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Qualche blog più in là, GAP affonda il coltello nella piaga della squola. Proseguendo nella logica che ho già inaugurato, gli rispondo qui, ritenendo che un post sia adeguato più di un semplice commento ad estendere un dibattito su una materia non banale.

Il problema della scuola è complesso. Il fatto che al suo attuale, innegabile, degrado Gelmini abbia inteso dare una spolverata di modernariato mi pare fondarsi sulla considerazione che stavamo meglio quando stavamo peggio piuttosto che sull’effettiva esigenza di una riforma. Si badi bene, parlo di modernariato, perché di questo si tratta. Gran parte delle trovate di Gelmini sono la rivisitazione della mia scuola, quella della riforma che Gentile attuò con la collaborazione di Lombardo Radice, per intenderci. Che è stata anche la scuola di tutti i sessantenni, quasi- ed ultra- compresi, i quali, proprio in nome d’essa, spesso si abbandonano (credo di poter generalizzare) alla paternalistica considerazione che ai nostri tempi era un’altra cosa. Insomma, io non mi sono sentito menomato dall’aver dovuto portare il grembiule, dall’essere stato giudicato a numeri, anche per la mia condotta, piuttosto che a parole, dall’aver dovuto studiare il latino fin dalle scuole medie, dall’avere avuto un unico insegnante alle elementari, e mi è toccata anche la buona ventura di incontrare persone che non sono state per niente menomate dall’aver frequentato l’avviamento professionale (la mia compagna, tra gli altri) piuttosto che la classista scuola media. Invece, quelle che sento oggi difendere come conquiste delle nostre istituzioni scolastiche sono state il contrassegno costante dell’iter che, in 46 anni, ci ha portati all’esigenza di una profonda riforma (ancora una) della scuola. Mentre taluni educavano i propri figli a percepire il valore formativo dell’istruzione, altri, la maggioranza, si davano da fare per agevolare il conseguimento del titolo di studio da parte dei loro pargoli. Sono stato, ai miei tempi, componente di un consiglio di classe, e ne sono scappato irritato dal lacrimevole, e senza freni, atteggiamento di protezione dei genitori, miei ex-compagni di scuola, nei confronti dei figli. Eppure anch’io sono corso a scuola ad inveire contro il bigottismo e la sessuofobia di un Consiglio d’Istituto che, mentre da un lato comminava a mio figlio una sospensione a causa di un foglietto dall’inequivocabile contenuto sessuale, dall’altro faceva ponti d’oro ai figli di magnanimi lombi in difficoltà con lo studio.

Oggi l’istituzione scolastica non è in grado di instillare nei nostri giovani una pur vaga cultura scientifica (e poi siamo sorpresi che si dibatta in eterno del dualismo creazionismo-darwinismo), e non è nemmeno più capace, in maniera deteriore, d’esprimere punizioni esemplari. Ecco, mi pare che il progetto a lungo termine sia andato in porto: svuotare la scuola pubblica dei suoi contenuti educativi per consentire alla Gelmini di turno di acclamare la scuola privata come panacea di tutti i mali. Poi, all’Università, arrivano caterve di studenti che invocano il diritto di non sapere, scaricando le colpe sulla scuola, e ti rinfacciano di sentirsi trattati da bambini se dici loro che l’Università è il luogo in cui si comincia a crescere, educativamente e formativamente, perché lì comincia a rompersi il cordone ombelicale con la famiglia e si è proiettati in un mondo senza affetti. Ma lì, è notorio, l’eccesso di protezione è implicitamente attuato con la raccomandazione.

Allora, ancora una volta, tocca chiedersi Che fare? Mio padre era uno che se ne intendeva, perché, oltre che uno stimato e integerrimo professore di latino e greco, era anche un punto di riferimento della comunità locale, un maestro, oserei dire, e, a sua volta, ebbe, nel periodo buio del fascismo e della guerra, e negli anni successivi del boom economico, grandi riferimenti, educativi e culturali, in taluni dei suoi professori di scuola. Egli anticipò, con invidiabile lucidità, l’attuale degrado della scuola, quando nel 1962 si cominciò a mettere mano alla riforma delle istituzioni scolastiche e, da sinistra, si affermò il teorema del latino come strumento di selezione di classe. Dov’è, adesso, quella sinistra? E’, per fortuna, scomparsa, ma è rimasto il disastro delle riforme attuate sotto la sua pressione. Oggi non ci sono maestri, né hanno la possibilità di emergere, travolti dalla pletora di obblighi para-scolastici e dalla consapevolezza che, soprattutto nell’ovest-nord-est, la scuola è giudicata un orpello inutile, ma necessario. E lungi da me l’idea di riproporre una riforma alla Gentile, perché sarebbe, adesso sì, un ulteriore strumento per affossare i deboli. Ecco, in sintesi, ho detto cosa non fare, cioè confondere la forma con la sostanza. Mi riesce più difficile suggerire che cosa fare. Qualche idea ce l’ho, ma il rischio è che i genitori possano sentirsi dire che sono essi stessi il vero problema dei figli, come è accaduto a me, quando, da colleghi d’Università, i professori dei miei figli scoprirono che non li avevo raccomandati in vista degli esami.