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Ecco, dopo aver letto commenti, peraltro venati di ineccepibile buonsenso e sottile sarcasmo, come questo del dottorale Sofri (mi piace soprattutto la frase finale), e saputo di accadimenti recenti, come questo, che mi rammarica perché cominciavo a convincermi che l’oltremodo composta lady V. potesse essere una vera spina nel fianco, insomma il piccolo topolino in grado di minare la sicumera e la credibilità del suo tele-papi-marito, nonché di liberare gli occhi dei suoi elettori dalle fette di prosciutto che li foderano (tiene ll’uocchie fuderate ‘e prusutto, dicono i Napoletani a chi non vede ciò che è sotto gli occhi di tutti), ritorno a più miti consigli ed invito l’ineffabile signor B. e tutta la sua corte a meditare, in particolar modo sull’ultima frase di questa poesia, che detta da un principe, per di più interprete dello stesso mondo dal quale il signor B. proviene, si rivela pregna di significati simbolici, ‘sti pagliacciate ‘e fanne sule ‘e vive, nuje simme serie, appartenimmo a ‘a morte (queste pagliacciate le fanno solo i vivi, noi siamo seri, apparteniamo alla morte):