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Ieri sono stato riportato indietro nel tempo di qualche anno, a quando ero impiegato nell’università, ed ho scoperto come entrambi i miei interessi attuali, di lavoro e di letteratura, si intersechino magicamente con le vite di altre persone a me note, pur se in maniera indiretta. Tutto accade grazie a Federica Galetto, che ha pubblicato tra le note di Facebook una poesia di Linda Pastan. Il nome della poetessa non m’era nuovo, ed ho voluto approfondire. Ebbene, suo marito è Ira Pastan, che è tuttora ricercatore capo del Laboratory of Molecular Biology presso il National Cancer Institute. Non lo conosco personalmente, ma ho sentito spesso un mio ex-collega parlare di lui con affetto e stima, avendolo incontrato nello stesso laboratorio del quale fu ospite in America. Questo immancabile excursus nei miei ricordi è l’occasione per proporvi la poesia della moglie Linda, che ben si adatta al caldo di questa estate, insieme con la mia traduzione. Buona lettura!

The Ordinary Weather of Summer
(Linda Pastan, da Carnival Evening: New and Selected Poems 1968-1998)
In the ordinary weather of summer
with storms rumbling from west to east
like so many freight trains hauling
their cargo of heat and rain,
the dogs sprawl on the back steps, panting,
insects assemble at every window,
and we quarrel again, bombarding
each other with small grievances,
our tempers flashing on and off
in bursts of heat lightning.
In the cooler air of morning,
we drink our coffee amicably enough
and walk down to the sea
which seems to tremble with meaning
and into which we plunge again and again.
The days continue hot.
At dusk the shadows are as blue
as the lips of the children stained
with berries or with the chill
of too much swimming.
So we move another summer closer
to our last summer together—
a time as real and implacable as the sea
out of which we come walking
on wobbly legs as if for the first time,
drying ourselves with rough towels,
shaking the water out of our blinded eyes.

 

Il solito tempo d’estate
Nel solito tempo d’estate
con temporali che rombano dall’est all’ovest
come tanti treni merci che trasportano
il loro carico di calura e di pioggia,
i cani si abbandonano ansanti sui gradini del retro,
gli insetti si assembrano ad ogni finestra,
e noi ci azzuffiamo ancora, bersagliandoci
di vicendevoli ed insignificanti lagnanze,
e i nostri caratteri s’infiammano e s’acquetano
in lampi di colleriche esplosioni.
Nell’aria fresca del mattino
gustiamo il caffè quasi in pace,
poi scendiamo al mare,
che pare fremere di significati,
e c’immergiamo ancora e ancora.
La calura dei giorni si protrae.
Al tramonto le ombre sono blu,
come le labbra dei bimbi macchiate
di mora o del livore
di troppo lunghe nuotate.
Così ci avviciniamo a un’altra estate
all’ultima estate trascorsa insieme—
una stagione vera e implacabile come il mare
dal quale emergiamo camminando
su gambe incerte, come se fosse la prima volta,
asciugandoci in lenzuola di canapa,
scuotendo via l’acqua dalla cecità degli occhi.

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