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La storia dell’alta velocità affonda le sue radici nella seconda metà degli anni ottanta. Manco a dirlo, a dare il via libera a questa ormai più che ventennale impresa fu il mai dimenticato ministro socialista Claudio Signorile (a proposito, cosa starà facendo adesso?), che avvìò la dismissione delle tratte ferroviarie non redditizie, magari pensando di cogliere tre piccioni con una fava: risolvere i quasi secolari problemi delle ferrovie italiane azzerando il pendolarismo ferroviario, dare il via libera al finanziamento pubblico per la costruzione di linee e di treni adeguati, favorire l’ennesimo flusso di denaro tra politici ed impresa (sì, ormai ho questa deformazione: penso che all’investimento di denaro pubblico si associno sempre i finanziamenti illeciti, che è l’eufemismo oggi adoperato per esprimere il traffico di bustarelle). Lo slogan? Rendere il trasporto terrestre competitivo con quello aereo. E, se guardassimo alla crisi dell’Alitalia con occhio ingenuo, potremmo perfino entusiasmarci: “Si vede che non ha retto alla concorrenza del treno”.

Purtroppo, il fallimento (tale lo considero) dell’Alitalia non è avvenuto a causa dell’alta velocità, anche se è cominciato all’incirca nello stesso periodo nel quale questa è stata avviata (uhm, c’è da riflettere, qui!). La faccia nascosta (ma nemmeno tanto) della medaglia è che l’alta velocità funziona a ritmi alternati e sembra riproporre i mali endemici delle ferrovie italiane. Anzi, li aggrava: ai ritardi ed alla scarsa manutenzione si aggiungono ora, pare, anche i difetti strutturali. Oltre, more solito, all’immancabile sperpero di denaro pubblico. Insomma, i problemi delle ferrovie italiane (e degli Italiani) sembrano aumentare, piuttosto che diminuire, nonostante i proclami di politici e dirigenti (ma come mai comuni cittadini e ferrovieri non la pensano allo stesso modo? tutti oppositori?). Bastava poco per capirlo, vent’anni fa: un grande progetto può sortire risultati soltanto in un paese in cui l’ordinaria amministrazione sia a regime. E in Italia di ordinario c’è solo l’emergenza.

Non voglio insistere sul tema. Basta fare un giro in internet per capire quanto spazio trovino le mie facili ragioni. Desidero, invece, rischiare l’impopolarità: all’alta velocità sono stato sempre contrario. Ho un fratello che dilata i suoi percorsi ferroviari a dismisura: i suoi viaggi da Roma a Napoli durano ben oltre le circa due ore dei treni a velocità normale, perché si dipanano lungo tratte panoramiche e quasi in disuso. E’ un eccesso, certo. Però anch’io penso che la velocità debba essere dell’aereo e la lentezza del treno. L’aereo è compulsivo, il treno è contemplativo; mi basterebbe che il treno garantisse, più ragionevolmente, tempi pari a quelli dell’auto e che non corresse su linee come quella della costiera ionica. Insomma, tutti e due, ognuno rispettando le proprie tabelle di marcia, dovrebbero essere al servizio del cittadino. Invece, pare che dobbiamo rassegnarci all’eterno supplizio di Tantalo dei loro costi e dei loro disservizi. Per saziare la sete dei nostri politici?