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Oggi concludo, soffermandomi a fare qualche considerazione più specifica sull’articolo che in origine ha ispirato questa trilogia dedicata all’acqua che brucia. Che l’acqua non possa bruciare, non possa, cioè, funzionare da combustibile, non significa che le sue molecole non possano essere decomposte nelle sostanze elementari che la compongono, cioè l’idrogeno e l’ossigeno. Tuttavia, la decomposizione dell’acqua non è, in condizioni ordinarie, spontanea, perché non genera l’eccesso di energia necessario a produrre idrogeno ed ossigeno, della cui combustione è la reazione opposta. Non è, pertanto, accompagnata da sviluppo di calore e fiamme, ma può aver luogo solo se forniamo l’energia necessaria, aiutando così gli elettroni dell’ossigeno a passare dallo stato di quiete dell’acqua allo stato vitale dell’ossigeno gassoso.

Ciò detto, pare che nell’esperimento di Kanzius l’energia necessaria per decomporre l’acqua in idrogeno ed ossigeno, i quali sono i reali attori della combustione, innescata da Kanzius con la fiamma di un accendino, sia fornita dall’applicazione continua di onde radio. Tuttavia, anche questo non è sufficiente, perché in acqua semplice, senza l’aggiunta di sale, la produzione di idrogeno ed ossigeno non è stata osservata. Più d’uno sta arrovellandosi per comprendere ogni dettaglio di un fenomeno che ai più sembra inspiegabile. Perché è necessario il sale? Nella mia personale opinione, non v’è da meravigliarsi. E’ noto che l’uso di un sale, non necessariamente quello da cucina usato da Kanzius, è richiesto per la semplice elettrolisi dell’acqua, un altro fenomeno in cui l’acqua viene scissa in idrogeno ed ossigeno facendo fluire corrente elettrica tra due elettrodi di polarità opposta in essa immersi. Perché la corrente fluisca nell’acqua, è necessario aggiungervi del sale, i cui atomi costituenti sono organizzati in particelle con carica opposta (non gli elettroni ed i protoni di cui ho parlato in precedenza, che appartengono al mondo sub-atomico), dette cationi (carica positiva) e anioni (carica negativa). Queste particelle, potendo muoversi liberamente, consentono l’instaurarsi di un flusso di cariche tra i due elettrodi, ovvero di realizzare la continuità elettrica necessaria affinché l’elettrolisi avvenga. E’ un esperimento semplicissimo e non rischioso, che da ragazzo ho ripetuto un’infinità di volte usando una semplice pila da 4.5 volt.

Ma torniamo all’acqua che brucia. Sembra certo che nell’esperimento di Kanzius non avvenga l’elettrolisi, nel senso che non può esserci, per la mancanza di una sorgente esterna, il flusso di corrente tipico dell’elettrolisi, il che significa che il sale potrebbe non svolgere la funzione descritta sopra. Ci sono altre spiegazioni, che non necessariamente invochino fenomeni sconosciuti? Dal punto di vista chimico, molti dei fenomeni in cui delle sostanze reagiscono, anche spontaneamente, per trasformarsi in altre sostanze, non sono esattamente spontanei, nel senso che occorre far qualcosa per avviarli. Per esempio, il legno e la benzina non bruciano spontaneamente, se non dopo che la combustione è stata innescata, cioè avviata con l’accensione. Ancora, una bomba, per esplodere, ha bisogno dell’innesco. Nel gergo chimico, questo innesco si chiama energia di attivazione. Esso consente alle trasformazioni spontanee di avviarsi, ma è permanentemente necessario per le reazioni non spontanee. L’irraggiamento permanente con onde radio, adottato nell’esperimento di Kanzius, sembra essere in grado di fornire l’innesco, cioè l’energia di attivazione necessaria per far decomporre l’acqua. Tuttavia, essa è elevatissima, e le onde radio da sole non sono sufficienti. Occorre, pertanto, far diminuire l’energia di attivazione, in maniera tale da rendere efficace l’innesco. Questa è la funzione che potrebbe svolgere il sale da cucina.

Tutto quello che può contribuire ad abbassare l’energia di attivazione di una trasformazione chimica, senza peraltro esservi direttamente coinvolto, prende il nome di catalizzatore. Provate, ad esempio, a mettere dei granelli di zucchero o di sale in una qualsiasi bibita gassata. Osserverete un violento sviluppo di anidride carbonica, che sfugge dalla bibita, pur senza che si modifichino le sostanze in essa presenti. Altrove è proposto, utilizzando condizioni più drastiche, un siffatto esperimento. Ma non è innocuo come l’elettrolisi, e non me la sento di invitarvi a ripeterlo.

P.S.: per la comprensione di tutti i dettagli sul perché l’acqua non bruci, suggerisco di leggere tutta la trilogia e, magari, di aiutarsi con le informazioni contenute in un sito specificamente dedicato alla divulgazione della chimica.

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