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Quella mattina, a lezione, il professore le aveva dato un articolo da tradurre. Il suo inglese non era affatto sciolto, e già si angustiava a causa del tempo che le avrebbe richiesto mettere in italiano quelle cinque pagine. Decise che avrebbe chiesto a qualcuno se volesse aiutarla. Ma non sapeva bene a chi. Si sarebbe affidata al caso. Il tipo nell’aula degli studenti era di spalle, seduto a scrivere, quando lei propose: “C’è qualcuno che sa l’inglese?” Lui si offrì subito, perché il senso di solidarietà era forte, in quei tempi. E poi, sì, un po’ gli faceva piacere fare sfoggio delle sue conoscenze. Però voleva anche attaccar bottone. E aveva notato subito quella ragazza alta, dai movimenti di cerbiatta, formosa, ma riservata nella sua grazia già matura. Pareva diversa dalle altre, spigliate, disinvolte. Con queste ultime, in genere, lui stava sulle sue: non gli piaceva dar corda alla loro esuberanza. “Sì, me la cavo con l’inglese. Di cosa si tratta?” Le diede appuntamento a quattro-cinque giorni dopo, il tempo necessario a metter tutto per iscritto. Poi, dopo che si furono lasciati, confessò a Luciano che quella ragazza gli piaceva. Si informò se l’avesse mai vista con un altro. Quando dichiarò la sua incertezza nel parlarle, temendo di avere un rifiuto, Luciano fu perentorio: “Tu mena ‘o capo ‘nterra e nun te preoccupà.”

Faticò non poco per completare la traduzione nel tempo concordato. Era sulle spine, e avrebbe voluto rivederla. Si recò all’appuntamento, ma, quando entrò nell’aula degli studenti, lei era già andata via. “Di solito studia con un’amica, di pomeriggio”, gli disse qualcuno, spiegandogli anche la strada che avrebbe dovuto fare se avesse voluto rintracciarla. Da via Mezzocannone si affannò lungo la salita di Santa Chiara e poi, piegando a sinistra, per via Benedetto Croce, fino a via Cisterna dell’Olio. Rammentò che poco più oltre, a vico della Quercia, aveva accompagnato suo padre, qualche tempo prima che morisse, nella ricerca di un editore che gli pubblicasse un commento ad una famosa ode di Saffo. La raggiunse a piazza Dante, finalmente. Accadde lungo salita Pontecorvo, la strada di basoli che portava alla casa di Maria. Trovò il coraggio di chiederle quello che aveva in mente. “Non so, aspettiamo” rispose lei sfuggendo il suo sguardo, “ci devo pensare.” Ma l’emozione era forte, e già sapeva, in cuor suo, come sarebbe finita. Certo, non per sentirsi chiamare da lui col suo nome. Già, perché, per gioco, egli minacciava che non l’avrebbe fatto fin quando lei non avesse accettato. Difatti, l’attesa durò appena una settimana. L’accompagnò a casa in motocicletta. La luna era quasi piena, dietro le torri di Castel dell’Ovo. Era l’ultimo sabato di maggio, e fu così che ebbe inizio la loro prima estate.

Sul far dell’autunno, poco dopo il compleanno di lei, decisero di investire i loro piccoli guadagni per prendere una camera in subaffitto, presso un compagno di studi ch’era sempre in prima fila nelle rivendicazioni studentesche. Per concedersi un po’ di intimità, quando ne avessero voglia, perché, anche se la desideravano, la convivenza non era ancora facilmente concessa dalle famiglie d’origine a quei tempi. Fu nella tranquillità di quella camera, a via Milano, che si confidarono e cominciarono a far progetti per il futuro. Si raccontarono quel poco che avevano fino ad allora vissuto. Un giorno le chiese se non avesse conosciuto una ragazza, con la quale, poco più di un anno prima, a luglio del ’71, era stato al bar, insieme con altre tre colleghe, per festeggiare il superamento di un esame ‘tosto’. L’aveva notata più che per la bellezza, per la riservatezza, e non l’aveva mai più rivista. Chissà. E lei, con semplicità, gli rispose: “Ero io quella ragazza, ed ora posso dire d’essermi innamorata fin da allora”.