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Nelle loro passeggiate precedenti si erano diretti verso il fiume. Un eufemismo, in realtà, perché era ridotto ad una fogna, la più grande fogna a cielo aperto d’Italia, se non d’Europa. Ed il tragitto verso di esso(a) era una sorta di prologo a quello che vi si sarebbe trovato: carcasse di animali, rifiuti di vario genere, scarti industriali, fabbricati cadenti. Insomma, tutto il repertorio delle periferie abbandonate, dove sarebbe bastata una saggia e volenterosa opera di bonifica per avviare il recupero del territorio. Invece, in fondo, ecco la cattedrale nel deserto del recente porto turistico, costruito su una vasta spiaggia di sabbia vulcanica ridotta ad un ammasso di cemento accessibile solo ai ricchi proprietari di barche, a ridosso dell’estuario, cementificato anch’esso. Una ferita ai loro occhi. Ecco, era nell’aria che dovessero cambiare percorso.

E fu così che quel pomeriggio fecero un’altra strada. Costeggiando, nel verso opposto, la lunga spiaggia nera, lungo i viali della villa, arrivarono alla banchina nuova. Lì il porto s’apre sullo scalo dal quale ancora scivolano in mare le navi, quando sono pronte per il varo. Nel piazzale adibito a parcheggio metteva di tanto in tanto le tende un piccolo circo. Un circo senza trapezisti, ma con un domatore coraggioso. O tanto incosciente, a detta del padre, da osare di mettersi a cavalcioni di un leone al centro della gabbia. Da lì, da dove avevano abitato, un filo invisibile li guidò ai silos del grano, lungo la passeggiata dei misteri, che era chiusa da un cancello ai tempi della loro infanzia. Vi si addentrarono con curiosità, fino alla scritta in inglese. Il padre ci aveva lavorato, da giovane, in quel posto, ed era lì che aveva imparato la lingua, sul finire della guerra, facendo l’interprete per gli americani. Poi percorsero fino in fondo la banchina e bevvero alla fonte dell’Acqua della Madonna. Non senza notare che in quel territorio si distinguevano ancora i segni storici della camorra.

Scritta

una scritta delle forze di occupazione

 

il porto dalla banchina

il porto dall’acqua della Madonna

 

Lapide

Congregazione dei Bottai

Ritornarono indietro pe’ ddinto, per il centro storico scandito dalle chiese. Alla Pace arrivarono lungo via Santa Caterina, addentrandosi di tanto in tanto nei vicoli laterali. Quei luoghi li conoscevano bene. Entrarono in qualche chiesa, cercando le lapidi del tempo andato, e in un portone, credendo di ritrovarvi la casa dei bisnonni. Ma cominciò ad acuirsi il senso di disagio che già avevano avvertito nel porto. C’era qualcosa, in quei luoghi, che li metteva in guardia, inducendoli ad alzare il passo. Una sorta di metafora della rapidità con la quale gli anni erano trascorsi, forse alimentata dall’esuberanza degli scugnizzi, dai ruderi del terremoto, dalla constatazione che è difficile rintracciare i segni del passato dopo le deturpazioni di cinquant’anni di cambiamenti. Dalla Pace, risalendo lungo la via dell’antico carcere circondariale, che scoprirono essere stato trasformato in appartamenti civili, ove aveva abitato lo zio ciabattino, raggiunsero salita Quisisana, nei pressi del teatro Borbonico. Poi la discesa fu breve, fino al cancello che apriva l’accesso alla scuola di uno di loro. E in venti passi furono a piazza Caporivo, ove s’affaccia il portone della casa natìa di Raffaele Viviani. Ma non vi si fermarono, e s’affrettarono a completare il loro breve viaggio nei luoghi della memoria. Sarebbero trascorse ventiquattr’ore, prima che percepissero a fondo che cosa mai avesse reso il loro passo veloce. Eppure, dopo il penultimo omicidio di camorra, il sindaco l’aveva detto con le lacrime agli occhi che la città aveva fatto un percorso straordinario negli ultimi anni.