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Stanotte ho messo giù succintamente, in quattro righe, qualcosa sul ’68, per lasciare un commento sul blog di Diantha, la quale, nel chiedersi cosa sia stato quel periodo, e paventando il ripetersi di quel clima, ripropone un’analisi di un tal Michele Brambilla, pubblicata circa quindici anni fa. E rivisita anche, a supporto delle tesi riportate, una famosa poesia di Pasolini sugli scontri con la polizia. Non che questo non sia lecito, ma mi sembra equilibrato sentire anche il parere di chi nel ’68 era giovane, avendo qualche anno in più dei dieci di Brambilla, ed è ancora (per fortuna) in grado di poter essere ascoltato.

Un po’ mi secca che si guardi a quegli anni come agli anni che, partiti dal rifiuto delle istanze che andavano consolidandosi nella società del dopoguerra, hanno partorito il terrorismo e lo sfascio della famiglia, e solo quello. In realtà, questa non è un’analisi, ma una tesi a soggetto. A me risulta, invece, che il ’68 e gli anni che seguirono, siano stati un grande momento di liberazione collettiva. Uno degli slogan di maggiore impatto fu ‘la fantasia al potere’. E’ grazie a questa fantasia che oggi non ci sono più indici bigotti a puntare contro la famiglia non tradizionale, magari senza matrimonio, né civile né religioso. E’ grazie a questa fantasia che ci sono state conquiste tanto grandi nel mondo del lavoro da sembrare oggigiorno davvero incredibili. E’ grazie a questa fantasia che sono, finalmente, usciti allo scoperto i segni d’un pensiero che ha minato profondamente alle radici i fantasmi pseudo-comunisti, alla cui caduta abbiamo assistito, forse speranzosamente partecipato, negli anni successivi. Altro si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui. Poi le cose presero la strada degli anni di piombo.

E qui bisognerebbe considerare le responsabilità del sistema dei partiti, delle sue voci autorevoli, che sempre più spesso rintronano sinistramente presaghe del buio che dovrà venire. Bisognerebbe, forse, ricordare che il sistema dei partiti, avendo dapprima fatto da sponda agli slogan sessantottini, successivamente proseguì col fagocitarne le istanze critiche, di cui esso stesso era stato oggetto, perché si rivelò incapace di uscire dagli schemi canonici del consolidamento, soprattutto economico, del potere nella società. E’ grazie a questi partiti che, in quarant’anni, abbiamo fatto un passo indietro, in termini di solidarietà e di garanzie sociali, a meno che non siano state funzionali all’economia dei forti, che supera abbondantemente i quarant’anni che ci separano dal 1968. Tutto ciò è accaduto grazie anche a coloro che facevano a botte con la polizia, che poi sono in genere anche quelli che hanno fatto strada. Molti di questi personaggi sono tuttora viventi, taluni sono o sono stati ministri, godono di un credito spropositato ed hanno letteralmente occupato tutto quello che c’era da occupare, partiti, televisioni, informazione, posti di primo piano nella gestione della cosa pubblica, essendo gli interpreti, ritengo, di una sorta di sindrome di Stoccolma, in cui essi, camuffati in origine da vittime, sono diventati complici o primi attori, perché allettati dalle proposte dei carnefici. Voglio ricordarne uno per tutti: Domenico Pinto detto Mimmo, mio collega d’università, leader di Lotta Continua e dei disoccupati organizzati, due volte parlamentare, poi dirigente di organizzazioni para-partitiche, che ha pure attinto a ruoli di responsabilità nella gestione dei rifiuti a Napoli e vivacchia, da tempo, nell’ombra para-berlusconiana. Avrà portato a termine i suoi studi giovanili? E, soprattutto, cosa ha fatto, nella società, di diverso dall’agitatore-ombra, forte dei tremila euro e rotti mensili di cui gode come appannaggio della sua carriera politica? Poi voglio ricordarne un altro, Roberto Silvi, che, all’opposto, ha avuto una gioventù da impiegato pubblico, alla quale ha rinunciato per rincorrere, attraverso i fantasmi della lotta armata, un’idea diversa della società, affossata dal sistema dei partiti, per finire, prima, da rifugiato, in Francia, e rientrare, poi, prigioniero in Italia, distrutto dalla sclerosi multipla. Lo scopro oggi morto quest’anno, Roberto senza galere, e valga questo suo scritto per riconoscere in lui, intatta nel tempo, più forte che in altri la pulsione degli ideali che abbiamo condiviso e che ci hanno condotti, con sofferenze diverse, a scelte drammaticamente distanti tra loro.

Due esempi all’opposto, e solo di questi pare che si parli nelle tesi a soggetto sul periodo sessantottino, emblematicamente contrapponendo vincitori e perdenti. Non si dice, invece, dei tanti altri che si sono rimboccati le maniche ed hanno vissuto in silenzio la loro vita al servizio dello stato, che pure avevano aspramente criticato, credendo nel valore dell’esempio. In questi è sopravvissuta l’espressione più fattiva del ‘68, non asservita agli eccessi del potere o alla logica della clandestinità, ma desiderosa di uno stato ‘al servizio’ dei cittadini, e a loro bisognerebbe dare ascolto se davvero volessimo uscire dal baratro di prepotenza, impotenza e ignoranza che qualcuno sta tracciando per noi. Fate un giro per i blog, non quelli di partito o dell’editoria, insomma, cercate tra quelli non ‘canonici’, e provate a riconoscere qualcuno dei ‘cani sciolti’. In genere, quelli ai quali ha arriso il successo li sbeffeggiano come falliti o sconfitti. Invece, forse, capiremmo che la peste dei nostri tempi è forte proprio dei ‘vincitori’ del ’68, e impareremmo a riconoscere la fiera delle ovvietà che taluni libercoli comodamente ci propongono.