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Sta capitando spesso, di recente, nel corso delle occasioni nelle quali ho avuto modo di presentare La ruggine degli aghi, che mi chiedano: “Come mai un chimico si mette a scrivere poesie?” In genere, rispondo parafrasando una frase di Fabrizio De André, il quale, a sua volta, parafrasando una frase di Benedetto Croce (Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo quell’età, solo due tipi di persone continuano a farlo: i poeti e i cretini.), diceva d’essersi rifugiato nella canzone perché, in quanto forma d’arte mista, gli consentiva scappatoie che sopperissero all’esuberanza creativa. Ecco, io, invece, ho preferito fare il chimico. Però non voglio esattamente parlarvi di questo, bensì del tema ‘scottante’ – anche questo è un argomento sul quale mi è stato chiesto di esprimermi – se tutti possano scrivere poesie, ovvero definirsi poeti. Davanti a questa domanda, per evitare risposte perentorie e sgradevoli, preferisco arroccarmi in difesa, avvalendomi della facoltà di non rispondere. Il che, già di per sè, la dice lunga su quale sia il mio pensiero. Ma qui desidero essere più esplicito. No, decisamente non credo che tutti possano scrivere poesie né essere definiti poeti. Qual è il punto?

Il punto è che non si può presumere, in nome del fatto che la poesia è una forma letteraria in cui attraverso le parole si tenta di ricostruire le immagini e i mondi interiori che sono i mondi e le emozioni del poeta, che essa sia una serie di frasi tronche e che consideri ‘versi liberi’ poche belle parole a centro pagina messe più o meno a caso. In altri termini, dando per scontato che ‘il mare’ o ‘l’amore’ o ‘il cielo’ siano immagini poetiche di per sé, non basta scrivere ‘il mare’ o ‘l’amore’ o ‘il cielo’, insieme con tutta la sequela di attributi che ad essi possano essere associati, per pensare di aver fatto della poesia. Un utile esercizio per giudicare quanto sia ‘poetico’ ciò che si è scritto potrebbe essere quello di ‘pesarne’ la novità e l’originalità, cioè, di chiedersi se esso non sia invece, banalmente, il semplice frutto del coraggio di scrivere e rendere pubbliche cose che altri preferiscono tenere per sé. Il vero poeta non è chi ha il ‘coraggio’ di esporsi, ma colui che riesce a cogliere e a ‘rivelare’ la realtà delle cose, gli infiniti aspetti della loro verità profonda, occulta, complessa e inesauribile, associando alla ‘rivelazione’ la qualità del linguaggio. Il che va in genere al passo con l’insoddisfazione che scaturisce dalla consapevolezza dell’irraggiungibile. Insomma, la poesia è una riflessione sul mondo e sulla vita, è sostanza che può esser scritta in maniera seria o ironica, ma che suggerisce sempre ‘qualcosa’ su cui occorre interrogarsi e riflettere, che va al di là del semplice senso della parola. Le emozioni scaturiscono in maniera ‘indiretta’ dal contesto che il poeta riesce a creare, attraverso un percorso di continua ricerca sul linguaggio simbolico. Si pensi, ad esempio, alla Metamorfosi del toro di Picasso. Essa ben esemplifica come la poesia sia la continua metamorfosi del linguaggio del poeta nel perseguire l’intento di andare alla sostanza delle cose. Qui la faccenda si fa più complessa.

La destrucción del toro

Che cosa è il linguaggio simbolico? Per spendere qualche parola su questo tema cruciale, è opportuno partire da un’altra domanda che mi è stata di recente posta, cioè, se ci sia poesia nella struttura chimica della materia. Che cosa c’entra la chimica? La chimica c’entra perché, come ho accennato dianzi, pur provenendo dagli studi classici e non avendo mai abbandonato decisamente gli interessi letterari, io sono chimico per formazione universitaria e il chimico ho fatto, a vario titolo, presso l’università. La chimica è classificata tra le scienze ‘dure’, cioè, si basa su simboli, formule ed equazioni, che ne costituiscono il linguaggio, organizzato in precise regole ‘grammaticali’. Tuttavia, per renderla intelligibile, per spiegarne il significato, anche a chi chimico non è, occorre ‘tradurre’ la sua ‘grammatica’ simbolica nel linguaggio parlato. Per inciso, ho potuto riscontrare che le difficoltà incontrate dalla maggioranza degli studenti nello studio della chimica sono legate appunto a questa ‘traduzione’, il che denota problemi connessi non tanto con la chimica, ma con la comprensione del linguaggio che si adopera per renderla intelligibile. E siamo al punto. Il linguaggio è anch’esso una maniera simbolica di esprimere le sensazioni che suscita il mondo sensibile, la materia, di cui tutto è fatto, prima, sotto forma di suoni, e poi, sotto forma di segni, in una struttura linguistica accessibile a tutti. Solo che in chimica e, in genere, in campo scientifico ai simboli vengono prima associate le parole e successivamente si passa all’articolazione delle parole in un linguaggio compiuto. Invece, in letteratura i simboli sono le parole stesse, che a loro volta possono essere articolate in un contesto simbolico, cioè, costruendo simboli e immagini più complessi a partire da simboli elementari, il che può avvenire, anche se non esclusivamente, attraverso l’uso delle figure retoriche.

C’è qualcosa che alimenta in molte persone, soprattutto su Facebook o nei blog, l’illusione d’essere ‘poeti’ e di fare della ‘poesia’? Ebbene, sì, i concorsi, secondo l’assioma che se si partecipa a un concorso di ‘poesia’ si è implicitamente ‘poeti’! Quest’anno io stesso ho partecipato a diversi concorsi, su suggerimento di amici, raccogliendo puntualmente ‘segnalazioni’, ma mai vincendo. La stessa cosa m’era accaduta alcuni anni fa, quando le mie partecipazioni erano più sporadiche. L’impressione che ne ho ricavato, e che mantiene viva in me la fiammella del dubbio sulla mia valenza di ‘poeta’, è che la qualità delle poesie vincitrici è generalmente men che mediocre, scadendo in melense ovvietà e facili sdolcinature, a dispetto del fatto che i componenti delle giurie vengono accreditati di una rispettabile competenza. Il che, in genere, è vero, se si pensa che spesso sono docenti universitari o giornalisti o addetti al mondo della cultura o, addirittura, si autoproclamano poeti. Presumibilmente questo avviene, anche mediante i ‘gettoni’ di partecipazione che vengono elargiti ai componenti delle giurie attraverso le ormai consuete ‘quote d’iscrizione a parziale copertura delle spese concorsuali’, per compiacere la nicchia ristretta di partecipanti ai quali ogni singolo concorso si rivolge, pur ingigantendo autoreferenzialmente la sua importanza con l’appellativo di ‘nazionale’ o ‘internazionale’. Ahimè, si tratta invece di concorsi che si svolgono all’insegna del più bieco provincialismo e certo le giurie non rendono un buon servigio al mondo della cultura, contribuendo a confondere sotto la stessa bandiera buona e cattiva poesia, sacro e profano, a discapito dell’unica e vera poesia, sepolta nel ciarpame di ciò che, al meglio, potrebbe andare per una canzonetta di media qualità.

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