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Da mia sorella Franca ho ricevuto di recente un regalo che mi ha riportato indietro nel tempo, a quarantacinque anni fa. E’ un libro di Lamberto Maccioni, che fu professore di Storia e Filosofia presso il liceo del quale fui alunno. Con Maccioni, fiorentino di nascita, sostenni l’esame di storia alla licenza ginnasiale, nel 1965. Mi interrogò sulla gerarchia delle classi nel mondo romano, ed io, avendo studiato sul Sommario di storia delle civiltà antiche del grande Momigliano, che ne parlava tra le righe, mi trovai a disagio, perché non avevo ancora ben appreso l’arte di ridurre lo scibile in schemi. Tuttavia, non voglio parlarvi di questo, bensì raccontarvi dell’antefatto che fa del libro un fantastico regalo.

In Grecia. Da sinistra: Lamberto Maccioni, Giuseppe Tortora, Giuseppe Martano, Giulio Molisano, Jolanda Capriglione, Mario Montuori, Aniello Montano (foto tratta da ‘Mario Montuori. Una vita per Socrate‘, di A. Montano).

Epicuro è una raccolta di poesie, una copia della quale restò per un certo tempo nella libreria di casa nostra, prima di sparire chissà dove. Mio padre, ordinario di Latino e Greco presso lo stesso liceo di Maccioni, l’ebbe in occasione della presentazione, che si tenne al Circolo dei Forestieri di Sorrento, mi pare. Ci andammo insieme e, se ben ricordo, c’era anche Quasimodo, che ne aveva scritto l’introduzione. Per me, che già manifestavo un interesse per la poesia, l’esperienza fu emozionante, al punto che potrebbe avere svolto un ruolo determinante nel mio sviluppo intellettuale. Difatti, i versi di Maccioni mi affascinarono, al punto che mia sorella sostiene di avere individuato quale sia l’origine dello stile ‘doppio’ (altri direbbe ‘ermetico’; altri ancora, Francesca, l’ha definito ‘alieno, corazzato’), che spesso contraddistingue i miei scritti, ammantandoli di un’aura di ‘inintelligibilità’ ben consona al mio carattere riservato ed al mondo personalissimo di cui spesso vi riferisco. Di Epicuro vi trascrivo di seguito un brano, di cui, sin dalla prima lettura, mi è rimasto impresso nella memoria il richiamo ai ‘palloncini di Klee’. L’apertura è in tedesco, e spero che Guido e Saskia vogliano proporcene la loro personale traduzione.

« Alle schlafen, singen nicht,
Und mir blaues Angesicht
Von dem Himmel klang:
Aber blutig ist die Erde
Und die Früchte sind die Hände
Für mich der starb »

Non ti si può guardare sotto la luna piena
Né al culmine del sole.
La luna si spenge e la sera m’addormenta
Senza un soffio.

Tu fossi più lontana delle cose lontane,
Più della nascita e morte
Che mi colse volando ed ora sosta
Dispersa in gocce d’acqua.

Passo di volpi felpate, gemere di pruni,
Un occhio schiuso, un panno d’assassino
Dietro bianchi alamari:
Un Klee dai palloncini colorati.

Questo sono: scendevo e discendevo
Sulle tue cinque scale.
Questo ero. Non ho più sangue vivo.
La terra mi ricopre.

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