, tra linguaggio ‘chimico’ e linguaggio comune un mutuo scambio di contenuti e strumenti interpretativi.

La serata, ricca di spunti, si è protratta fin oltre le due ore. Le mie conclusioni sono state necessariamente brevi, e non c’è stato il tempo per interventi da parte del pubblico, che si è mostrato attento fino alla fine. Per chi fosse particolarmente interessato, propongo, suddiviso in due parti, il filmato integrale della conferenza. Chi vuole commentare può farlo nella sezione appositamente dedicata ai commenti.