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Molti dei loro pomeriggi li trascorrevano alla biblioteca scolastica. I genitori, alle prese con l’eredità delle trappole proletarie postbelliche, erano l’una, casalinga, impegnata ad accudire l’ultimo nato di turno e l’altro, pur professore di scuole medie, intento ad inventarsi nuovi introiti per tener su l’economia familiare. Ed ecco che i più grandicelli, dopo aver terminato i compiti, erano dirottati verso altri lidi, facendo di necessità virtù. Di quella biblioteca erano gli unici frequentatori assidui, e fu una fortuna, a confronto con l’altro impegno pomeridiano. Chissà perché il Direttore – a quel tempo il dirigente delle scuole elementari si chiamava così – si era inventato quella sorta di tempo prolungato ante litteram. Nemmeno si sapeva, allora, cosa fosse, ma si può affermare che fu lì che furono educati alla lettura.

L’altra metà dei loro pomeriggi la spendevano in chiesa: niente azione cattolica, né boy-scout, ma apprendisti del rito. Insomma, chierichetti. Non erano bravi, né col biliardo né col biliardino. Erano molto diligenti, invece, più degli altri, ad apprendere le pratiche rituali, la cui gerarchia era scandita dagli oggetti del culto. C’erano, in ordine d’importanza, ‘o canneliere, ‘a navetta, ‘o ‘mbrellino, ‘o ‘ncensiere. E c’era anche chi, nelle occasioni culminanti, era addetto a reggere ‘e pizze d’o piviale. Forse la loro curiosità di conoscere prevaleva sul desiderio di divertirsi. Comunque sia, in quella veste conobbero anche le prime asprezze della vita. E, in verità, le premesse per esporli al dileggio dei loro compagni ‘chierichetti’ c’erano tutte. Infatti, il parroco sembrava avere per loro un occhio di riguardo; magari li considerava il fiore all’occhiello dei giovani frequentatori della Cattedrale: erano pur sempre figli di un comunista!

I bulletti li chiamavano gli indiani, segregati ante litteram (il bullismo, male endemico della nostra società ed anticamera dell’odio per il diverso). E il parroco era troppo spesso assente per riconoscere a vista la sola e vera causa dei litigi. Fu così che il maggiore, Nuvola rossa, si convinse che bisognava tirar fuori gli artigli, per difendere gli altri due, soprattutto il minore. Un pomeriggio, irritato dall’ennesima angheria, sferrò un diretto alla mascella del malcapitato antagonista, un recente adepto proveniente dall’America, provocandogli la caduta di un dente. Non si è mai saputo se fosse di quelli di latte. Il parroco nemmeno si avvide di quello che era accaduto. E Nuvola rossa continuò a servir messa la domenica mattina. Anni dopo, guardando un film interpretato da Dustin Hoffman, si rese conto che sarebbe potuto diventare un cane di paglia.

Questo raccontino, autobiografico, potrebbe anche essere una metafora della cronaca di questi giorni. L’assenza dello Stato (il parroco) promuove la giustizia fai da te. I volontari vigilantes diventeranno in breve dei pericolosi cani di paglia. E il parroco fingerà di non accorgersi di loro. Chi sarà capace di liberarcene, una volta che avranno preso piede?