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Lo spunto di oggi viene da qui. Lo so, lo scritto è pieno di retorica, pregno della mia epopea familiare, privo del necessario distacco che fa di sessanta righe (tante erano in origine) buttate giù di getto una poesia. Ma è stato scritto quasi vent’anni fa, in uno dei momenti cruciali della mia vita, e ve lo propongo così com’è, ripromettendomi di apportarvi modifiche nel tempo. Consideratelo un infantile gesto d’affetto, anche perché è dal posto che vi si descrive che nascono molte delle mie incursioni in Bloglonia.

Trent'anni fa
questa mia città
era una bomboniera.
V'incontrava mio padre
al bar Mosca la sera
il suo crocchio d'amici,
di suoi vecchi insegnanti
l'impoverita schiera.
Tra platani i chierichetti
scappati di chiesa,
quella importante
(come don Michele voleva),
tramavano agguati argentati.
Riposavano in canonica
(rosse e bianche)
le dismesse cotte
impregnate d'incenso e di cera
un'altra attendendo laconica sera.
Lungo la spiaggia,
che nera di lava sbriciolata
(come nel suo progetto)
aveva il monte gettata
vomitata sulla battigia
dal suo ventre di fuoco,
incespicava l'onda
lenta luminescente
a sera.
C'era odore di mare,
allora,
nell'acque del porto
ove vischiosa preda mattutina
schietti si abbandonavano molluschi.
A cinema
dietro circoli marini
consumavano pomeriggi
sempre più stanchi
di scaramucce
indiani e bianchi.
Altri erano turgidi eroi
i fantasmi del mito,
i guerrieri d'Omero,
che tra pietre di terre orientali
estivo alimentano il rito
della ricerca dei padri.
Trent'anni fa
questa mia città
era un giardino.
Oggi da tele
escono umori incantati
guizzano indefiniti
come colori.
Da vent'anni
mai sentita
di lì canta mio padre
la sua morta tiritera.
Ero ventenne e baldanzoso allora,
ed ho vent'anni ancora.