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Stamani, scorrendo le statistiche che rinviano al mio blog, sono incappato in questo link: http://forum.astrofili.org/viewtopic.php?f=26&t=56419&start=30. Da quel che ho capito, si tratta di un sedicente ‘Forum Astrofili Italiani’, sezione ‘Binofili’, moderata da tali Raf (non sono io) e Angelo Cutolo. Trascrivo in corsivo il contenuto di un commento, autore un non meglio identificato “metis”:

“Non ti preoccupare, non faresti brutte figure, almeno non in confronto a questo chimico, che dà dell’ignorante al giornalista che ha usato nitrogeno: https://raffrag.wordpress.com/2008/12/15 … o-liquido/ Quando invece da chimico dovrebbe sapere che il simbolo dell’azoto è N e deriva dal francese, che però deriva a sua volta dal latino (come anche altri simboli chimici della tavola degli elementi derivano dal latino). Basta andare sul sito treccani e lo spiega bene: http://www.treccani.it/Portale/elements … 074713.xml Che insegnano ai chimici all’università?”

L’epiteto questo chimico allude, evidentemente, a me. Non butto al vento parole sull’improbabile grammatica del commento, bensì mi soffermo sul fatto che ivi si richiama un mio vecchio post sull’approssimazione con la quale in genere l’informazione corrente tratta gli argomenti scientifici. Nella fattispecie, sottolineavo che, in un articolo di Repubblica, un giornalista aveva ‘letteralmente’ tradotto la parola inglese ‘nitrogen’ con il pressoché omofono termine ‘nitrogeno’, piuttosto che con ‘azoto’, che è la denominazione chimica corretta, in italiano. Ecco, siamo al punto. Che insegnano ai chimici all’università?

A me hanno insegnato che la scienza non può rinunciare al rigore e che il linguaggio scientifico non può essere approssimativo. Mi hanno pure insegnato che nella Tavola periodica degli elementi, al numero 7, si annovera una sostanza elementare (un elemento chimico) chiamata ‘azoto’, che, appunto, nella nomenclatura chimica così viene univocamente identificata, tranne che in alcuni composti, in cui il nome è derivato dal termine d’uso ‘salnitro’. Mi hanno, infine, insegnato, ma questo non all’università, che, nelle traduzioni, va adoperato un buon vocabolario e che non bisogna procedere a ‘naso’, vieppiù quando non si conosce la lingua. Basta. Nessun ricercatore, mai, parlando in italiano, adopererebbe, senza mettere a rischio la sua credibilità scientifica, il termine ‘nitrogeno’, che è arcaico e potrebbe essere accettato solo nel contesto delle curiosità storiche. Nel Devoto-Oli nemmeno se ne fa menzione. Non è per caso che, conoscendo il problema, sono stato io, da chimico, a sollevarlo.

In altri termini, il senso del mio post era che i giornalisti farebbero bene a tener conto dello stato dell’arte, perché la divulgazione scientifica, se vuole essere tale, non può rinunciare al linguaggio aggiornato e certo della scienza. Ad ulteriore conferma di questa ridondante precisazione, sottolineo che, all’epoca, il giornalista in questione, Paolo Pontoniere, si peritò saggiamente di correggere ‘nitrogeno’ in ‘azoto’. Mi fermo qui. Di morali, più o meno spicce, sullo stato della cultura in Italia sono pieni i giornali. Sullo stato della presunzione dei suoi propagatori, più o meno ufficiali, lo sono, ahimè, molto di meno. Nel gran ciarpame mediatico che domina l’Italia, lo stile prevalente è che tutti possano parlare di tutto ed impartire lezioni a tutti, ma senza rigorosamente sapere di che cosa parlano.

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