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Anima mia, nell’ora che s’abbandona
il cuore e se ne sta confuso come perso
alla boscaglia, ti scriverò soltanto cose
che già sai: all’acque in cui son stata
manca da tempo la certezza dell’approdo.
Di te, non scorgo più la trasparenza,
di te che fosti nave astrale in volo
al firmamento, il recondito anfratto
della requie, il turbamento al tuo vigore,
all’abbandono. Non ebbi altre pupille,
né braccia, né parole, che del tuo sguardo
le faville, la tua stretta veemente,
il suo calore, le parole sospirate

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all’incanto di me, alle mie spiagge
intatte d’Afrodite. Ma ora ti scrivo
quattro righe, già che nell’ora mesta
del saluto restano queste a ricordare
quello che fummo e più non siamo.
Amore mio, nell’ora che s’addensa
l’anima di gelo, e ghiaccia la linfa
nelle vene come lo sterpo nella galaverna,
neanche cuore mi rimane per lasciarti di me
una lettera amara di commiato. A te
che fosti idioma alla mia vita, a te
che scrivi queste righe con le stille versate
alle mie spine, alle mie foglie illanguidite.