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Beh, se non ne ho parlato finora è perché in fondo, ma nemmeno tanto, io sono un romantico. E mi piace ricordare che, da ragazzo, insieme con i miei fratelli, lo incontravo spesso in villa, e talvolta eravamo compagni di giochi. Mi piace ricordare che ha fatto gli studi classici con mio fratello, che ha saputo sgambettare bene alla scuola della FGCI e di partito, e che, tutto sommato, anche se fedele alla linea, almeno agli inizi, è uno che si è fatto da sé, se ha saputo approdare alle colonne dell’Unità, prima, ed ai troni di Repubblica, poi. Ma da quando si è inventato Il Riformista, che rimane in vita con i lauti e generosi finanziamenti pubblici, elargiti grazie ad una benevola legge trasversalmente ideata dai nostri politici per foraggiare i loro tromboni, ha cominciato a starmi un po’ sulle palle. La sensazione di pesantezza si è poi accentuata quando l’ho visto senatore della Repubblica, cooptato da Rutelli, nell’ultimo (s)governo Prodi. Rischio, poi, di calpestarmele ogni volta che lo vedo ospite in televisione, grazie, immagino, alla sua verve d’opinionista asservita alla logica di chi conta. Eppure, ho ancora titubato, ho avuto scrupoli, per i freni che m’impone il ricordo di un comune passato, anche se da lui non mi sono mai sentito rappresentato.

Ieri ho avuto modo di ascoltare dalla sua viva voce, mentr’era ospite dell’ineffabile Bruno Vespa, cosa pensa delle intercettazioni telefoniche, sulle quali notoriamente sono ancora una volta imperniate le indagini della Magistratura rese note in questi giorni. Ed ho finalmente superato queste incertezze romantiche. Orbene, citando l’errata trascrizione di una intercettazione inerente ai fatti di Napoli e della Campania, in cui ricorre il suo nome, e tradendo il costume consolidato della stragrande maggioranza dei politici, il Nostro ne ha approfittato per sostenere che è necessario limitare l’uso del migliore strumento d’indagine a disposizione dei magistrati, onde evitare errori marchiani. Faccio parte della banda di giustizialisti capitanata da Di Pietro se ritengo che egli avrebbe dovuto più onestamente sollecitare il ricorso a strumenti accessori per la correzione, quando necessaria, di trascrizioni palesemente errate? O dobbiamo credere che, piuttosto che intercettare, sia più utile servirsi di informatori o collaboratori di giustizia, i quali possano poi essere criticati e delegittimati a piacere, quando ritorni utile? Insomma, mi chiedo, la tanto dibattuta questione morale è davvero all’ordine del giorno per produrre miglioramenti o è finalizzata invece a sancire l’inadeguatezza dell’etica sociale a reggere i ritmi di una politica mangiona e chissenefottista?

Considero il Nostro tanto intelligente da concedergli che abbia ben valutato se accodarsi oppure no agli schiamazzi della pletora di quanti hanno, come unico fine, quello di gestire il denaro pubblico ad usum Delphini (è un eufemismo). Ma devo contestargli che l’uso del termine giustizialista, che tanti come lui pronunciano per screditare coloro che ripongono grande fiducia nella possibilità che i rappresentanti del potere giudiziario arginino il mare di corruzione nel quale ci dibattiamo, è improprio. Negli intenti di chi lo adopera come un marchio d’infamia, esso vorrebbe esprimere la volontà di una giustizia a tutti i costi, magari sommaria e priva delle necessarie garanzie a difesa. Ma è davvero questa l’intenzione che anima chi sostiene che le intercettazioni sono il supporto indispensabile di un’indagine e le considera uno strumento di tutela, perché non ha interessi sporchi da difendere né scheletri da occultare? Mi pare che la cosa, messa in questi termini, renda chiaro come, tra fautori ed oppositori dell’operato dei giudici, la differenza stia nella valutazione del rapporto costi-benefici. E quanti, come il Nostro, sanno far bene di conto, opportunisticamente ricambiano ai politici il favore di tenerli in vita, loro ed i loro giornali da quattro soldi. Ah, dimenticavo, il Nostro è Antonio Polito. E se davvero i nomi sono la conseguenza dei fatti, direi che polito stia a significare forbito nell’argomentare in favore della casta degli intoccabili.