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Tralascio i dettagli della vicenda, che si svolge attualmente sulle rovine della ‘guerra’ tra le Procure di Salerno e di Catanzaro, scaturita dall’inchiesta ‘Why not’, attori il suo (ex) titolare De Magistris ed il consulente Genchi. Per questo bastano i giornali e qualche blog di controinformazione. Però, la sensazione che ho, in questa storia, è che gli esponenti dell’amministrazione della giustizia siano rimasti da soli, con l’appoggio esterno di Di Pietro, nel difendere la parità tra il Parlamento che emana le leggi (potere legislativo), il Governo che applica le leggi (potere esecutivo) e la Magistratura che fa rispettare le leggi (potere giudiziario), sulla quale è fondata la Costituzione italiana. Per uno come me, storicamente abituato a battaglie di ‘retroguardia’, basate sulla difesa dei diritti dei minus habentes, sarebbe facile prendere posizione contro lo schieramento trasversale dei politici, quando questi, onestamente, fanno poco o niente per tenere lontano da sè il sospetto di volere esimersi il più possibile dal rispettare l’assioma dura lex, sed lex. Sarebbe facile vedere la Giustizia uguale per tutti come unico baluardo all’intreccio di interessi tra politica ed economia o parteggiare per i giudici ai quali vengono sottratte le inchieste. Sarebbe facile, insomma, fare il bastian contrario. Eppure…

Eppure, persone che reputo equilibrate, oltre che ben informate, mi raccontano che, tra i giudici ‘d’assalto’, la pazzia è la regola più che l’eccezione, e l’ambizione sfrenata il primum movens delle loro inchieste, e la voglia di mettersi in bella mostra attaccando i potenti predominante sulla necessità di fare giustizia. Per esempio, in certi ambienti, circola voce che l’inchiesta ‘Why not’ sia stata costruita su un teorema partorito dalla mente di De Magistris e che la recente ‘Magnanapoli’ possa al massimo sfociare in reati minori. In altri termini, inchieste del genere sarebbero inefficaci nel mettere in crisi il sistema dei partiti, e siamo ben consci di quanto tangentopoli non sia bastata a farlo. Ora, tralasciato il fatto che di queste cose si teorizza nella camera caritatis degli addetti all’informazione, che fingeremo per una volta non asserviti alle esigenze della ‘casta’ dominante, qual è il rischio? Beh, il gioco è palese: basta far leva sugli aspetti formali, cioé che occorra impedire ai magistrati di esser colti dal desiderio di essere al centro dell’attenzione e di disperdersi in inchieste inutili o dagli effetti irrilevanti, per agire sulla sostanza, cioé procedere alla separazione delle carriere, limitarli nei necessari strumenti d’indagine, rendere in sostanza ‘minoritario’ il peso della Magistratura nell’intervenire sulle faccende che attengono all’amministrazione della cosa pubblica, quand’anche nebulose e mosse da ingranaggi lubrificati a suon di danaro pubblico. Su questo i cittadini dovrebbero stare in guardia, ma sarebbe bene che i magistrati mettessero a freno la loro smania di protagonismo, perché ne va della loro credibilità.

A ben pensarci, però, perché corriamo questo rischio soltanto quando sono i politici ad essere nel mirino? Gli esiti di indagini sconsiderate non potrebbero che tornare a loro vantaggio. E se intercettazioni e tabulati telefonici riguardassero la vita dei comuni cittadini, qualcuno, qualche politico, avrebbe da ridire, magari in nome della tanto invocata ‘privacy’? Potrebbe, un comune cittadino, pretendere di serrare a doppia mandata nell’armadio della ‘privacy’ i suoi scheletri? Tuttavia, è bene precisare che il diritto alla ‘privacy’ non si traduce nel fatto che nessuno non debba sapere alcunché di nessuno, bensì nella norma che chi sia a conoscenza di informazioni che riguardano la vita personale di qualcuno è tenuto a trattarle con risevatezza. Ad esempio, sappiamo bene che ci sono addetti alla pubblica amministrazione che, per ragioni di lavoro, sono al corrente di informazioni personali sul nostro conto. Eppure, lo riteniamo necessario, purché sia mantenuto il riserbo, che è tutelato dalla legge. Ma poi, gli addetti all’informazione sarebbero d’accordo nel rispettare la ‘privacy’ di chi, per sua scelta, ha deciso di esporsi? E noi, saremmo d’accordo? Insomma, nel paese di Neverland (o Zorbador, come altri lo chiama), una donna che viene nominata in un ministero chiave per aver intrattenuto uccellini o perché è graziosa può invocare il diritto alla ‘privacy’? Può parimenti farlo un pubblico amministratore che mantiene rapporti d’affari con personaggi coinvolti in un’indagine? Per metterla sul banale (ahimè, abbassando di molto il livello), non vi sembra un controsenso che venga criticato chi, in un reality show, tradisca le trame di altri concorrenti, quando lo ‘spettacolo’ implica esattamente che ci si esponga al giudizio di tutti? Non vi pare che il mondo dei media da un lato pretenda di render pubblici i risultati delle indagini della Magistratura, in nome del diritto all’informazione, salvo ammettere, dall’altro, che, se queste sono le indagini, i politici abbiano buon diritto a rivendicare norme che tutelino il loro diritto alla ‘privacy’? Uhm, forse mi sto facendo troppe domande. Che stia di nuovo cedendo alla vocazione per le battaglie di retroguardia?